La geopolitica aborre il vuoto. Quando un legame si logora, le istituzioni ne tessono immediatamente uno nuovo. Si può parafrasare Aristotele (e il suo concetto della “natura che aborre il vuoto”) per spiegare l’avvicinamento del Canada all’Ue. Messe alle strette dagli Usa di Donald Trump, le due potenze dialogano sempre più proficuamente per rafforzare il loro legame e portarlo a un livello superiore.
Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, dopo il fallimento delle trattative commerciali con Washington, il primo ministro canadese Mark Carney si sta muovendo per rendere il Canada membro associato dell’Ue. La notizia è in linea con la decisione del primo ministro di presenziare a Strasburgo il 16 settembre per assistere al discorso sullo Stato dell’Unione che Ursula von der Leyen pronuncerà davanti all’Europarlamento. Il giorno successivo lo stesso Carney prenderà la parola davanti all’emiciclo.
Del resto, già a gennaio, durante il World Economic Forum di Davos, il primo ministro canadese aveva invitato le “medie potenze” a unire le forze donando una metafora molto chiara: “se non siamo al tavolo, siamo sul menu”. Da qui la necessità di creare una “terza via” alternativa a Usa e Cina. In quella stessa occasione, Carney aveva indicato il rafforzamento dei legami commerciali tra il partenariato transpacifico Cptpp e l’Ue come un pilastro della strategia.
Cosa significa essere “membro associato” Ue
La formula del “membro associato” non trova una definizione esplicita nei Trattati europei: l’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea (Tue) riserva infatti la piena adesione ai soli Stati geograficamente appartenenti al continente, mentre l’articolo 217 disciplina i tradizionali accordi di associazione.
Nell’architettura istituzionale immaginata nei colloqui riservati tra le due sponde dell’Atlantico, questo status si tradurrebbe in una formula di integrazione a cerchi concentrici: un partenariato speciale che permetterebbe a un Paese terzo di allinearsi a segmenti selezionati del mercato unico europeo e di partecipare a programmi comunitari e tavoli decisionali informali, senza tuttavia acquisire diritto di voto al Consiglio o seggi all’Europarlamento, né dover recepire in blocco l’intero impianto comunitario.
Per Bruxelles significherebbe sperimentare per la prima volta un accordo del genere con un Paese oltre Oceano; per Ottawa rappresenterebbe un solido ancoraggio istituzionale al blocco dei Ventisette senza l’onere di una formale cessione di sovranità politica.
L’asse Ottawa-Bruxelles: come cambierebbero i rapporti politici ed economici
Sul piano economico, il salto di qualità supererebbe i confini del Ceta, l’accordo di libero scambio che già azzera gran parte delle barriere tariffarie ma resta incompleto nella ratifica di alcuni parlamenti nazionali, per trasformarsi in una vera convergenza industriale.
L’intesa aprirebbe all’integrazione del Canada nelle catene del valore europee più sensibili: dalle forniture di gas naturale liquefatto per stabilizzare l’approvvigionamento del Vecchio Continente, all’accesso congiunto ai minerali critici (litio, cobalto, nichel) essenziali per batterie e semiconduttori, riducendo la dipendenza europea da Pechino e quella canadese da Washington.
Sul fronte della mobilità, gli accordi potrebbero riguardare agevolazioni per i visti di lavoro e studio, facilitando la circolazione di ricercatori e manodopera qualificata.
Sotto il profilo geopolitico, la mossa sancirebbe una riconfigurazione dell’alleanza occidentale di fronte all’inasprimento dei dazi statunitensi: Ottawa troverebbe nell’Unione il contrappeso strategico per spezzare una subordinazione commerciale quasi esclusiva verso la Casa Bianca, mentre Bruxelles guadagnerebbe un partner democratico del G7 con cui coordinare standard sull’intelligenza artificiale, programmi industriali di difesa e la difesa comune dell’ordine multilaterale.

