Arresti e perquisizioni anti-Lgbtqi+ in Turchia, Ilga-Europe chiede l’intervento di Bruxelles

Quasi 160 persone appartenenti all'area Lgbtqi+ sono state arrestate in Turchia nell’ambito della campagna nazionale 'La mia famiglia è al sicuro' voluta dal presidente Recep Tayyip Erdogan.
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Presidente Turchia Recep Tayyip Erdoğan
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

Quasi 160 persone appartenenti all’area Lgbtqi+ sono state arrestate in Turchia nell’ambito della campagna nazionale ‘La mia famiglia è al sicuro’ voluta dal presidente Recep Tayyip Erdogan. La polizia turca ha anche perquisito sei sedi di associazioni Lgbtqi+. Secondo quanto riferito dalla procura turca e dalla Bbc, ci sarebbero stati blitz anche in diversi bar gay con il fermo di alcune persone e il sequestro di dispositivi elettronici e alcolici di contrabbando. Nel mirino degli agenti è finito anche un hammam maschile, ritenuto luogo di prostituzione.

La campagna nazionale per la tutela dei valori famigliari si sarebbe estesa anche al mondo online: l’organizzazione Kaos Gl ha dichiarato che il governo avrebbe bloccato siti e profili social appartenenti a gruppi e attivisti a sostegno della comunità Lgbtq+.

Di fronte alla repressione di questi giorni, Ilga-Europe ha invocato un’azione immediata delle istituzioni dell’Unione europea. Per la principale federazione continentale dei diritti civili, la repressione sistematica di Ankara non può più essere considerata una dinamica interna, ma una violazione strutturale dello Stato di diritto, pilastro del diritto comunitario.

La richiesta a Bruxelles: nessuna trattativa senza rispetto dei diritti civili

Di fronte a questa escalation, l’appello di Ilga-Europe chiama in causa gli strumenti negoziali e finanziari dell’Unione europea. L’organizzazione chiede che la Commissione europea e il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) sollevino formalmente la questione dell’uso discriminatorio delle verifiche fiscali e penali contro le Ong in tutti i vertici bilaterali con Ankara.

Pur con i negoziati di adesione formalmente congelati da anni, Ankara resta beneficiaria dello strumento di assistenza pre-adesione (Ipa) e partner privilegiato nell’unione doganale. Per l’Ong, i fondi comunitari devono essere strettamente vincolati al rispetto della libertà di associazione e all’interruzione dei procedimenti giudiziari contro chi difende dei diritti umani e civili, per evitare che le risorse europee finanzino governi responsabili di pratiche persecutorie contrarie allo Stato di diritto.

Ue tra tutela dei valori e realpolitik

Il monito delle organizzazioni civili riapre il nodo politico che paralizza da tempo la linea comunitaria verso la Turchia. Per l’Unione europea, Ankara rappresenta un alleato indispensabile sul fronte orientale della Nato, un partner chiave nella gestione dei flussi migratori lungo la rotta balcanica e un attore geopolitico centrale negli equilibri energetici e di sicurezza del Mediterraneo orientale.

Spesso, questa dipendenza strategica ha spinto le capitali europee a limitare la risposta alle violazioni interne a richiami formali privi di conseguenze concrete. Tuttavia, secondo il report 2026 sull’allargamento di Ilga-Europe, tollerare l’azzeramento dello spazio civico in un Paese ancora formalmente candidato all’ingresso nell’Ue rischia di svuotare di credibilità i principi fondanti del blocco.

La sfida posta alle istituzioni europee è tanto chiara quanto complessa: decidere se la stabilità diplomatica con la Turchia debba continuare a prevalere sulla difesa inderogabile dei diritti umani, o se sia il momento di tradurre i richiami verbali in vincoli contrattuali rilevanti ai fini del rapporto tra Ankara e Bruxelles.

La stretta di Ankara: leggi sull’oscenità e chiusure forzate

Negli ultimi anni il governo Erdoğan ha aumentato progressivamente la stretta sulla comunità Lgbtqi+ con il pretesto di tutelare la famiglia e perseguire reati di “oscenità”, prostituzione e associazione a delinquere. La magistratura turca ha moltiplicato le ispezioni amministrative e i procedimenti di scioglimento contro le realtà della società civile: dal 2021 almeno sei associazioni hanno affrontato tentativi formali di chiusura forzata, tra cui il caso emblematico dell’organizzazione giovanile Genç Lgbti+, colpita da un ordine di scioglimento giudiziario.

A questo apparato si aggiunge il divieto sistematico delle manifestazioni pubbliche: dal 2014 i Pride sono interdetti nelle principali città del Paese, da Istanbul ad Ankara, e i tentativi di corteo nei campus universitari vengono regolarmente dispersi con l’uso della forza e fermi di polizia. L’attività repressiva si è estesa anche al perimetro digitale, con indagini e controlli alimentati da canali governativi, come i questionari promossi dal centro di comunicazione presidenziale (Cimer), che presentano le persone Lgbti+ come una minaccia per l’istituto familiare.

Persone Lbtqi+”pervertite” e responsabili della crisi demografica turca

Nonostante le scene provenienti di Ankara, in Turchia le relazioni omosessuali non sono illegali ma l’omofobia è dilagante. Per il presidente Erdoğan, le persone Lgbtqi+ sono “pervertite” e responsabili della crisi demografica turca. Le autorità affermano che l’obiettivo delle operazioni è garantire che la società non consideri le attività Lgbtq+ come “normali” e che i raid sono stati effettuati per “proteggere i bambini, l’istituzione della famiglia e i nostri valori morali condivisi”.

Secondo i dati TurkStat, tra il 2013 e il 2023, la Turchia ha registrato un netto calo del tasso di fertilità totale (da 2,11 a 1,51). Un crollo verticale ma in linea con i tassi di natalità degli altri Paesi sviluppati, con l’Italia e la Spagna che contano il dato peggiore a livello europeo.

I numeri certificano una regressione costante sul piano delle tutele fondamentali. Nell’edizione 2026 della Rainbow Map di Ilga-Europe, l’indice annuale che misura il livello di protezione legale e politica delle persone Lgbti+ in quarantanove Paesi europei e dell’Asia centrale, la Turchia si colloca al 47° posto con un punteggio di appena il 5%, posizionandosi poco sopra Russia e Azerbaijan.

L’annuncio del ministro della Giustizia

Il ministro della Giustizia Akin Gurlek ha confermato che i blitz rientrano nel contesto dell’operazione “La mia famiglia è al sicuro”, proclamato dal presidente turco Erdoğan, per “proteggere i nostri figli, l’istituzione della famiglia e l’ordine sociale”. “Sono stati avviati procedimenti legali contro 162 sospettati, 9 organizzazioni e 13 aziende in un totale di 15 province”, tra cui Istanbul e Ankara, ha specificato il ministro su X.

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