Gli Houthi filo-Iran mettono le mani su Bab el-Mandeb: la tenaglia dell’Iran sul petrolio mondiale

Anche la porta del Mar Rosso finisce sotto controllo (indiretto) dell'Iran: a rischio l'alternativa a Hormuz per greggio e rotte verso l’Europa. Mentre l'Arabia Saudita potrebbe chiedere sostegno al neonato Makkah Joint Defence Agreement, allargando il conflitto
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Nave nello Stretto di Bab el-Mandeb
Nave nello Stretto di Bab el-Mandeb (Afp)

Dopo Hormuz, tocca allo Stretto di Bab el-Mandeb, già ‘in bilico’ dal 2024. Gli Houthi, milizia sciita yemenita appoggiata dall’Iran, hanno preso il controllo de facto dell’angusto passaggio, uno dei più importanti al mondo per il commercio. Le paure di una mossa a tenaglia capitanata da Teheran su entrambi i principali corridoi petroliferi (e commerciali) della regione stanno dunque prendendo forma, così come quella di un allargamento del conflitto. E soprattutto, prende corpo la novità inaugurata con l’attacco Usa-Israele contro l’Iran: l’uso degli stretti marittimi come arma negoziale.

Bab el-Mandeb, largo meno di 30 km di chilometri nel suo punto strategico, non è fisicamente chiuso ma nei giorni scorsi gli Houthi, con grande rapidità, hanno conquistato postazioni chiave per controllarlo de facto; tra queste, soprattutto l’isola di Perim, situata al centro del passaggio, e le isole Hanish. Le navi possono continuare a transitare e la milizia sostiene che non impedirà il traffico internazionale ma solo quello da e per l’Arabia Saudita, sua nemica. Ma come è già successo per Hormuz, per paralizzare una rotta commerciale non è necessario occuparla con una flotta. Basta renderla abbastanza pericolosa da convincere armatori e assicuratori a non utilizzarla.

La tenaglia tra Hormuz e Bab el-Mandeb

Per capire il problema basta guardare una mappa. A est della penisola arabica si trova lo Stretto di Hormuz, da cui normalmente passerebbe una parte fondamentale delle esportazioni di petrolio e gas del Golfo Persico. Il conflitto con l’Iran ha drasticamente ridotto il traffico attraverso questa rotta. A ovest c’è Bab el-Mandeb, che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez e al Mediterraneo. È la via attraverso cui può uscire verso l’Europa anche parte delle esportazioni saudite che evitano Hormuz. E per le merci che viaggiano tra Asia ed Europa è, in pratica, l’ingresso della scorciatoia che evita di circumnavigare l’Africa.

Durante gli ultimi mesi proprio questa seconda direttrice era diventata una delle alternative per il mercato petrolifero mondiale. L’Arabia Saudita poteva infatti trasferire il greggio dai giacimenti orientali fino alla costa occidentale utilizzando l’oleodotto East-West, per poi caricarlo sulle petroliere nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Il sistema insomma permetteva di aggirare Hormuz. Ora questa soluzione viene meno.

Colpita anche la grande via terrestre del petrolio saudita

Non solo. L’oleodotto East-West, lungo circa 1.200 chilometri e capace negli ultimi mesi di trasferire tra 4 e 5 milioni di barili al giorno – approssimativamente al 4-5% dell’offerta petrolifera mondiale -, è stato temporaneamente chiuso dopo un attacco con droni contro l’infrastruttura a sud di Medina.

L’attacco è partito dal territorio iracheno, dove operano altre milizie sciite, sostenute anche in questo caso dall’Iran. Non c’è stata un’immediata rivendicazione e quindi non è possibile attribuire con certezza l’azione a un gruppo specifico, ma il quadro che emerge è quindi quello di una mossa a tenaglia architettata dall’Iran per strozzare il commercio mondiale e ottenere maggior leva negoziale.

Il petrolio mondiale ha perso le sue vie di fuga

La chiusura dell’East-West ha lasciato l’Arabia Saudita con quantità limitate di petrolio già disponibili per l’esportazione sulla costa occidentale. Secondo fonti e analisti citati da Reuters, Yanbu dispone di riserve sufficienti soltanto per alcuni giorni ai ritmi precedenti e una riparazione prolungata dell’oleodotto potrebbe sottrarre al mercato una quota significativa dell’offerta mondiale.

Come risultato, il Brent stamattina è aumentato del 3, tornando oltre 108 dollari al barile, mentre il costo del trasporto via mare e quello delle assicurazioni stanno aumentando perché prezzano il nuovo rischio del passaggio attraverso Bab el-Mandeb e la possibilità che una parte crescente dell’energia del Golfo non disponga più di una rotta di esportazione affidabile.

Bab el-Mandeb non riguarda soltanto il petrolio

Ma la questione non finisce con il petrolio: lo stretto è anche una delle arterie principali del commercio tra Asia ed Europa. Se questa via diventa troppo rischiosa, la principale alternativa consiste nel circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, il che significa più giorni di navigazione, maggiore consumo di carburante, più navi necessarie per trasportare la stessa quantità di merci, premi assicurativi superiori e costi logistici maggiori. In una parola: inflazione.

Un secondo fronte della guerra con l’Iran

L’offensiva Houthi, strettamente collegata alla guerra con l’Iran, rischia di regionalizzare il conflitto in corso con gli Usa, aprendo potenzialmente un fronte pericoloso. Il Paese più direttamente esposto è infatti l’Arabia Saudita, che si trova contemporaneamente di fronte agli attacchi della milizia filo-sciita provenienti dallo Yemen, alla minaccia contro la propria navigazione nel Mar Rosso, alla vulnerabilità dell’oleodotto East-West e al rischio di una nuova guerra su larga scala lungo il confine meridionale.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman oggi ha incontrato a Gedda il comandante del Central Command americano, l’ammiraglio Brad Cooper, e ha chiesto agli Stati Uniti assistenza militare contro gli Houthi. Washington, secondo Reuters, non ha finora accettato di intervenire direttamente, offrendo invece intelligence e sostegno al targeting.

Questo mostra il cambio degli equilibri nella regione, con gli Usa non più garanti di stabilità o protezione, e con i Paesi dell’area che potrebbero essere spinti verso una ‘diplomazia parallela’ con Teheran, autonoma dagli Stati Uniti, e verso una strategia di sicurezza anch’essa autonoma.

Si tratta di un processo già iniziato, con la stipula lo scorso 7 agosto del Makkah Joint Defence Agreement, il nuovo patto di difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia.

Il nuovo patto della Mecca e il rischio di allargamento

L’accordo prevede un principio molto impegnativo: un attacco armato contro uno dei tre Paesi viene considerato un attacco contro tutti. La nuova offensiva Houthi è quindi diventata immediatamente il primo vero banco di prova del patto.

Il Pakistan, che peraltro sta contemporaneamente cercando di mediare tra Washington e Teheran e mantiene rapporti con l’Iran, ha precisato il 10 settembre che non è ancora in discussione una risposta militare nell’ambito dell’accordo. Islamabad ha però ribadito che agirà in base agli obblighi previsti dal trattato quando le circostanze lo richiederanno.

Una guerra finora combattuta dagli Stati Uniti contro l’Iran, dall’Iran nel Golfo e attraverso milizie alleate in Iraq e Yemen potrebbe così coinvolgere direttamente altre due importanti potenze militari regionali, una delle quali (il Pakistan) dispone di armi nucleari e l’altra (la Turchia), è membro della Nato.

Il problema per l’Europa arriva attraverso Suez

Per l’Unione europea la crisi presenta almeno tre rischi contemporanei. Il primo è energetico. Se una parte rilevante delle esportazioni del Golfo rimane intrappolata tra Hormuz, l’East-West e Bab el-Mandeb, petrolio e carburanti diventano più costosi. E questo, per economie europee fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, significa maggiore inflazione e minore potere d’acquisto.

Il secondo è commerciale. Una nuova deviazione strutturale del traffico Asia-Europa attorno all’Africa aumenterebbe i costi di trasporto e allungherebbe le catene di approvvigionamento di industrie che dipendono da componenti e materie prime asiatiche.

Il terzo è monetario. Uno shock simultaneo su energia e logistica può riportare pressione sui prezzi proprio mentre le banche centrali cercano di controllare l’inflazione. La conseguenza più difficile da gestire sarebbe la combinazione di crescita debole e prezzi elevati: una forma di shock stagflazionistico.

Ce n’è infine un quarto, che è già una certezza: l’Ue ha già la guerra alle porte di casa a Est, in Ucraina, e ora vede allargarsi alle porte meridionali un altro conflitto che non ha voluto, su cui non ha avuto voce in capitolo e su cui continua a non incidere. Ma i cui effetti continua a subire.

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