Petrolio nell’Artico, la Norvegia continuerà a trivellare: “L’Ue deciderà se comprarlo”

Oslo punta sul Mare di Barents per mantenere produzione ed esportazioni almeno fino al 2035. Il ministro Aasland: “Serve anche agli interessi europei”
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Piattaforma petrolifera
Piattaforma petrolifera (immagine di repertorio - Canva)

La Norvegia non intende smettere di trivellare nel Mare di Barents in cerca di petrolio e gas, nonostante la posizione contraria dell’Unione europea, che sostiene lo stop a nuove trivellazioni nell’Artico per ragioni ambientali. Anche il ruolo del Paese come “batteria verde” dell’Europa – dovuto al surplus di energia rinnovabile prodotta dal Paese scandinavo grazie a un’ampia rete di bacini idrici e corsi d’acqua -, sta tramontando. “Era un’idea sbagliata“, ha affermato il ministro dell’Energia Terje Aasland a Reuters.

La Norvegia, da sola, non può bilanciare il mercato energetico europeo, ha sottolineato ancora Aasland. Ma il Paese, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è diventato comunque il principale fornitore di gas naturale europeo, coprendo circa il 30% dei consumi di Ue e Regno Unito.

Ecco perché, ha dichiarato il ministro, “nell’attuale contesto geopolitico e di sicurezza, e vista la situazione delle risorse, credo che la prosecuzione delle attività nel Mare di Barents serva sia agli interessi norvegesi che a quelli europei“.

Mantenere invariata la produzione di petrolio e gas

L’intenzione del governo è perciò quella di mantenere invariata almeno fino al 2035 l’attuale produzione di petrolio e gas. Per fare questo, cercare nuove risorse è fondamentale, dato che le previsioni indicano un rilevante calo dal 2030.

La strategia non si limita alle dichiarazioni politiche. Nel maggio 2026 il governo norvegese ha ampliato la tornata annuale di concessioni petrolifere, la APA 2026, aggiungendo 70 blocchi alla superficie disponibile per l’esplorazione: 38 si trovano proprio nel Mare di Barents, 22 nel Mare del Nord e 10 nel Mare di Norvegia. Le nuove licenze dovrebbero essere assegnate all’inizio del 2027.

La scelta di Oslo accentua il contrasto tra il ruolo della Norvegia come fornitore energetico strategico del continente e gli obiettivi climatici europei, con Bruxelles che sostiene una moratoria sulle forniture di idrocarburi artici e di nuove trivellazioni nell’Artico per motivi ambientali, anche se la Commissione sta attualmente rivedendo la propria politica artica alla luce del nuovo scenario geopolitico ed energetico.

C’è tuttavia anche un punto più strettamente pratico, sottolineato dalle organizzazioni ambientaliste, e cioè che prolungare la dipendenza dai combustibili fossili può essere una scelta economicamente non azzeccata, nel momento in cui la domanda per questo tipo di energia calasse a favore delle fonti rinnovabili (tendenza già in atto).

Ma Aasland è chiaro: “Svilupperemmo queste aree, e poi spetterà all’Ue decidere se imporre una moratoria sull’acquisto di quel gas o petrolio“. Mentre le aziende sottolineano che se Bruxelles non accettasse più energia da Oslo, loro avrebbero la flessibilità per poter esportare altrove.

Invalidate in tribunale le licenze per tre giacimenti

Intanto, il Tribunale distrettuale e la Corte d’appello del Paese hanno dato ragione a due gruppi ambientalisti (Greenpeace Nordic e Natur og Ungdom [Young Friends of the Earth Norway]) in una causa contro lo Stato norvegese relativamente alle autorizzazioni governative per tre giacimenti: Breidablikk, operato da Equinor; Tyrving, operato da Aker BP; Yggdrasil, operato da Aker B. I primi due sono già attivi, mentre Yggdrasil dovrebbe entrare in produzione nel 2027.

I giudici hanno stabilito che il governo non ha valutato adeguatamente gli effetti delle emissioni generate dalla successiva combustione del petrolio e del gas estratti nei tre giacimenti (le cosiddette emissioni downstream/Scope 3). Tuttavia non hanno ordinato alle aziende di interrompere la produzione durante il contenzioso e hanno rimandato all’esecutivo di colmare le carenze normative rilevate sul tema.

Per il governo, ovviamente, le autorizzazioni date alle compagnie petrolifere sono valide e non devono essere annullate; lo scorso dicembre l’esecutivo si è appellato alla Corte suprema norvegese chiedendo di ribaltare le pronunce di grado inferiore. In questi giorni (24-27 agosto) le parti si sono incontrate davanti all’ultimo tribunale. La sentenza definitiva è prevista entro la fine dell’anno.