La Segreteria di Stato della migrazione svizzera (Sem) ha confermato i trasferimenti verso l’Italia dei cosiddetti “dublinanti“, i richiedenti asilo entrati nell’area Schengen attraverso le coste italiane prima di spostarsi in Svizzera. I primi voli sono stati programmati per la fine di agosto 2026, ponendo fine a un blocco unilaterale imposto da Roma nel dicembre 2022 per saturazione del sistema nazionale di accoglienza.
A un primo sguardo, la mossa elvetica sembra ricalcare l’iniziativa intrapresa dalla Germania, ma i due casi hanno differenze sostanziali sul piano del diritto, della gestione dei confini e dei rapporti di forza con l’Unione europea.
Il perno del nuovo Patto Ue e la differenza tra i due casi
Alla radice della decisione svizzera vi è l’entrata in vigore, il 12 giugno 2026, della riforma del Sistema europeo comune di asilo (Geas) e del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Sebbene la Svizzera non sia uno Stato membro dell’Unione europea, è pienamente associata agli accordi di Schengen e al Regolamento di Dublino.
Per quasi quattro anni, l’Italia ha sospeso l’accoglienza dei richiedenti asilo riassegnati dai partner europei, invocando circostanze eccezionali legate all’elevato numero di sbarchi via mare. Con il varo del nuovo quadro normativo comunitario — che mantiene il principio cardine della responsabilità del Paese di primo ingresso, pur introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria — Berna, al pari di Berlino, considera decaduta la moratoria de facto esercitata dal governo italiano.
Tuttavia, mentre la Germania ha trasformato la ripresa dei trasferimenti in una vertenza ad altissima intensità politica, la strategia di Berna segue una traiettoria più tecnica e strutturata, anche per l’esistenza di un rapporto bilaterale unico con Roma.
La prima differenza: il confine terrestre e il doppio binario svizzero
La distinzione fondamentale tra il caso tedesco e quello svizzero risiede nella geografia e negli strumenti giuridici a disposizione dei Paesi.
La Germania non confina direttamente con l’Italia: qualsiasi movimento secondario tra i due Paesi attraversa territori terzi (Austria o la stessa Svizzera). I rimpatri da Berlino a Roma avvengono quasi esclusivamente per via aerea e ricadono unicamente sotto la disciplina procedurale di Dublino per le persone che hanno formalizzato una domanda di protezione internazionale in territorio tedesco.
La Svizzera, al contrario, condivide con l’Italia centinaia di chilometri di frontiera terrestre e gestisce la pressione migratoria attraverso un doppio binario:
- L’Accordo bilaterale di riammissione: anche durante gli anni di blocco di Dublino (2022–2026), l’Italia non ha mai interrotto la riammissione immediata alla frontiera italo-svizzera dei migranti irregolari che non presentavano domanda d’asilo nella Confederazione. Questo canale di cooperazione di polizia di frontiera è rimasto pienamente attivo con procedure semplificate di respingimento;
- I trasferimenti Dublino: riguardano esclusivamente chi ha formalmente richiesto asilo in Svizzera dopo essere stato fotosegnalato in Italia. È unicamente su questa specifica categoria che si applicava lo stallo e su cui ora Berna riapre i collegamenti aerei.
La seconda differenza: scontro politico contro gradualità tecnica
Il contesto politico che muove Berlino e Berna è nettamente asimmetrico.
In Germania, la pressione del dibattito interno, le scadenze elettorali e la crescita delle forze di opposizione hanno spinto il governo Merz a una prova di forza: la reintroduzione dei controlli sistematici a tutti i confini terrestri, la minaccia di respingimenti diretti e la richiesta di un’applicazione rigida dei rimpatri verso i Paesi di primo approdo nel Mediterraneo.
La Svizzera adotta invece un profilo esplicitamente pragmatico. La portavoce della Segreteria di Stato della migrazione, Magdalena Baker, ha chiarito che i trasferimenti verso l’Italia avverranno “in modo graduale”, nell’interesse di “gestire la ripresa in maniera sostenibile per entrambe le parti, affinché il sistema funzioni in modo duraturo e non venga sovraccaricato”. Berna intende evitare frizioni diplomatiche che possano compromettere la cooperazione transfrontaliera quotidiana tra la Guardia di finanza italiana e le guardie di confine svizzere.
Il nodo dei casi pregressi: il crinale del 12 giugno
Un elemento di forte attrito tecnico comune a entrambi i dossier riguarda la gestione del pregresso. Roma sostiene che le riammissioni debbano essere limitate ai soli migranti giunti sul territorio europeo dopo l’entrata in vigore del Patto sulle migrazioni (12 giugno 2026). Da qui il “no” del Viminale alla richiesta di Berlino sui dublinanti.
Se Berlino aveva negoziato a fine 2025 un’intesa transitoria per gestire i casi rimasti in sospeso, riconoscendo in un certo modo la non retroattività automatica del Patto sulle migrazioni, la Svizzera è in una posizione diversa. Le autorità elvetiche, infatti, hanno specificato di non aver sottoscritto alcun accordo che escluda automaticamente dai trasferimenti i circa 650 richiedenti asilo censiti in Svizzera prima del 12 giugno 2026.
La gestione di queste posizioni costituirà il vero banco di prova della tenuta amministrativa dell’intesa tra Roma e Berna nelle prossime settimane.
Cosa significa per l’Italia e per la tenuta di Schengen
Dopo la crisi di Ceuta, l’Italia ha irrigidito la propria posizione sul tema migranti, entrando in rotta di collisione con altri Paesi dell’area Schengen: prima (e soprattutto) Madrid, poi Berlino, e ora Berna.
Ora il Paese si trova a dover riassorbire flussi di ritorno dal Nord Europa mentre continua a fronteggiare gli arrivi primari attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.
Se la Germania usa il dossier migratorio anche per ridefinire i propri equilibri politici interni, la Svizzera insiste sul rispetto dei principi: per Berna, partecipare allo spazio comune di sicurezza senza essere membro dell’Unione richiede l’applicazione rigorosa dei regolamenti condivisi.

