“Molti credono che l’Europa stia rimanendo indietro“. E invece dipende da cosa si misura. Se si va oltre i dati tradizionali sulla crescita economica e si introducono nel discorso la qualità della vita, la salute, le disuguaglianze e la sostenibilità ambientale, il quadro infatti cambia parecchio. E l’Unione europea appare molto più solida di quanto non suggerisca l’attuale, infuocato dibattito sulla perdita di competitività. A chiarire perché e a chiedere di “andare oltre il Pil”, sono l’economista ed ex ministro Enrico Giovannini, attuale direttore scientifico ASviS, e Magalí Brosio, responsabile del programma New Economy Goals dello Zoe Institute for Future-Fit Economies, in un articolo pubblicato il 15 ottobre su Social Europe, intitolato ‘Measuring the Right Things Reveals a Stronger Europe (Misurare le cose giuste rivela un’Europa più forte)’.
E misurando le cose giuste, si scopre che tra il 2010 e il 2023 il benessere nell’Unione europea è cresciuto molto più che negli Stati Uniti, nonostante un andamento economico meno brillante. Il punto quindi, spiegano Giovannini e Brosio, è che gli indicatori tradizionali rischiano di offrire un’immagine distorta della competitività europea. Di conseguenza, il modo in cui viene misurato il progresso andrebbe ripensato.
L’Europa sta davvero perdendo terreno rispetto agli Stati Uniti?
Nel concreto, scrivono gli autori, tra il 2010 e il 2023 il Pil pro capite degli Stati Uniti è aumentato del 25%, mentre quello dell’Unione europea è cresciuto del 17%: una differenza rilevante, che contribuisce a spiegare perché il recupero della competitività sia diventato una delle principali priorità della Commissione europea.
Eppure, secondo una ricerca pubblicata nel 2026 dal Joint Research Centre (Jrc), il servizio scientifico della Commissione europea, citata dall’articolo, quando si analizzano indicatori più ampi (aspettativa di vita e distribuzione del Pil) si vede che, nel periodo considerato, l’indice di benessere dell’Unione europea è migliorato di 9,5 punti, contro appena 1,2 degli Stati Uniti. Si tratta di un progresso quasi otto volte superiore.
Non solo, ma la maggiore crescita del benessere europeo ha tenuto anche durante la successione di crisi che hanno interessato il continente negli ultimi anni, dalla pandemia allo shock energetico fino alle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina.
Questo non significa che l’Europa abbia risolto i propri problemi economici. Gli autori evidenziano che l’Unione dispone di minori risorse rispetto agli Stati Uniti per gli investimenti futuri, considerando capitale e competenze. Ma, secondo Giovannini e Brosio, la differenza con gli Usa dimostra che il Pil non può essere considerato l’unico indicatore del successo di un sistema economico.
Il rischio di una competitività misurata soltanto attraverso il Pil
Gli autori richiamano la posizione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo cui soltanto ciò che viene misurato finisce per orientare concretamente l’azione politica.
Il punto, quindi, è proprio scegliere che cosa misurare e quali risultati perseguire.
Se il benessere sociale, la decarbonizzazione e la qualità dell’occupazione rappresentano elementi fondamentali della competitività europea di lungo periodo, una strategia basata prevalentemente sulla deregolamentazione potrebbe produrre effetti contrari agli obiettivi che si vorrebbero raggiungere.
In particolare, Giovannini e Brosio mettono in guardia contro politiche che indeboliscono la protezione dei lavoratori o riducono le tutele ambientali in nome di una maggiore efficienza economica.
Il rischio è che l’Europa finisca per compromettere proprio alcune delle caratteristiche che ne costituiscono i punti di forza.
Ad esempio, attività fondamentali per il funzionamento della società, come il lavoro svolto gratuitamente nelle famiglie, non vengono normalmente registrate nel Pil. Allo stesso modo, la produzione economica tradizionale non incorpora pienamente le esternalità, i costi ambientali generati dalle attività produttive.
Per Giovannini e Brosio, è dunque necessario rendere chiari e dare un peso a contributi e costi che influenzano concretamente la qualità della vita e le prospettive economiche di lungo periodo.
Oltre il Pil: le Nazioni Unite propongono 31 indicatori
Il dibattito su come superare i limiti del Pil non è nuovo. Per anni, tuttavia, le numerose proposte elaborate a livello internazionale non si sono tradotte in un accordo. Oggi, secondo gli autori, esistono strumenti sufficientemente sviluppati per compiere un passo avanti. Il gruppo di esperti di alto livello delle Nazioni Unite sul Beyond GDP, del quale fa parte lo stesso Giovannini, ha proposto un quadro di riferimento internazionale composto da 31 indicatori, organizzati intorno a Benessere della popolazione, Equità e inclusione, Sostenibilità e resilienza, Pace, diritti umani e rispetto del pianeta.
L’obiettivo è consentire confronti tra Paesi che tengano conto non soltanto della produzione di ricchezza, ma anche della sua distribuzione, della qualità della vita e della capacità di garantire condizioni di benessere alle generazioni future.
L’Assemblea generale dell’Onu dovrebbe definire “presto” i prossimi passaggi per l’adozione di strumenti capaci di misurare il progresso oltre il Pil, spiegano gli autori, ricordando come anche l’Unione europea abbia già avviato iniziative in questa direzione. Il rapporto di previsione strategica del 2023 e l’Ottavo programma d’azione per l’ambiente hanno fornito un mandato per sviluppare un approccio in linea con queste considerazioni. Manca ancora, però, secondo Giovannini e Brosio, il passaggio a politiche europee vincolanti.
L’81% dei cittadini vuole indicatori diversi
La richiesta di cambiare prospettiva non arriva soltanto dagli economisti. Gli autori richiamano i risultati di un sondaggio realizzato nell’ambito di Merge, progetto finanziato dal programma europeo Horizon Europe, al quale entrambi partecipano.
L’indagine, condotta in sei Paesi europei, mostra che l’81% degli intervistati è favorevole all’utilizzo di indicatori diversi dal Pil per orientare le politiche nazionali. Si tratta di priorità come salute, lavoro, istruzione e casa, che riflettono una concezione del progresso economico più vicina alle condizioni concrete di vita delle persone rispetto ai soli indicatori della produzione.
Proprio la distanza tra queste aspettative e gli strumenti effettivamente utilizzati dalle istituzioni rappresenta, secondo gli autori, uno dei principali ostacoli da superare. Ma, spiegano i due esperti, i tempi sono ormai maturi.

