Perché l’Europa ha improvvisamente bisogno del tungsteno vietnamita (c’entrano armi e Cina)

Ecco come il Paese sud-est asiatico è diventato la chiave di volta per la difesa e la tecnologia comunitaria
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Bandiera vietnamita
(Canva)

C’è un tesoro nascosto nel sottosuolo del Vietnam che sta facendo tremare Pechino e sognare Bruxelles. Si chiama tungsteno e, affiancato da terre rare, antimonio, bismuto e bauxite, è il materiale strategico senza cui munizioni, microchip e transizione energetica semplicemente non possono esistere. Fino ad oggi la Cina ha tenuto in pugno i mercati globali razionando le esportazioni a proprio piacimento, ma ora l’Unione europea ha deciso di rompere il monopolio e puntare tutto su Hanoi. Secondo un’inchiesta esclusiva dell’agenzia Reuters, basata su documenti interni finora inediti, l’Ue è pronta a schierare un maxipiano di finanziamenti e partnership per garantirsi le risorse vietnamite e mettere a segno il più importante de-risking geopolitico del decennio.

La corsa a tungsteno e terre rare per il riarmo europeo

Il Vietnam ospita nel proprio sottosuolo enormi riserve di minerali critici, tra cui tungsteno, terre rare, antimonio, bismuto e bauxite (da cui si estrae il gallio come sottoprodotto). Finora le esportazioni destinate all’Unione europea sono state limitate principalmente a tungsteno e antimonio, due componenti essenziali per il settore della difesa utilizzati nella produzione di munizioni ed esplosivi.

In un documento riservato preparato a giugno 2026 dalla delegazione dell’Ue ad Hanoi e revisionato dall’agenzia di stampa, gli analisti europei hanno sottolineato la necessità impellente di riarmarsi e completare il de-risking – cioè limitare la vulnerabilità che crea la dipendenza da un altro Paese – nel minor tempo possibile. Il report avverte espressamente che l’Unione non può permettersi il lusso di ignorare il potenziale del Vietnam come fornitore alternativo, data l’abbondanza dei suoi giacimenti. L’esigenza di spezzare la dipendenza da Pechino è diventata critica soprattutto dopo che le restrizioni alle esportazioni imposte dalla Cina lo scorso anno hanno causato profonde interruzioni nelle catene di fornitura industriali europee.

Per sostenere l’industria estrattiva e di raffinazione vietnamita, i documenti raccomandano il ricorso a prestiti, sussidi a fondo perduto, assistenza tecnica, assicurazioni sui crediti all’esportazione e progetti di mappatura delle risorse. L’Ue intende concentrare il proprio sostegno sulla fase di lavorazione e raffinazione, considerata politicamente meno complessa rispetto alle operazioni minerarie dirette.

La rivalità con gli alleati occidentali e i rischi per le forniture comunitarie

I documenti riservati mettono però in guardia la Commissione europea sulla forte concorrenza esercitata da Paesi partner, che rischia di estromettere le aziende dell’Ue dal mercato vietnamita. Un caso emblematico riguarda il tentativo compiuto da entità di Australia, Stati Uniti e Canada di acquisire la quota di maggioranza nel complesso minerario di Masan High-Tech Materials, il principale produttore di tungsteno in Vietnam e storico fornitore dell’industria europea, in particolare di quella tedesca.

L’operazione è stata valutata dalle autorità europee come una potenziale minaccia per la stabilità delle forniture destinate all’Ue. Di recente, Masan ha ceduto una quota del 4,99% al gruppo statunitense Elmet Group, fornitore delle riserve strategiche della difesa Usa, ed è in trattative con un altro investitore extra-europeo per la cessione di un ulteriore 5%.

I documenti segnalano con preoccupazione anche un progetto avviato dall’australiana Lynas Rare Earths insieme alla sudcoreana LS Eco Energy per produrre metalli di terre rare in Vietnam utilizzando materie prime importate: un’iniziativa che rischia di “lasciare indietro l’Ue” se non si interverrà tempestivamente.

A queste dinamiche si sommano i fattori di rischio associati agli investimenti in Vietnam, tra cui la scarsa trasparenza sull’effettivo coinvolgimento della Cina, gli ostacoli normativi e il “nazionalismo economico” di Hanoi, che impone requisiti di trasferimento tecnologico.

La cornice economica: partnership strategica e il ruolo del commercio bilaterale

L’accelerazione sui minerali critici si innesta su relazioni commerciali già consolidate. Il Vietnam rappresenta il primo partner commerciale dell’Ue per lo scambio di merci nell’area dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, con un volume complessivo di scambi pari a 76 miliardi di euro nel 2025 (con un deficit commerciale per l’Ue di 51,7 miliardi) e uno stock di investimenti diretti esteri europei pari a 13,1 miliardi di euro.

I rapporti commerciali sono regolati dall’Accordo di Libero Scambio Ue-Vietnam (denominato “Evfta”), in vigore dal 1° agosto 2020. Nel gennaio 2026, le relazioni bilaterali sono state formalmente elevate a “Partnership Strategica Comprensiva”. La Dichiarazione Congiunta definiva una cooperazione ad ampio raggio che spazia dai minerali critici ai semiconduttori, fino all’intelligenza artificiale, alla transizione energetica (attraverso la Just Energy Transition Partnership e la strategia Global Gateway) e alla sicurezza marittima nel Mar Cinese Meridionale nel rispetto della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Il momento della svolta diplomatica è imminente: il leader vietnamita To Lam si recherà in visita ufficiale a Bruxelles la prossima settimana, con incontri con i vertici dell’Ue previsti per il 22 ottobre 2026, a ridosso del Vertice Europeo dedicato alla riduzione della dipendenza commerciale dalla Cina. Sul tavolo negoziale figurano le richieste di Hanoi per la ratifica dell’Accordo sulla Protezione degli Investimenti (Evipa) siglato nel 2019 – approvato finora da 18 Stati membri dell’Ue – e la rimozione dell’avviso europeo sulla pesca illegale, favorita dalla recente cancellazione del Paese dalla lista nera dei paradisi fiscali.

Il nodo etico: diritti umani, lavoro e lo spazio civico

Se la geopolitica spinge verso una maggiore integrazione, l’alleanza solleva forti perplessità sul fronte dei diritti fondamentali e della sostenibilità.

Nel corso della 15ª riunione del Gruppo Consultivo Interno dell’Ue (Eu Dag), tenutasi a maggio 2026, le organizzazioni sindacali e della società civile europea hanno espresso forte insoddisfazione per l’elevazione delle relazioni a Partnership Strategica Comprensiva. L’Eu Dag ha denunciato la mancanza di progressi tangibili nell’applicazione delle clausole su lavoro e ambiente dell’Evfta la mancata ratifica della sulla libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale, (n. 87), la carcerazione di attivisti ambientali e il progressivo restringimento dello spazio civico in Vietnam.

Anche durante il Dialogo Ue-Vietnam sui Diritti Umani, svoltosi il 2 luglio 2026 a Bruxelles, l’Unione europea ha sollevato serie preoccupazioni per le restrizioni alla libertà di espressione e associazione, le notizie di repressione transnazionale, la presenza di prigionieri politici e l’assenza di una moratoria sulla pena di morte.

Per l’Unione europea, la sfida decisiva consisterà nel bilanciare l’approvvigionamento sicuro delle materie prime necessarie alla transizione verde e alla difesa con il rispetto dei principi etici e dei diritti umani previsti dagli accordi comunitari.