Parigi. Ogni anno, per un giorno, Station F si trasforma nella vetrina dell’AI europea. Il 13 ottobre la conferenza ai-PULSE, giunta alla quarta edizione, ha riunito oltre 2.000 partecipanti e più di 70 speaker per parlare di accesso alla potenza di calcolo, mercati in rapido cambiamento e controllo di dati e infrastrutture. L’Adnkronos c’era e ha potuto parlare con i protagonisti e con i partecipanti.
A organizzarla è Scaleway, braccio cloud e AI del gruppo Iliad, che mira ad affermarsi come fornitore pienamente europeo di soluzioni integrate. “Non abbiamo filiali, dipendenti o azionisti fuori dall’Ue”, ha rivendicato il direttore generale Damien Lucas all’evento, durante il quale ha annunciato anche un nuovo supercomputer per l’AI in Svezia e il potenziamento della regione cloud di Milano.
L’attenzione alla dimensione europea non è né casuale, né dettata da progetti astratti di autarchia digitale, ma risponde direttamente ai rapidi cambiamenti nello scenario globale. Rappresentativo un altro annuncio di Lucas, relativo all’apertura di una nuova “Gpu Zone” (poli di calcolo per lo sviluppo di soluzioni IA) a Copenaghen. Dopo un anno segnato dalle turbolenze politiche scatenate dal presidente Usa Donald Trump e le sue mire sulla Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, lo stesso comune della capitale danese ha scelto di appoggiarsi a Scaleway: un riflesso molto pratico delle valutazioni danesi sull’aumento del rischio da oltreoceano.
L’Ue è in equilibrio tra un rapporto sempre più frastagliato con gli Stati Uniti, patria degli hyperscaler e dei giganti dell’AI a cui si appoggia la stragrande maggioranza delle aziende europee, e una relazione sempre più complessa con la Cina, altra superpotenza AI e fonte sia di modelli open-source che stanno rivoluzionando le industrie del Vecchio Continente, sia di prodotti ad alta tecnologia e basso costo che promettono di accelerarne la deindustrializzazione. Entrambe offrono soluzioni e prodotti tecnologici spesso insostituibili, entrambe implicano dipendenze con risvolti geopolitici che possono diventare rapidamente problematici. Questo il contesto a dir poco sfidante in cui si muovono le realtà Ue, dai ricercatori ai grandi player, che stanno tentando di tracciare la strada europea verso l’economia del futuro: loro stessi hanno idee diverse sullo stato della corsa.
Elisa Seghetti (Saturn Dynamics, Regno Unito)
Elisa Seghetti, torinese, è amministratrice delegata di Saturn Dynamics, startup italo-britannica che conta altri due cofondatori, un italiano (Simone Totaro) e uno spagnolo (Cesc Cunillera). L’azienda sviluppa world model per la robotica: ricrea un compito industriale in una simulazione, la utilizza per addestrare un robot e riserva alle prove nel mondo reale solo “l’ultimo 5%” del processo, riducendo spesso i progetti pilota “da 12 mesi a un paio di settimane”, come ha raccontato incontrando la stampa. La particolarità è che il processo non prevede l’uso di dati “egocentrici”, quelli generati dal punto di vista di un operatore umano: troppo imprecisi, puntualizza. Oggi Saturn Dynamics ha raccolto circa 3,5 milioni di euro e punta a 5-7 volte tanto nel 2027, partendo da automotive e aerospazio per poi guardare ai data center.
“Scommetto sul talento: stiamo trovando persone davvero forti. Non è vero che manca la voglia di fare, c’è gente con una fame enorme”, chiosa Seghetti, classe 2000. In Ue c’è talento, e tanto, sottolinea; e c’è un vantaggio nella physical AI, perché l’Europa ha “alcuni dei più grandi e longevi impianti industriali al mondo, quindi un volume di dati di processo accessibili che gli americani si sognano”. Ma Saturn ha scelto il Regno Unito per la velocità e la digitalizzazione della burocrazia, spiega: in Ue per un investimento serve portare tutte le parti in causa davanti a un notaio, “un attrito del tutto inutile”, mentre oltremanica – come negli Usa – “bastano una firma digitale e un bonifico”, portando la velocità di esecuzione complessiva a “un altro livello”.
Cosa potrebbe convincerla a rilocalizzarsi in Ue? Oltre alla velocità burocratica, delle politiche “ragionevoli” di trattenimento del talento, come la possibilità di possedere stock option alla maniera anglosassone o statunitense, spiega Seghetti. Dopodiché il mercato “deve essere coerente con una traiettoria di crescita non lineare”, vale a dire su scala per crescere, “e il mercato locale, americano o tedesco, è troppo piccolo. Il mercato Ue sarebbe abbastanza grande per un’azienda che scala, ma di fatto agiamo come 27 Paesi separati”, prosegue: risolti questi problemi, migrare in Ue inizierebbe ad avere senso economico. Da qui il sostegno a Eu Inc, la proposta del cosiddetto “28° regime”: “tutto ciò che va in quella direzione è sensato”.
Sul versante sociale e bancario serve “darsi una svegliata” rispetto alla cultura del fallimento, perché in Ue “se hai successo vieni giudicato, se fallisci vieni giudicato, e l’unica scelta è essere mediocri”. Con il risultato che i ricercatori ambiziosi finiscono negli Usa, dove “spesso ti danno soldi una seconda volta proprio perché hai fallito e hai imparato qualcosa che altri non hanno imparato. Ma anche sui successi, come quello di Bending Spoons e di molte altre società, trovano sempre qualcosa da ridire: siamo quelli che giudicano il calciatore in campo senza aver toccato palla”.
Ci sono degli esperimenti che iniziano a funzionare anche in Europa continentale, evidenzia l’imprenditrice: Zurigo sta diventando un polo di talento grazie al politecnico Eth, dove “tanti professori spingono i dottorandi verso l’imprenditoria”, mentre la Germania facilita “non poco” l’ecosistema di ricerca con molti fondi pubblici. Menzione d’onore per gli “impressionanti” successi recenti dei Paesi nordici, dove il mercato locale è “troppo piccolo, quindi devono vendere fin dal primo giorno su scala europea o globale. Parlano ottimamente l’inglese e gestiscono diversamente la proprietà intellettuale”, rileva Seghetti, ricordando che in Italia quest’ultima è assegnata all’università, che finisce per possedere il 5% delle startup, invece di restare in mano al ricercatore, “che è quindi molto più incentivato a fare ricerca di qualità e a costruirci un business senza intrecci con l’università”.
Tony Tung (Presage, Francia)
Tony Tung è co-fondatore e chief science officer di Presage, startup francese che applica i world models all’infrastruttura digitale per prevedere e prevenire guasti a cascata nei data center. Viene da dieci anni in Meta, da cui porta la cultura del “muoversi in fretta”, spiega incontrando i giornalisti. Il software tradizionale è reattivo, mentre Presage vuole anticipare i guasti, un tema urgente ora che “centinaia o migliaia” di agenti AI possono agire sul cloud a velocità di macchina: invece di leggere i log dopo l’incidente, l’azienda addestra i suoi modelli sulle interazioni tra processori e server per anticipare i problemi. Poiché lavora solo su configurazioni, eventi e telemetria, i dati sono più piccoli e il calcolo richiesto molto inferiore a quello per video e immagini, di cui si nutrono solitamente i world models: dunque Tung ritiene che anche delle piccole realtà europee possano arrivare alla frontiera dello sviluppo.
La visione di lungo periodo sono data center autonomi, con energia e raffreddamento ottimizzati e collocabili in regioni remote: “un deserto, un polo, il fondo del mare, ma anche la Luna o lo spazio”. Nel mentre, Presage sta avviando con l’École Normale Supérieure di Lione la co-supervisione di un dottorato sui world models per la sicurezza del cloud. Anche Tung si dice ottimista sul talento in Ue (“ci sono molti talenti e molti gruppi che fanno buona ricerca, di questo non sono preoccupato”) ma evidenzia problemi nella fase successiva: “si può certamente avviare un’impresa nell’IA, ma ci sono difficoltà se si vuole crescere e ottenere più fondi”, che le aziende finiscono per ottenere, insieme all’accesso a più potenza di calcolo, uscendo dall’Ue, spiega. La stessa Presage ha chiuso il pre-seed in Francia ma si espande negli Usa, perché “la maggior parte del cloud” è lì.
Andreas Geiger (KE:SAI, Germania)
Andreas Geiger è amministratore delegato di KE:SAI, laboratorio franco-tedesco di scienza aperta su world models e autonomia, nato come joint venture tra il francese Kyutai e l’Istituto Ellis di Tubinga. Parte dalla guida autonoma, ma punta ad altre forme di “incarnazione” dell’IA. Il suo giudizio sullo stato dell’arte è più drastico: “tutti sanno che stiamo perdendo terreno, i modelli di punta non vengono prodotti in Europa”, cosa che vale anche per l’AI fisica oltre ai grandi modelli linguistici (Llm). Sulla guida autonoma il ricercatore osserva che gli europei erano leader nel livello due, ma oggi le case europee “affidano i loro sistemi a fornitori americani o cinesi”, perché costruire qualcosa di equivalente è “estremamente difficile”.
Tra gli ostacoli allo sviluppo Geiger indica le restrizioni sui dati: “In Europa abbiamo bisogno di regole e possiamo andarne fieri, ma frenano il nostro progresso rispetto alle startup americane”. I dati sono il pilastro dell’AI fisica, quindi la sua richiesta è di non soffocare le startup all’inizio, quando hanno poche risorse. Il divario è quantificabile: i sistemi end-to-end di Nvidia o Huawei sono addestrati su 80mila ore di dati selezionati, ricavati da milioni di ore grezze, mentre i dati pubblici disponibili sono 5-10mila ore di contenuto. Anche se un world model può “prendere un dato e moltiplicarlo per mille”.
Come uscirne? “Quando si è indietro il modo migliore per recuperare è unire la comunità e sviluppare insieme”, facendo sistema a livello europeo e lavorando sulla condivisione. Il laboratorio di KE:SAI, che a fine 2027 dovrebbe contare una ventina di persone, vuole costruire “il Linux dell’AI fisica” e consolidare dati e benchmark, oggi frammentati, essenziali per legislazione e certificazione, mantenendo il tutto open source. Geiger ritiene che non ci siano problemi se un’azienda chiusa e con miliardi in finanziamenti si appropria dei suoi risultati: l’obiettivo è che i 200 costruttori di auto del mondo possano integrare la tecnologia e che le aziende europee non dipendano da sistemi chiusi, prodotti fuori dall’Ue.
Lisa Smith (Prewave, Austria)
Lisa Smith è fondatrice e amministratrice delegata di Prewave, azienda austriaca che usa l’AI per mappare i rischi nelle catene di fornitura, spesso visibili ai clienti solo al primo livello. I mercati principali sono le grandi aziende nei settori automotive, difesa e manifattura, anche se la società collabora con la Commissione europea e con vari governi. “Tra le prime dieci aziende del settore a livello mondiale siamo l’unica con sede in Europa”, rivendica Smith nel corso di una conversazione in cui, più che la corsa ai modelli sofisticati, pone l’accento sulle dipendenze strategiche dell’Ue.
In questo ambito, per quanto riguarda le materie prime critiche, il convitato di pietra è sempre la Cina, che nel corso del confronto commerciale con gli Usa ha implementato e raffinato i controlli al genere di esportazioni che sono cruciali anche per le industrie Ue. Questi restano una “minaccia costante” anche se la scadenza di novembre, dopo cui alcuni materiali non sarebbero stati più esportati, è slittata a gennaio. Peraltro, rileva Smith, le nuove leggi cinesi vietano alle aziende Ue di raccogliere informazioni sulle catene di fornitura in Cina. Come diversificare e ridurre il rischio? Per aprire miniere o raffinerie servono anni, è difficile chiedere alle aziende di diversificare se non esistono fornitori alternativi e “tutti pensano che il problema sia troppo grande per essere risolto”, dunque nessuno si muove proattivamente.
Prewave propone dunque di aggregare la domanda tra più aziende e settori, come difesa, automotive ed energia: il principio è quello di sviluppare fonti alternative anche se sono in Paesi alleati. Il protocollo proprietario dell’azienda, Wave, raccoglie questa domanda ai vari livelli della catena (nel rispetto della privacy dei dati) e la collega ad alternative esistenti o future: con accordi di acquisto a lungo termine e fornitori che si impegnano a vendere quando la fornitura sarà disponibile, quelle alternative diventano finanziabili. In questo i governi dovrebbero aiutare rendendo sostenibili le alternative finché non raggiungono la scala necessaria, sottolinea Smith.
Per quanto riguarda Wave, la dirigente sostiene che debba essere per le catene di fornitura ciò che Swift è per le banche: un sistema di comunicazione efficace. L’esempio è Nexperia, il produttore olandese di chip passato sotto controllo statale nel 2025, sviluppo a cui Pechino ha risposto con restrizioni all’export che all’improvviso hanno portato decine di fabbriche europee a fermare la produzione. Smith ricorda che in quella crisi “tante informazioni venivano scambiate per telefono ed email”: la risposta dovrebbe essere “quasi istantanea”, fermi restando la sovranità dei dati e il rispetto della privacy. Un sistema simile, sostiene, avrebbe “sicuramente” aiutato anche con lo shock del gas russo prima dell’invasione dell’Ucraina, garantendo più visibilità su offerta e domanda e comunicazioni più rapide tra governi e imprese.
Aude Durand (Scaleway, Iliad, Francia)
Aude Durand è presidente di Scaleway e vicedirettrice generale del gruppo Iliad, di cui guida la strategia sull’IA. Il suo punto di partenza è un’accusa all’autocommiserazione continentale: “in Europa tendiamo a una profezia che si autoavvera, diciamo sempre che non siamo abbastanza bravi e che non investiamo abbastanza, così nessuno si muove e non succede nulla”. Dal canto suo, Iliad ha tagliato la testa al toro investendo quattro miliardi di euro in due anni lungo l’intero stack di tecnologie, dai data center alle applicazioni (anche IA) per fare concorrenza alle soluzioni made in Usa. “Due anni fa si discuteva se in Europa servisse davvero potenza di calcolo”, mentre negli ultimi 12 mesi i consumi di servizi di AI su Scaleway sono cresciuti di 30 volte, perché le aziende sono passate dai progetti pilota alla produzione, racconta alla stampa.
Nemmeno sugli Llm la dirigente accetta la tesi della corsa perduta, indicando il gigante francese Mistral, che punta su compressione e ottimizzazione. Il nodo è far emergere delle startup che spesso finiscono per essere acquisite dai titani statunitensi o cinesi: la sua risposta passa dalla costruzione di aziende autosufficienti, principio che vale anche per Scaleway. “Non siamo certo vicini alle dimensioni degli hyperscaler, ma abbiamo un’attività con un enorme potenziale per diventare un campione europeo, e non vogliamo venderla a nessuno”, sottolinea, ricordando combattivamente che “i campioni di oggi non sono necessariamente i campioni di domani”, pur riconoscendo che solo la crescita su scala “permette di sopravvivere”.
Quello che non funziona è il quadro in cui le imprese europee crescono, prosegue la presidente di Scaleway: “parliamo sempre di mercato europeo, ma in realtà ce ne sono 27 diversi” e adattarsi alle regole nazionali senza squadre legali in ogni Paese è “un incubo”. Sul versante degli appalti, la dirigente ritiene assurdo che la preferenza europea sia stata un tabù per così tanto tempo: negli Usa “SpaceX non esisterebbe” senza gli acquisti di Nasa e governo. Meglio gli appalti dei sussidi, spiega, perché “con i sussidi si diventa pigri”.
Sulla sovranità Durand chiede definizioni chiare: ogni istituzione deve sapere a cosa va incontro, anche perché “non tutti hanno bisogno di una sovranità al cento per cento”, sottolinea, esprimendo apprezzamento per la bozza del Cloud and AI Development Act, anche se regolare la tecnologia in sé le sembra “quasi senza speranza” perché “la regolamentazione non è veloce quanto il progresso”.

