Il Consiglio europeo del 15-16 ottobre riapre il confronto sulle regole dell’immigrazione, con nuove richieste per rafforzare il trattenimento alle frontiere, prevenire gli ingressi irregolari e rendere più efficaci i rimpatri. A Bruxelles la premier danese Mette Frederiksen ha presentato un documento particolarmente restrittivo, sostenuto dall’Italia, mentre Giorgia Meloni ha chiesto una revisione mirata della legislazione europea sulle procedure di frontiera. Le proposte arrivano a poche settimane dall’approvazione delle nuove norme sui rimpatri e mentre la crisi di Ceuta continua a produrre conseguenze sul funzionamento dello spazio Schengen.
Secondo fonti diplomatiche europee, gli emendamenti presentati da Frederiksen alle conclusioni del vertice sarebbero “molto duri”, tanto da essere considerati politicamente vicini alle posizioni della destra. La premier, socialdemocratica e una dei tre leader della famiglia socialista presenti al Consiglio europeo, ha inoltre chiesto alla Commissione di esaminare la regolarizzazione straordinaria degli immigrati avviata dal governo spagnolo di Pedro Sánchez, ritenendola in contrasto con l’orientamento assunto da molti altri Paesi europei.
Le divergenze riguardano gli strumenti con cui gestire l’immigrazione irregolare, ma anche le conseguenze delle politiche nazionali sugli altri Stati membri. La discussione, inserita nell’agenda del Consiglio europeo già a giugno, punta a definire le prossime iniziative dell’Unione in materia di sicurezza delle frontiere e gestione delle emergenze migratorie.
La stretta sulle frontiere proposta da Danimarca e Italia
Prima dell’avvio dei lavori, Meloni, Frederiksen e il premier olandese Rob Jetten hanno organizzato una riunione informale con altri 15 Stati membri e la Commissione europea. L’incontro si è concentrato sulla prevenzione degli arrivi irregolari di massa, sulla strumentalizzazione dei migranti e sull’attuazione del nuovo quadro normativo europeo.
Secondo Palazzo Chigi, Meloni ha richiamato la crisi di Ceuta dell’estate scorsa e chiesto di mantenere alta la vigilanza sulle frontiere esterne, soprattutto per prevenire i rischi per la sicurezza. La presidente del Consiglio ha inoltre proposto una “revisione mirata” delle norme europee per rendere più efficaci le procedure di trattenimento dei migranti irregolari alle frontiere.
La richiesta italiana interviene su una materia già disciplinata dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e dalle nuove procedure per le frontiere. L’eventuale revisione dovrà quindi precisare quali strumenti rafforzare e come conciliarli con le garanzie previste per le persone interessate.
Il 1° ottobre il Consiglio dell’Ue ha inoltre approvato nuove norme sui rimpatri, che comprendono la possibilità di istituire centri in Paesi terzi sulla base di accordi specifici e disposizioni più rigorose per le persone considerate una minaccia alla sicurezza.
Il documento danese si inserisce in questo orientamento. Secondo una fonte diplomatica, Frederiksen avrebbe anche richiamato la composizione etnica di alcuni quartieri europei, sostenendo che in determinate zone non vi sarebbero più europei né persone bianche. Le parole, riferite da una fonte anonima, richiamano il dibattito danese sulle cosiddette “società parallele” e la legislazione introdotta nel 2018 per contrastare la segregazione abitativa, successivamente sottoposta all’esame della Corte di giustizia dell’Ue per possibili discriminazioni.
Lo scontro con la Spagna e la crisi di Schengen
La Danimarca contesta soprattutto la regolarizzazione straordinaria degli immigrati decisa dal governo Sánchez. Il provvedimento, rivolto a persone già presenti sul territorio spagnolo, ha raccolto oltre 1,17 milioni di domande tra aprile e giugno 2026, secondo i dati diffusi da Madrid. Le richieste non corrispondono ad altrettanti permessi concessi.
Il governo spagnolo considera la regolarizzazione uno strumento per favorire l’integrazione lavorativa e contrastare l’economia sommersa. Frederiksen teme invece che possa incentivare nuovi ingressi irregolari e ha chiesto alla Commissione europea di valutarne le conseguenze sugli altri Stati membri.
La controversia riguarda anche Schengen. Un permesso di soggiorno rilasciato dalla Spagna consente, nel rispetto delle condizioni previste, di viaggiare negli altri Paesi dell’area per brevi periodi, ma non attribuisce automaticamente il diritto di trasferirsi stabilmente o lavorare altrove.
Le tensioni si sono aggravate dopo la crisi migratoria di Ceuta e il ripristino dei controlli tra Italia e Spagna. Il 16 ottobre Roma ne ha annunciato un’ulteriore proroga di una settimana, motivata da esigenze di sicurezza. I controlli, introdotti il 1° agosto, interessano i collegamenti aerei e marittimi provenienti dalla Spagna, come ricostruito anche nelle precedenti dichiarazioni del ministro Piantedosi sulle conseguenze della crisi per Schengen.
Durante il vertice è però arrivato anche un segnale di distensione. Secondo fonti della delegazione spagnola, Meloni e Sánchez hanno concordato di affidare ai ministri dell’Interno Matteo Piantedosi e Fernando Grande-Marlaska il compito di lavorare alla rimozione dei controlli nel corso della settimana.
L’intesa non comporta una sospensione immediata delle restrizioni, ma apre un negoziato per superarle, mentre al Consiglio europeo prosegue il confronto sulle nuove misure per gestire gli ingressi irregolari.
Le proposte di Danimarca e Italia riguardano soprattutto prevenzione, trattenimento e rimpatri. Gli eventuali emendamenti alle conclusioni del Consiglio europeo definirebbero l’indirizzo politico dei Ventisette, mentre ulteriori modifiche delle regole comuni richiederebbero specifiche iniziative legislative.

