Flessibilità fiscale e caro energia: che cos’è la proposta di Roma e perché l’Ue non vuole allargare le maglie

Cosa prevede la clausola Ue, le richieste di Roma e Atene e i rischi sui bilanci
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Valdis Dombrovskis, Vicepresidente Esecutivo Della Commissione Europea (Sierakowski/Fotogramma)
Valdis Dombrovskis, Vicepresidente Esecutivo Della Commissione Europea (Sierakowski/Fotogramma)

Alla vigilia dell’Ecofin di oggi, il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha ribadito il “no” alle richieste di maggiore flessibilità fiscale avanzate da Italia e Grecia per affrontare il caro-energia. Dombrovskis ha sottolineato “la necessità di usare prudenza, soprattutto alla luce degli attuali sviluppi del mercato obbligazionario” ricordando che “elementi del quadro di bilancio già offrono un sostegno” ai Paesi Ue. Sebbene il dossier della flessibilità fiscale non figuri formalmente come punto di voto all’ordine del giorno, il tema sarà discusso informalmente dai ministri dell’Economia dei Paesi Ue riuniti oggi a Lussemburgo.

Ma perché l’Ue ritiene che ampliare ulteriormente le deroghe finirebbe per minare la credibilità dell’intero assetto fiscale dell’Unione? Quali conseguenze avrebbe una maggiore flessibilità fiscale sui mercati obbligazionari e sui bilanci dei Paesi interessati?

La richiesta di Roma e Atene e lo stop di Bruxelles

A innescare il confronto è stata la lettera inviata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, seguita da un’iniziativa analoga del premier greco Kyriakos Mitsotakis. I due governi hanno chiesto che il calcolo dei parametri del deficit e della spesa netta ammissibile tenga conto dell’impatto straordinario dell’inflazione importata dai mercati energetici. L’obiettivo dichiarato è poter destinare maggiori risorse pubbliche al sostegno diretto di famiglie e imprese senza incorrere in deviazioni sanzionabili nell’ambito delle procedure per disavanzo eccessivo (per cui a settembre è stata confermata la procedura d’infrazione a carico dell’Italia).

“Non possiamo continuare a introdurre nuove forme di flessibilità fiscale”, ha ribadito Dombrovskis, avvertendo che sommare continue eccezioni eroderebbe l’architettura delle regole appena riformata. Secondo la Commissione, la tutela dei bilanci pubblici impone che gli aiuti contro i rincari siano strettamente temporanei e mirati unicamente ai soggetti più vulnerabili, anziché tradursi in interventi a pioggia finanziati a debito.

Che cos’è la flessibilità fiscale e il perimetro della spesa netta

Nel quadro della governance economica dell’Ue, la flessibilità fiscale rappresenta l’insieme di deroghe e clausole che consentono a uno Stato membro di deviare temporaneamente dal percorso prefissato di riduzione del disavanzo e del debito pubblico.

Con la riforma del Patto di stabilità, il parametro cardine non è più il solo deficit nominale al 3% del Pil, bensì la traiettoria della spesa primaria netta, ovvero la spesa pubblica al netto delle entrate discrezionali, della spesa per interessi e delle componenti cicliche della disoccupazione. Questo significa che Bruxelles non misura tutta la spesa dello Stato, ma guarda alla parte su cui il governo ha un controllo più diretto. Vengono esclusi gli interessi sul debito, perché dipendono anche dai tassi di mercato; la maggiore spesa per sussidi di disoccupazione dovuta automaticamente a una recessione; le uscite finanziate con fondi europei; e le misure una tantum. Anche le modifiche deliberate a tasse e contributi vengono considerate a parte: se un governo finanzia una spesa aggiuntiva con nuove entrate permanenti, l’effetto non viene trattato come un semplice aumento della spesa netta.

Attivare una clausola di flessibilità significa scorporare determinate voci di spesa dal tetto massimo consentito: le somme investite in specifici ambiti approvati non vengono conteggiate come violazione dei vincoli europei. La richiesta avanzata da Italia e Grecia mirava a estendere questo meccanismo oltre gli investimenti strutturali, consentendo un margine extra di spesa corrente per ammortizzare i costi energetici e neutralizzare l’effetto dell’inflazione sulla traiettoria concordata.

Le conseguenze sui bilanci dei singoli Stati

L’eventuale ampliamento delle maglie della flessibilità produce effetti divergenti sulle finanze pubbliche nazionali:

  • Allentamento della pressione nel breve periodo: permetterebbe ai governi di sterilizzare aumenti di accise, erogare bonus bollette e sostenere le filiere industriali energivore senza dover tagliare altri capitoli di spesa o aumentare le imposte;
  • Aumento del debito e ritardo nel rientro dai disavanzi: per Paesi ad alto debito come l’Italia (sopra il 135% del Pil) e la Grecia, finanziare misure correnti in deficit accresce lo stock complessivo delle passività statali, allontanando l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo;
  • Costi di rifinanziamento e reazione dei mercati: in uno scenario di tassi d’interesse non più azzerati, un maggior ricorso al deficit per spesa non produttiva espone i titoli di Stato a incrementi del premio al rischio (spread) e aggrava l’onere per il pagamento degli interessi passivi nei bilanci futuri, traducendosi in un minori servizi (e/o maggiori costi) per la collettività;
  • Asimmetria nel mercato unico: gli Stati con ampi spazi fiscali (come la Germania o i Paesi nordici) potrebbero mobilitare sussidi molto più consistenti rispetto agli Stati periferici, alterando la parità competitiva tra imprese all’interno dell’Ue.

Queste ricadute spiegano l’opposizione della Commissione e dei cosiddetti Paesi frugali: una flessibilità indiscriminata rischierebbe di trasformare interventi congiunturali in deficit strutturale permanente.

Cosa è già stato concesso a Italia e Grecia

La fermezza di Bruxelles si fonda sul fatto che margini di manovra straordinari sono già stati formalmente accordati. Nel corso del 2026 la Commissione ha esteso la portata della clausola nazionale di salvaguardia, inizialmente concepita per le spese militari legate al riarmo europeo, anche agli investimenti strategici per la sicurezza energetica.

I Paesi membri possono escludere dal computo della spesa netta investimenti nella resilienza energetica fino allo 0,3% del Pil all’anno tra il 2026 e il 2028, con un tetto cumulativo massimo dello 0,6% del Pil nell’arco del triennio. Diversamente da quanto richiesto dall’Italia, la deroga è riservata a infrastrutture di rete, stoccaggio, energie rinnovabili, pompe di calore e diversificazione degli approvvigionamenti. I sussidi generalizzati ai combustibili fossili sono esplicitamente esclusi dalla clausola.

La quota energia rientra nel tetto complessivo dell’1,5% del Pil su base pluriennale autorizzato dalla Commissione, che include anche i programmi di spesa per la difesa. Questa percentuale rappresenta il margine complessivo di spesa straordinaria che uno Stato può utilizzare nell’arco di più anni senza che incida pienamente sul percorso di bilancio concordato con Bruxelles. Dentro quel plafond devono però convivere due voci: gli investimenti per la sicurezza energetica e quelli per la difesa. Se un Paese usa una parte significativa dello spazio per energia, ne resta meno per programmi militari; e viceversa.

Nel caso dell’Italia, la richiesta presentata formalmente l’11 settembre ha ottenuto la valutazione favorevole della Commissione per l’attivazione della clausola di salvaguardia su un pacchetto complessivo pluriennale di investimenti. Per l’esecutivo Ue, tale concessione, analoga a quella riconosciuta ad Atene, rappresenta il limite massimo invalicabile entro cui conciliare le esigenze di sicurezza dell’approvvigionamento con la sostenibilità fiscale di medio termine.

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