La Cina sembra già scommettere sul fatto che l’Europa finirà per cedere. Perciò, all’Europa, oltre al piano A – la negoziazione –, servirà un piano B, preciso e credibile, da far scattare alla bisogna: l’istituzione di un nuovo quadro difensivo. Pascal Lamy, ex direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) ed ex commissario europeo per il Commercio, in un’intervista pubblicata il 5 ottobre su Le Grand Continent è molto chiaro: l’Unione deve rispondere al massimalismo industriale del Partito comunista cinese, perché Pechino “sta uccidendo l’industria del blocco”, e, più ampiamente, “il libero commercio mondiale”. Analisti, economisti e istituzioni finanziarie parlano di un ‘China shock 2.0’, dopo quello seguito all’ingresso del Paese asiatico nell’Omc, 25 anni fa.
Con Pechino un deficit commerciale da 1 mld al giorno
Per Lamy l’Unione si trova a un punto di svolta nei suoi rapporti con la Cina: se questa non accetta di riequilibrare gli scambi, e non sembra intenzionata a farlo, Bruxelles dovrà rafforzare notevolmente la propria difesa commerciale per proteggere la propria industria.
Il dibattito dunque, come nota su LinkedIn Matteo Villa, ricercatore senior presso Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e direttore dell’Ispi Data Lab, si sta spostando sempre più dal ‘se’ proteggersi al ‘come’ proteggersi.
Questo perché “negli ultimi anni non è aumentata solo la pressione economica cinese, sono aumentati anche i tentativi di coercizione economica, cioè i casi in cui Pechino ha tentato di trasformare le dipendenze commerciali dell’Ue in strumenti di pressione politica”, spiega Villa.
Basta un solo, plastico dato, a fotografare il punto a cui siamo arrivati: nel 2025 il deficit dell’Unione verso la Cina ha raggiunto i 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo al giorno. E nessun Paese membro si salva.
Il vento è cambiato: Merz e Macron chiedono più tutele
Bruxelles ha ripetuto più volte in questi mesi che un tale deficit è “insostenibile”, ma negli anni passati non è stato possibile adottare contromisure. Solo due anni fa, la Germania e altri quattro Paesi hanno votato contro i dazi sulle auto elettriche cinesi (poi approvati grazie anche al voto italiano). Oggi, l’aria che tira è molto diversa, e lo dimostra la lettera in cui il 5 ottobre il presidente francese Emmanuel Macron e – novità – il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno chiesto alla Commissione interventi più rapidi e incisivi, dopo aver sottolineato la crescente ‘weaponisation of trade‘ – cioè l’uso del commercio e delle dipendenze economiche come ‘arma’ di pressione geopolitica – e dunque la necessità di ridurre tali dipendenze.
Due proposte sono particolarmente interessanti. La prima è la creazione di un nuovo strumento di risposta (e di deterrenza) commerciale rapida per reagire a distorsioni sistematiche del mercato provocate da Paesi terzi, tra dumping, sussidi, sovraccapacità produttiva e altre politiche, fino ad arrivare a limitare o escludere beni e servizi di quel Paese dal mercato unico europeo.
La seconda è che le contromisure adottate dalla Commissione entrino in vigore salvo opposizione di una maggioranza qualificata degli Stati membri. Ciò significherebbe capovolgere il meccanismo attuale: invece di dover costruire preventivamente un consenso politico per intervenire, sarebbe necessario costruire una maggioranza per bloccare l’intervento.
Il piano B secondo Pascal Lamy
Se Francia e Berlino propongono un nuovo quadro per tutelare l’industria europea più efficacemente, è sempre un nuovo quadro quello che Lamy propone come piano B, dovessero fallire i negoziati in corso da tempo tra Cina e Ue. Peraltro, proprio domani 8 ottobre, il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, sarà a Pechino per proseguire i colloqui.
Il quadro delineato dall’ex direttore dell’Omc si dipana “sulla falsariga del regolamento sull’acciaio“, entrato in vigore il 1° luglio e adottato a tempo record in otto mesi: nato proprio per far fronte alla sovraccapacità mondiale in questo settore, prevede una quota di importazioni esenti da dazi (tagliata del 47%), e un’aliquota del 50% automatica su tutto ciò che supera il contingente. Questo modello, per Lamy, deve essere replicato “in tutti i settori esposti a shock strutturali simili”.
E potrebbe anche fungere da leva negoziale, consentendo di mettere sul piatto una graduale revoca dei contingenti in caso di un accordo basato sulle capacità o sui volumi oppure di un ritorno “constatato” all’equilibrio. Lamy propone anche di passare dalle ‘norme di origine’ alle ‘norme di proprietà‘, per cui un prodotto fabbricato con una materia prima cinese rimarrebbe cinese, “anche se lo stabilimento si trova in Marocco o in Ungheria”.
Infine, il francese propone di istituire un fondo di solidarietà, per Stati membri e settori vulnerabili, contro le ritorsioni di Pechino, date per certe nel caso in cui dovesse scattare il piano B.
Perché la Cina è diventata un problema commerciale
I motivi per cui la Cina è diventata “la fabbrica del mondo”, sono diversi. Il primo, come spiega Lamy, sono le sovvenzioni governative alle imprese, “aumentate notevolmente dal 2010”: il Fondo Monetario Internazionale stima che il Dragone spenda per la sua politica industriale circa il 4% del Pil annuo.
Secondo i dati Ocse citati dall’ex commissario, tra il 2005 e il 2024 le imprese con sede in Cina hanno ricevuto, in media, da tre a otto volte più sostegno statale, rispetto al loro fatturato, in confronto alle imprese dei Paesi dell’Organizzazione, e il sostegno pubblico è all’origine del 60% dell’aumento della quota di mercato mondiale delle imprese cinesi dal 2005. Nell’agosto 2025 quasi il 30% delle imprese cinesi operava in perdita.
Insomma, sottolinea Lamy e con lui molti analisti e politici, la sopravvivenza sul mercato delle aziende cinesi non dipende dalla loro redditività. “Dietro, c’è uno Stato dotato di un piano a lungo termine, un’amministrazione locale determinata a mantenere in attività un’impresa per proteggere i posti di lavoro, un sistema bancario pubblico deciso a continuare a concedere prestiti per sostenere tale impresa”.
In pratica, le imprese europee non competono ad armi pari e in condizioni eque. Risultato, per fare solo un esempio: nel 2007 l’Europa produceva quasi il 30% delle celle fotovoltaiche mondiali, e oggi ne produce solo circa l’1%.
Oltre alle sovvenzioni, ci sono altre cause dietro l’enorme deficit commerciale europeo verso la Cina, come il dirottamento di parte delle merci cinesi dal mercato statunitense a quello comunitario in seguito ai dazi imposti dal presidente degli Usa Donald Trump, e anche uno yuan, la moneta cinese, artificialmente tenuto sottovalutato “tra il 16% e il 30%”, cosa che garantisce un rilevante vantaggio comparativo.
C’entra anche la persistente debolezza dei consumi interni, che spinge il modello cinese basato su investimenti ed esportazioni. I consumi privati rappresentavano il 39,8% del Pil nel 2005 e nel 2024 ne rappresentavano ancora il 40,0%, segnala Lamy.
Non è un tema di competitività europea
C’è anche un altro aspetto da considerare: Pechino decide in fretta, Bruxelles no. “L’Europa opera prodotto per prodotto, secondo procedure giuridicamente molto rigide e controllate dalla Corte di giustizia dell’Ue”; la Cina, attraverso strumenti discrezionali che hanno un impatto su un intero settore nel giro di un solo giorno, sottolinea l’ex commissario.
Non è invece, secondo Lamy, questione di divario di competitività, come sostiene da parte sua la Cina affermando che la sovraccapacità non sia un tema. Lamy non nega che l’Ue debba migliorare in questo senso, “a cominciare dal completamento definitivo dell’integrazione del proprio mercato interno”. Ma il problema è specifico, “grave” e legato alla Cina: nel 2025, escludendo Pechino, il surplus commerciale europeo si aggira intorno ai 490 miliardi di euro.
D’altronde, per l’ex direttore dell’Omc, il governo cinese ha un piano a lungo termine: “I massicci sussidi sono temporanei e cesseranno una volta eliminati i concorrenti stranieri; i prezzi potranno allora risalire al livello che conviene ai produttori cinesi, poiché non ci saranno più altre fonti di approvvigionamento”.
La Cina “sta distruggendo il libero commercio mondiale”
Non sono solo le imprese europee ad essere a rischio. “La Cina sta distruggendo il sistema di liberalizzazione del commercio mondiale“, afferma poi Lamy. L’accordo tariffario del 1995 (che ha istituito l’Omc e aggiornato l’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), spiega, si basava sul presupposto che l’adeguamento sarebbe avvenuto spontaneamente attraverso le dinamiche economiche, e che ogni Paese si sarebbe specializzato nella produzione di quello che gli conveniva produrre.
“Questo meccanismo è stato spezzato dalla Cina“, afferma l’ex commissario, che ha orientato la crescita della produzione verso le esportazioni e che oltre ai prodotti a basso e bassissimo costo ha scalato la catena del valore, entrando in diretta competizione con i Paesi più avanzati, ad esempio nell’acciaio, nei pannelli solari, nelle batterie, nelle automobili, nei semiconduttori e nei farmaci.
Come risultato, la sua quota nel valore aggiunto manifatturiero mondiale è passata dall’8,5% nel 2004 al 28% nel 2024, mentre quella dell’Unione europea è scesa dal 25% al 17%.
L’Europa tuttavia ha le sue carte da giocare. Come sottolinea Lamy, è attualmente “il più grande mercato unico, dotato di un forte potere d’acquisto e che rimane aperto ai prodotti cinesi. E Pechino ha bisogno di questo accesso“.

