Perché l’Europa rischia di rimanere al buio nella corsa globale ai data center?

Secondo gli esperti servono reti pianificate in anticipo, procedure snelle e flessibilità tecnologica
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Interno di un data center
(Canva)

I data center corrono a velocità doppia, ma l’Europa rischia di inciampare sul più bello della rivoluzione tecnologica. A tracciare la mappa di questo scenario è lo studio Datacenter Model condotto dalla società di consulenza strategica Roland Berger, il quale ha rilevato come la capacità installata a livello mondiale sia destinata a quasi quadruplicare, passando dagli 88 Gigawatt del 2025 agli oltre 340 Gigawatt entro il 2035.

Per sorreggere la rapida espansione dell’intelligenza artificiale, i cinque principali colossi del settore – Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta e Oracle – metteranno sul piatto la cifra astronomica di 755 miliardi di dollari di investimenti entro la fine del 2026. Si tratta di una gigantesca scommessa infrastrutturale che viene sempre più sostenuta attraverso il ricorso al debito, con oltre 120 miliardi di dollari di obbligazioni emesse nel solo 2025, un ammontare pari a quattro volte la media storica degli anni precedenti.

La bolla dei costi operativi e il fantasma dell’“effetto frusta”

Questa grandiosa mobilitazione di risorse finanziarie sta viaggiando a ritmi nettamente superiori rispetto ai ricavi effettivi attualmente generati dai servizi di intelligenza artificiale. Basti considerare che nel 2025 OpenAi ha registrato un fatturato di 13 miliardi di dollari a fronte di un consumo netto di cassa di 8 miliardi, mentre Anthropic ha previsto ben 50 miliardi di dollari di spese in conto capitale rispetto a un livello di ricavi pari a 9 miliardi.

A mettere a nudo l’estrema delicatezza di questi equilibri finanziari è stato lo stesso amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, il quale ha apertamente dichiarato che “se mi sbaglio anche solo di un anno su questo tasso di crescita, o se il tasso è di 5 volte all’anno invece che di 10, si va in bancarotta“. Un simile sbilanciamento espone le aziende al rischio del cosiddetto effetto frusta, dove una minima decelerazione della domanda finale risale violentemente la catena di fornitura, provocando l’improvviso annullamento degli ordini di microprocessori, l’accumulo di scorte invendute e una dura svalutazione degli asset.

Il paradosso dei sette anni e la crisi energetica dell’Unione europea

Sul piano della realtà fisica, il vero fattore critico dell’intera filiera è diventato l’approvvigionamento di energia elettrica, dal momento che un singolo data center da 1 Gigawatt assorbe una potenza paragonabile al consumo medio di una metropoli da migliaia di famiglie. È proprio sulla dimensione temporale e infrastrutturale che emerge il drammatico divario tra le due sponde dell’Atlantico. Se negli Stati Uniti i tempi di attesa per l’allaccio di un nuovo impianto alla rete elettrica variano tra uno e tre anni, nel vecchio continente le aziende devono affrontare una burocrazia estenuante che fa slittare i tempi fino a sette anni. Non a caso, come ricordato anche nel celebre rapporto sulla competitività redatto da Mario Draghi, “la competizione per la potenza di calcolo e la mancanza di investimenti nella connettività potrebbero presto tradursi in un collo di bottiglia digitale” per la crescita dell’economia europea.

A causa di questi freni strutturali, la quota spettante all’Unione europea sulla capacità globale dei data center è destinata ad assottigliarsi progressivamente, scivolando dal 13% attuale a un modesto 10% entro il 2030, a tutto vantaggio del primato nordamericano.

Le ricette degli esperti: riforme, flessibilità e pianificazione anticipata

Per evitare di rimanere esclusa dai benefici della nuova era digitale, l’Unione europea deve affiancare ai piani finanziari, come il programma InvestAi da 20 miliardi di euro, una drastica semplificazione normativa e procedurale. A tracciare la rotta per governi e investitori sono i vertici europei della società di consulenza. Andrea Bassanino, senior partner di Roland Berger, ha sottolineato l’urgenza di trovare un punto di equilibrio, evidenziando che “la sfida per governi e investitori diventa quella di trovare un equilibrio tra la necessità di accelerare gli investimenti e quella di governare il rischio di sovracapacità futura, facendo in modo che le infrastrutture possano essere in sync con l’evoluzione della domanda senza trasformare ogni previsione di crescita dell’Ai in un impegno irreversibile di capitale”.

Sulla stessa linea si colloca l’analisi di Leonardo Bonetti, partner & managing partner Italy di Roland Berger, il quale specifica che “questo significa puntare sulla pianificazione anticipata delle reti, sulla semplificazione dei processi autorizzativi e su una maggiore flessibilità tecnologica, così da ridurre i tempi di realizzazione e rendere l’offerta infrastrutturale più adattabile alla domanda reale”.

Solamente attraverso un’azione decisa sui colli di bottiglia autorizzativi e di rete l’Europa potrà trasformare le proprie ambizioni di sovranità digitale in una realtà industriale solida e competitiva.