Trump valuta di riaprire il commercio con Mosca: spaccatura totale con l’Ue

Mentre Bruxelles considera le sanzioni contro Mosca uno strumento da mantenere fino al ripristino dell'integrità territoriale di Kiev, Washington rispolvera un approccio mercantile
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Vladimir Putin e Donald Trump durante il summit di Anchorage del 15 agosto 2025 (Ipa/Ftg)

La Casa Bianca sta valutando l’ipotesi di riattivare canali commerciali e siglare intese economiche con la Russia prima che la guerra in Ucraina sia finita. Anzi, con la convinzione che il ritorno agli affari possa fungere da leva per piegare le resistenze di Vladimir Putin e accelerare la chiusura del conflitto. L’indiscrezione, rivelata dal New York Times, certifica una radicale divergenza strategica con l’Unione europea: laddove Bruxelles considera le sanzioni contro Mosca uno strumento da mantenere fino al ripristino dell’integrità territoriale di Kiev, Washington rispolvera un approccio mercantile in cui la normalizzazione economica non è il punto d’arrivo della pace, ma la sua merce di scambio.

Cosa progetta la Casa Bianca

Secondo quanto ricostruito dal quotidiano newyorkese sulla base di fonti vicine ai colloqui, team del Dipartimento di Stato e del Consiglio per la Sicurezza Nazionale stanno delineando un pacchetto di possibili accordi bilaterali concentrati inizialmente su settori non direttamente strategici, come agroalimentare, fertilizzanti e beni di consumo di prima necessità.

L’ipotesi sul tavolo prevede una parziale e temporanea rimozione di specifiche restrizioni commerciali in cambio di impegni verificabili da parte di Mosca su un congelamento delle linee del fronte e una tregua degli attacchi alle infrastrutture energetiche.

La linea trova conferma nelle dichiarazioni del consigliere diplomatico del Cremlino, Yuri Ushakov, all’indomani dell’ultimo colloquio telefonico tra i due presidenti: Donald Trump avrebbe esplicitamente prospettato a Putin che una rapida conclusione del conflitto aprirebbe “prospettive impressionanti e di vasta portata per il pieno ripristino delle relazioni tra Stati Uniti e Russia“, con “enormi benefici reciproci” sul piano economico e commerciale. Un orientamento sostenuto anche dalle recenti missioni a Mosca e Kiev degli emissari speciali della Casa Bianca, tra cui Steve Witkoff e Jared Kushner, orientati a convincere l’establishment russo che l’amministrazione americana intende inaugurare una nuova stagione di convivenza economica.

Le differenze con la strategia Ue

La direzione intrapresa da Washington entra in rotta di collisione con la politica dell’Unione europea, costruita su ventuno pacchetti sanzionatori progressivi e su un disaccoppiamento energetico e industriale costato centinaia di miliardi di euro ai bilanci dei Ventisette.

Dall’inizio del conflitto, l’Ue ha perseguito una strategia di pressione lineare:

  • Blocco energetico quasi totale: azzeramento delle importazioni via mare di petrolio greggio russo e crollo delle forniture di gas da gasdotto, passate da oltre il 40% del fabbisogno comunitario nel 2021 a meno del 15%, nel quadro del programma REPowerEU volto ad abbandonare definitivamente il gas russo dal 2027;
  • Congelamento dei beni sovrani: immobilizzazione di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa detenute sul territorio comunitario (in larga parte presso Euroclear in Belgio), con i relativi extra-profitti utilizzati per finanziare il sostegno militare e la ricostruzione dell’Ucraina. Negli ultimi mesi, questo tema sta dividendo i Ventisette tra chi ritiene che sia opportuno utilizzare i beni congelati a Mosca per dare nuove risorse all’Ucraina e chi teme di dover restituire tutto in futuro, quando il conflitto sarà terminato;
  • Divieti all’export tecnologico: embargo su microelettronica, macchinari industriali avanzati, componentistica aeronautica e tecnologie a duplice uso civile-militare, che secondo i dati della Commissione europea ha privato Mosca di esportazioni europee per oltre 48 miliardi di euro rispetto ai valori pre-bellici;
  • Isolamento finanziario: disconnessione dei principali istituti di credito russi dal circuito Swift e sanzioni individuali estese a oltre 2.200 persone ed entità giuridiche collegate al complesso militar-industriale e al Cremlino.

Per le cancellerie europee, allentare la morsa senza una ritirata delle truppe russe significherebbe vanificare i sacrifici economici sopportati da imprese e famiglie del continente e consentire all’economia di guerra di Mosca di rifiatare.

La faglia geopolitica tra Bruxelles e Washington

Il contrasto evidenzia una frattura programmatica tra Ue e Usa sulla gestione dell’ordine internazionale.

L’Unione europea agisce all’interno di un paradigma normativo e legalista: l’aggressione all’Ucraina costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite e dei confini sovrani, suscettibile di reintegrazione economica solo a fronte di riparazioni e resa dei conti giuridica. Per l’amministrazione Trump, al contrario, il diritto internazionale cede il passo al calcolo bilaterale di convenienza.

Il nuovo approccio di Washington rischia di isolare l’Europa: i Paesi dell’Ue continuerebbero ad accollarsi i costi della sicurezza sul proprio fianco orientale mentre l’economia statunitense riaprirebbe i canali commerciali con Mosca.

L’andirivieni strategico di Trump: tra minacce di dazi e aperture al Cremlino

L’apertura alle relazioni commerciali non è un percorso lineare, ma l’ennesima oscillazione di una diplomazia caratterizzata da repentini cambi di rotta. Dal suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, dopo aver proclamato di poter chiudere il conflitto in 100 giorni, la linea di Trump ha alternato l’uso del bastone a quello della carota:ilfattoquotidiano+2

  • L’offensiva tariffaria: Trump ha minacciato dazi punitivi fino al 100% contro i Paesi del blocco BRICS tentati dalla de-dollarizzazione e ha ripetutamente ipotizzato tariffe secondarie contro i grandi acquirenti del greggio di Mosca, come India e Cina.reuters+1
  • Il via libera al Congresso: appena quarantott’ore fa, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato a larga maggioranza una dura legge bipartisan sulle sanzioni, promossa originariamente dal senatore Lindsey Graham, che conferisce al presidente il potere di imporre dazi fino al 500% sui prodotti russi e sanzionare chiunque acquisti petrolio o uranio da Mosca. Il pacchetto Graham attende ora la firma presidenziale;
  • Il dialogo privilegiato con Putin: contemporaneamente alla minaccia legislativa, Trump ha mantenuto una linea di contatto diretta con il leader russo, lodando i canali aperti dai suoi intermediari e accogliendo con favore le proposte di tregua parziale avanzate dal Cremlino.

Su quest’ultimo punto, martedì scorso il Cremlino ha dichiarato di accogliere con favore la proposta statunitense di una moratoria tra Russia e Ucraina sugli attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche, pur affermando che è necessario anche proteggere le esportazioni via mare e rimuovere le sanzioni “illegali” imposte alla Russia.

Il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov, ha intimato che “qualsiasi ulteriore sanzione complicherebbe i tentativi di accordo”, mentre lo stesso Trump alimenta l’illusione di poter varare simultaneamente il pugno duro del Congresso e la normalizzazione commerciale dello Studio Ovale.

Il precedente del Golfo: la dottrina “Peace to Prosperity” e i suoi limiti

Il tentativo di sbloccare il conflitto ucraino attraverso incentivi commerciali replica lo schema negoziale applicato da Jared Kushner e dalla prima amministrazione Trump nel Vicino Oriente con i Patti di Abramo del 2020: la convinzione che la creazione di flussi di capitale, corridoi logistici e accordi di libero scambio possa anestetizzare dispute identitarie e territoriali che fanno detonare i conflitti.

Cosa ha prodotto questa strategia?

Nel Golfo, la normalizzazione delle relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco ha generato miliardi di dollari di interscambio e investimenti congiunti nel settore tecnologico ed energetico, ma il modello si fondava sull’elusione sistematica del nodo centrale: la questione palestinese e la sicurezza complessiva dell’area. L’illusione che l’interdipendenza economica potesse sostituire una risoluzione politica si è infranta con la tragica esplosione del conflitto regionale nell’ottobre 2023, dimostrando i limiti intrinseci della “diplomazia transazionale“, marchio di fabbrica dell’amministrazione Trump.

Secondo i partner europei, riaprire il commercio con Mosca senza garanzie territoriali e militari vincolanti per Kiev non garantirebbe una pace duratura, ma offrirebbe al Cremlino la legittimazione economica e le risorse finanziarie necessarie per riorganizzare le proprie forze, scaricando sull’Unione europea il peso di una minaccia permanente.

Un rischio che non preoccupa la Casa Bianca. Era il 3 febbraio 2024 quando Donald Trump, non ancora rieletto alla presidenza, avvisava gli europei: “Noi abbiamo un oceano in mezzo. Loro no“.

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