Altro che Orbán: ecco gli interessi degli Stati europei che bloccano il 21esimo pacchetto di sanzioni a Mosca

Con Hormuz chiuso e Bab El-Mandeb a rischio, Bruxelles è ostaggio del gnl russo (ma non solo)
1 ora fa
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Putin vladimir afp
Il presidente russo Vladimir Putin (Afp)

Mosca se ne frega e senza l’ex premier ungherese Viktor Orbán, non c’è più un capro espiatorio. Parliamo delle sanzioni europee alla Russia, bloccate nei negoziati del 21esimo pacchetto mentre gli interessi nazionali dei singoli Stati membri emergono con prepotenza, superando la retorica dell’unità continentale. Il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, liquida le nuove misure in fase di elaborazione come “del tutto illegali” secondo il diritto internazionale, forte della consapevolezza che la compattezza di Bruxelles è ormai un ricordo.

Sparito l’alibi del veto ungherese, infatti, è emerso un gruppo di sei Paesi, tra cui l’Italia, che si oppone alle restrizioni per difendere i propri settori industriali di punta.

Quando l’interesse economico batte l’ideologia

La narrazione di un’Europa unita contro Mosca, frenata solo dalle posizioni di Budapest, è crollata definitivamente. Il ministro degli Esteri lituano, Kęstutis Budrys, ha definito “tendenza pericolosa” il fatto che gli interessi economici dei singoli Stati stiano prendendo il sopravvento nelle discussioni su ogni nuovo pacchetto. Germania, Grecia, Francia, Austria, Portogallo e Italia chiedono oggi deroghe specifiche. La discussione è scivolata sul piano puramente tecnico e monetario, portando i diplomatici ad ammettere che l’imperativo morale sta perdendo peso rispetto ai bilanci nazionali.

Il “muro” greco: la flotta mercantile e il caso Dynagas

A fare da apripista al blocco delle sanzioni c’è la Grecia, decisa a proteggere la propria egemonia nel trasporto marittimo., Atene si oppone al divieto di trasferimento di gas naturale liquefatto (Gnl) russo verso Paesi terzi per non danneggiare la Dynagas, società dell’armatore George Prokopiou. Questa azienda ha generato ricavi per almeno 915 milioni di dollari commerciando greggio russo negli ultimi tre anni. La flotta di Dynagas comprende navi “Arc7” tecnologicamente avanzatissime, costruite appositamente per navigare nelle acque ghiacciate dell’Artico e servire l’impianto russo di Yamal. Ogni nave ha un valore di circa 300 milioni di dollari e Atene sostiene che le sanzioni costringerebbero gli armatori a svendere questi gioielli tecnologici ad attori non occidentali, rovinando il comparto nazionale.

Emergenza petrolio: la proroga del tetto ai prezzi

A causa dello stallo negoziale, gli ambasciatori dell’Ue sono stati costretti a un accordo d’urgenza per estendere il tetto al prezzo del petrolio russo a 44,10 dollari fino al 23 luglio. Senza questa proroga temporanea, il prezzo sarebbe schizzato verso l’alto seguendo le quotazioni globali, che hanno superato i 95 dollari al barile a causa dell’escalation della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Tale aumento avrebbe garantito a Mosca miliardi di entrate supplementari proprio mentre l’Europa cerca di definire il nuovo pacchetto punitivo.

La caccia alla “flotta ombra” e le missioni militari Ue

Nel tentativo di aumentare la pressione, l’Unione europea ha iniziato a schierare le proprie forze navali. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha annunciato che le navi dell’operazione Irini hanno ispezionato la petroliera Mv South Star, sospettata di far parte della “flotta ombra” russa che naviga sotto falsa bandiera per aggirare i blocchi. Anche l’operazione Atalanta, solitamente impegnata nel contrasto alla pirateria in Somalia, ha ricevuto l’autorizzazione a condurre ispezioni sulle navi sospette del Cremlino. Secondo Kallas, ogni viaggio illecito di queste navi fantasma sostiene direttamente la macchina da guerra russa.

La trappola dei mari: Hormuz e Bab el-Mandeb

La dipendenza energetica da Mosca è diventata inoltre un cappio al collo dell’Europa a causa della crisi delle rotte marittime mediorientali. Lo Stretto di Hormuz è quasi impraticabile: il traffico quotidiano è crollato da 130 navi a sole quattro unità. Per aggirare il blocco iraniano, l’Arabia Saudita sta cercando di dirottare il petrolio verso il Mar Rosso tramite oleodotti, ma qui si è aperto un secondo fronte. I ribelli Houthi hanno annunciato un “embargo marittimo immediato” anche sullo stretto di Bab el-Mandeb, un punto vitale dove transita il 12% del commercio mondiale e il 10% del petrolio marittimo.

Con entrambi gli snodi sotto scacco, il gas russo rimane una delle poche “valvole di sicurezza” rimaste, rendendo le importazioni da Mosca una necessità geopolitica difficile da sanzionare.

Pesce, visti e banche: gli interessi degli Stati Ue

Oltre al gas, il 21esimo pacchetto è paralizzato da una serie di richieste settoriali:

  • Germania e Portogallo chiedono di revocare il divieto di acquisto di prodotti ittici russi per salvare le proprie industrie.
  • Italia e Francia premono per attenuare le restrizioni sui visti per i soldati russi, temendo impatti negativi sul settore turistico.
  • Austria insiste per sbloccare 2 miliardi di euro di beni russi congelati per risarcire le perdite della Raiffeisen Bank.

L’Europa si ritrova quindi sospesa tra l’obiettivo politico di colpire Mosca e la necessità di proteggere economie nazionali già provate da anni di conflitto.

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