Certificati falsi e Cpr: il caso italiano mette alla prova la credibilità dell’Europa?

Il caso riapre il confronto europeo su standard comuni, autonomia medica, Stato di diritto e credibilità del Nuovo Patto migratorio
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Cpr italia certificati medici
Trento, corteo contro Cpr Piedicastello (Ipa)

Producevano certificati medici falsi per impedire il trattenimento amministrativo dei cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio. È questa l’ipotesi di reato che vede formalmente indagati quattro professionisti per associazione per delinquere, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla pm Angela Scorza della Procura di Ravenna ed eseguita dallo Servizio centrale operativo di Roma e dalla Squadra Mobile ravennate. L’operazione ha portato all’esecuzione di 23 decreti di perquisizione locale, personale e informatica nei confronti di medici operanti a Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese.

Tra gli indagati figura l’infettivologo Nicola Cocco, considerato dagli inquirenti un referente d’area e membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. L’attività giudiziaria costituisce lo sviluppo di un blitz scattato nel febbraio 2026 nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna, che vedeva otto medici indagati per falso e interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificati ritenuti fittizi, sfociando nell’ordinanza della Giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek che ha disposto la sospensione dalla professione per dieci mesi a carico di tre dottoresse.

Perché questo episodio italiano non è un unicum nel panorama europeo e come minerebbe la credibilità dell’Ue in relazione alla nuova strada intrapresa in merito alla gestione dell’immigrazione illegale? Andiamo con ordine.

La reazione in Italia

Lo sviluppo delle indagini ha provocato un’immediata spaccatura politica e istituzionale. Come ha affermato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini sul proprio profilo social X: “Se riconosciuti colpevoli, radiazione dall’albo dei medici e pagamento dei danni, di tasca propria”.

A stretto giro è giunta la replica del presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli, il quale ha espresso “vicinanza ai colleghi coinvolti e confidiamo nel lavoro della magistratura, alla quale spetta accertare i fatti e le eventuali responsabilità individuali, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza”. Anelli ha inoltre ribadito la netta distinzione tra mandato sanitario e pubblica sicurezza, affermando che “i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona. La tutela della sicurezza pubblica appartiene ad altre istituzioni e non può essere trasferita sui medici, né può condizionarne il giudizio clinico”.

Il nodo espresso da Anelli ribadisce quanto già la Federazione avesse auspicato: una modifica normativa che separi l’atto medico di valutazione dello stato di salute dall’atto autorizzativo del trattenimento nei Cpr.

Sul versante politico opposto, come dichiarato dal consigliere regionale toscano di Fratelli d’Italia Diego Petrucci: “Se le ipotesi degli inquirenti venissero confermate, ci troveremmo di fronte a un chiaro e gravissimo tentativo di depotenziare l’azione del Governo nel contrasto all’immigrazione clandestina […] nessuno può considerarsi al di sopra della legge”. Nel frattempo, contestazioni sulle modalità del blitz sono giunte dal settore legale e dall’attivismo sociale: come dichiarato dall’avvocato Fabio Anselmo, difensore di cinque sanitari bolognesi perquisiti ma non indagati, “Persone che non sono indagate vengono trattate come criminali mafiosi. Quello che è successo è terribile”, mentre durante un presidio davanti alla Questura di Bologna, come dichiarato dalla dottoressa Vanessa Guidi dell’Ong Mediterranea Saving Humans, “Si stanno usando come bersaglio delle professioniste come fossero parte di un’associazione a delinquere, quando invece hanno solo in coscienza seguito il codice deontologico evitando che delle persone venissero rinchiuse nei Cpr, luoghi patogeni per la salute fisica e mentale”.

Le criticità strutturali dei Centri di permanenza per il rimpatrio

La vicenda svela un sistema segnato da profonde inefficienze e criticità strutturali. Secondo i dati del 2° Rapporto di Monitoraggio sui Cpr da parte del Tavolo Asilo e Immigrazione (gennaio 2026), i cittadini stranieri trattenuti nei centri italiani sono 546, cifra pari a meno dello 0,2% della popolazione irregolare stimata nel Paese (circa 321.000 persone). A fronte di una capienza teorica di 1.238 posti, la capienza effettivamente disponibile è di soli 672 posti, con oltre il 45% delle strutture inagibile a causa del degrado e dei danni provocati da rivolte e proteste.

Inoltre, l’efficacia dei rimpatri effettivi dai Cpr è scesa al minimo storico del 41,8% dei transiti, coprendo appena il 10,4% del totale dei provvedimenti di allontanamento emessi. Le uscite per mancata convalida giudiziaria del trattenimento sono salite dal 9% del 2021 al 29% del 2024, toccando l’89% per le procedure di frontiera. Il quadro è completato dalle pronunce giurisprudenziali: la sentenza n. 96/2025 della Corte costituzionale ha censurato il vuoto normativo primario sulla disciplina delle modalità di trattenimento, mentre la sentenza n. 7839/2025 del Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimo lo schema di capitolato d’appalto ministeriale per grave carenza di tutele sanitarie e di prevenzione del rischio suicidario. Le testimonianze dal campo – come quella del giovane Ayman, rimpatriato d’urgenza su una nave veloce dopo aver diffuso video sulle violenze interne e sui soccorsi ritardati a un trattenuto impiccato – descrivono un contesto segnato da atti autolesivi e da un uso pervasivo di psicofarmaci (tra cui Rivotril e Valium) per sedare il disagio in assenza di percorsi specialistici.

La cornice europea: rimpatri, standard sanitari e Rule of Law

Il caso italiano s’inserisce in un contesto comunitario in cui la detenzione amministrativa sta cambiando natura. Con l’approvazione del Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, l’Unione europea ha armonizzato – anche grazie al modello dei centri per i migranti in Albania nati dall’accordo bilaterale proprio con l’Italia -le norme a livello comunitario. Per associazioni e Ong, il trattenimento rischia di trasformarsi da misura eccezionale in un’infrastruttura ordinaria di gestione e filtraggio dei confini europei. Dispositivi giuridici come la “finzione di non ingresso” e l’estensione del concetto di “Paese terzo sicuro” senza l’obbligo di un legame effettivo con il richiedente aumentano i contesti di confinamento e la durata della privazione della libertà.

In questa trasformazione, la tutela dei diritti fondamentali e lo Stato di diritto (Rule of Law) rappresentano la vera discriminante per l’Unione. Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, a seguito delle sue ispezioni nei centri italiani, ha ufficialmente equiparato le condizioni materiali dei Cpr a quelle delle sezioni penitenziarie sottoposte al regime speciale dell’articolo 41-bis del regolamento penitenziario italiano, evidenziando la presenza di tripli schermi metallici, recinzioni a gabbia e televisori incassati in scatole di ferro, e raccomandando la rimozione di tutti gli elementi di stampo carcerario.

Soteu 2026: richiami alla fiducia, integrità e gestione dei confini

Le tensioni tra controllo delle frontiere e garanzie procedurali sono state al centro del discorso sullo Stato dell’Unione (Soteu) 2026 della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nel suo intervento al Parlamento europeo, la presidente ha ribadito la linea di rigore nella difesa dei confini esterni, dichiarando con fermezza: “Siamo noi europei a decidere chi entra nella nostra Unione e a quali condizioni” e sollecitando il completamento operativo del Patto su Migrazione e Asilo unitamente al potenziamento di Frontex.

Al contempo, la presidente ha posto l’accento sulla protezione dell’integrità democratica e sulla risposta alle minacce ibride e alla “guerra cognitiva” volte a erodere la fiducia nelle istituzioni. In questo quadro, von der Leyen ha ricordato che il rispetto dei principi giuridici costituisce una condizione vincolante per l’accesso alle risorse comunitarie, affermando che: “Il rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali deve essere una condizione fondamentale per i fondi dell’Unione”.

Confronto tra Stati membri: modelli diversi e rischi di asimmetria

L’inchiesta italiana ha evidenziato rilevanti analogie e forti contrasti con le strategie giudiziarie, amministrative e legislative adottate da altri Paesi dell’Unione europea. Nel 2016, in Germania, si è registrato un duro scontro tra l’allora ministro dell’Interno Thomas de Maizière, che accusava i medici di rilasciare troppi certificati di comodo (Gefälligkeitsatteste) per bloccare le espulsioni dei richiedenti asilo, e il presidente dell’ordine dei medici tedesco, il Bundesärztekammer (BÄK) Frank Ulrich Montgomery, che ha difeso l’indipendenza e l’imparzialità dei medici periti rispetto alle strumentalizzazioni politiche.

In Francia, nel 2017, un’indagine della Procura di Parigi e dell’Agence Régionale de Santé ha portato all’incriminazione di cinque medici (tra cui tre psichiatri), due presidenti di associazioni e due intermediari. La rete rilasciava falsi certificati attestanti patologie mentali inesistenti per far ottenere a stranieri irregolari lo status di étranger malade (persona straniera malata) ed evitare l’espulsione, truffando l’Assicurazione Sanitaria per circa 3,9 milioni di euro con consultazioni fittizie (con un singolo medico arrivato a dichiarare 27.000 visite all’anno).

La guardia di frontiera polacca, insieme a Europol, ha smantellato nel 2025 un’organizzazione criminale composta da cittadini ucraini e bielorussi che gestiva due stamperie clandestine. La rete vendeva online oltre 12.000 documenti e certificati europei falsificati, inclusi passaporti, visti, carte di soggiorno e certificati medici o psicologici, a un prezzo medio di 1.500 euro ciascuno per legalizzare la permanenza nell’Ue.

Il governo guidato da Pedro Sánchez, in Spagna, a seguito dell’accordo con la formazione Podemos e come spiegato dalla segretaria Ione Belarra, ha approvato una sanatoria straordinaria per la regolarizzazione di circa 500.000 persone migranti in situazione irregolare presenti prima del 31 dicembre 2025. In assenza di un certificato penale ufficiale rilasciato dal Paese d’origine, le norme consentono di autocertificare l’assenza di condanne gravi tramite una semplice dichiarazione sul dell’onore.

Questi modelli divergenti, tra la reclusione nei Cpr italiani, la risposta penale a truffe sanitarie e falsi documentali in Francia, Germania e Polonia, e la flessibilità procedurale delle sanatorie spagnole, evidenziano un grave rischio di asimmetria nell’applicazione del diritto comunitario nell’area Schengen e mettono a rischio l’efficacia del nuovo Patto, già nel mirino dopo la diatriba Italia-Spagna sui migranti arrivati dal Marocco a Ceuta.

Un’occasione per l’Ue?

L’inchiesta sui certificati medici e le croniche criticità dei Cpr italiani dimostrano come l’assenza di garanzie legislative primarie e la sovrapposizione tra la deontologia della cura e le esigenze di polizia generino opacità e continui contenziosi giurisdizionali.

Per l’Unione europea, la vicenda italiana rappresenta un’occasione fondamentale per superare la gestione emergenziale e introdurre standard sanitari, operativi e giurisdizionali minimi e vincolanti in tutti i Paesi membri. Solo garantendo la trasparenza degli appalti, l’autonomia della professione medica e il rispetto rigoroso dello Stato di diritto, l’Europa potrà assicurare un controllo efficace delle proprie frontiere senza compromettere i valori di civiltà su cui si fonda l’Unione.

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