Dieci anni dopo il referendum che ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea, Londra ammette per la prima volta le interferenze russe nel voto sulla Brexit. A confermarle è il primo ministro britannico Andy Burnham, che ha rivelato di aver ricevuto una risposta inequivocabile dopo aver chiesto chiarimenti al suo arrivo a Downing Street: sì, Mosca interferì nel referendum del 2016. Ma il premier non ha spiegato quali operazioni siano state individuate, né se abbiano influenzato il risultato del voto.
La dichiarazione segna un cambio di posizione rispetto ai precedenti governi conservatori e arriva mentre Burnham mette in discussione gli effetti economici della Brexit, aprendo alla possibilità di un riavvicinamento all’Unione europea. Nell’intervista al podcast The Rest Is Politics, il premier ha inoltre lanciato un avvertimento a Francia e Germania, sostenendo che le interferenze russe continuano a rappresentare una minaccia per le democrazie europee.
Burnham ha spiegato di aver posto la questione ai propri consiglieri dopo essere diventato primo ministro, nel luglio 2026, e di aver ricevuto conferma dell’ingerenza russa. Non ha però rivelato chi gli abbia fornito la valutazione né quali informazioni la sostengano.
Il presidente del Consiglio britannico ha anche riconosciuto che Londra è stata troppo prudente nel rendere pubblici i tentativi stranieri di condizionare il dibattito politico. Per Burnham, l’esperienza della Brexit dovrebbe servire da avvertimento agli altri Paesi europei, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.
Cosa sapeva Londra delle interferenze russe sulla Brexit
I sospetti sulle attività di Mosca durante la campagna referendaria del 2016 circolano da anni. Ricerche accademiche e indagini parlamentari avevano individuato operazioni di propaganda online, account riconducibili a reti russe e contenuti ostili all’Unione europea diffusi attraverso i social network.
La vicenda era tornata al centro del dibattito nel luglio 2020, quando l’Intelligence and Security Committee, il comitato parlamentare incaricato di controllare i servizi segreti britannici, pubblicò il suo atteso rapporto sulle attività russe nel Regno Unito.
Il documento denunciava una grave lacuna: le autorità britanniche non avevano condotto un’adeguata valutazione delle possibili interferenze russe nel referendum sulla Brexit. Il comitato sottolineava che le informazioni pubblicamente disponibili indicavano tentativi di influenza attraverso media e piattaforme digitali, ma il governo non aveva approfondito sufficientemente la questione.
L’atteggiamento britannico appariva particolarmente diverso da quello degli Stati Uniti, dove le agenzie di intelligence avevano pubblicato una valutazione sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, vinte da Donald Trump.
Il rapporto parlamentare non arrivava però a stabilire che Mosca avesse determinato l’esito del referendum britannico. Il 23 giugno 2016, il Leave ottenne il 51,9% dei voti contro il 48,1% del Remain, con uno scarto di circa 1,3 milioni di preferenze.
L’allora governo di Boris Johnson respinse le critiche e dichiarò di non aver trovato prove di interferenze russe riuscite nel referendum. La posizione fu ribadita anche in una risposta ufficiale al Parlamento britannico nell’agosto 2020.
Burnham modifica oggi il quadro politico, riconoscendo espressamente l’esistenza di interferenze. La sua dichiarazione non fornisce tuttavia una valutazione pubblica della loro portata. La distinzione è stata ribadita anche dal ministro degli Esteri britannico Stephen Doughty, che il 12 ottobre ha dichiarato a Sky News che i tentativi russi di interferire nel referendum non avrebbero avuto successo. Il governo riconosce dunque le operazioni di ingerenza, ma non sostiene che abbiano cambiato l’esito del voto.
Dalle elezioni ai deepfake, come agiscono le interferenze russe
L’avvertimento di Burnham si spinge ben oltre il referendum del 2016. Il premier ha raccontato di aver discusso del problema con il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante una recente visita a Berlino, citando le preoccupazioni sui rapporti tra la Russia e Alternative für Deutschland (AfD), il partito tedesco di estrema destra.
Secondo Burnham, Merz gli avrebbe parlato dei rapporti tra AfD e Mosca. Il premier britannico ha fatto riferimento anche a possibili finanziamenti russi, senza fornire ulteriori dettagli. Le preoccupazioni per le interferenze russe in Germania trovano riscontro anche in operazioni di disinformazione documentate dalle autorità tedesche. Nel dicembre 2025, il governo tedesco ha attribuito alla Russia la campagna denominata Storm-1516, utilizzata per tentare di influenzare le elezioni federali e destabilizzare il dibattito politico nazionale.
Secondo le informazioni diffuse da Berlino, la rete aveva utilizzato video deepfake, false testimonianze, siti pseudo-giornalistici e contenuti presentati come inchieste, costruiti per screditare esponenti politici e alimentare sfiducia nelle istituzioni. Il governo ha collegato l’operazione a soggetti russi sostenuti dall’intelligence militare Gru.
Il meccanismo consiste nel far circolare contenuti falsi attraverso canali apparentemente indipendenti, per poi amplificarli sui social network. Quando una notizia inventata viene ripresa da numerosi account e siti, può raggiungere un pubblico molto più ampio e apparire credibile anche senza alcuna verifica.
Una strategia simile è stata osservata nella campagna Doppelgänger, che ha utilizzato copie di siti giornalistici europei per diffondere contenuti manipolati su Ucraina, immigrazione e politica internazionale.
Anche la Francia ha registrato tentativi di interferenza nei processi elettorali. L’agenzia governativa Viginum, incaricata di individuare le manipolazioni digitali straniere, ha documentato quattro operazioni di ingerenza durante le elezioni municipali del marzo 2026.
Tra queste figura un’operazione denominata Rokh Solis, che ha preso di mira il partito La France Insoumise e alcuni suoi candidati. Il rapporto francese distingue le operazioni accertate dalle attribuzioni ai singoli attori stranieri: non tutte le campagne individuate possono essere automaticamente ricondotte alla Russia.
Il caso è particolarmente rilevante in vista delle presidenziali francesi del 2027, quando il Paese tornerà alle urne per scegliere il successore di Emmanuel Macron.
La dimensione europea della minaccia è stata affrontata anche dal Parlamento Ue, che ha recentemente chiesto di rafforzare lo Scudo europeo per la democrazia. Nella relazione approvata a Strasburgo, gli eurodeputati hanno indicato la Russia come principale minaccia esterna e sollecitato interventi più efficaci contro bot, campagne coordinate e manipolazioni elettorali.
Le proposte comprendono maggiori responsabilità per le piattaforme digitali, sanzioni contro gli autori di operazioni di disinformazione e strumenti per contrastare i deepfake. Il Parlamento chiede inoltre di considerare le infrastrutture elettorali come infrastrutture critiche, da proteggere anche contro gli attacchi informatici.
Il tema è approfondito nel confronto europeo su bot russi, libertà di espressione e nuove misure contro le interferenze straniere, che distingue la normale competizione politica dalle operazioni clandestine organizzate da attori esterni.
Perché Burnham riapre il caso mentre Londra si riavvicina all’Ue
Le dichiarazioni sulle interferenze russe arrivano in un momento in cui il Regno Unito sta rimettendo in discussione il proprio rapporto con Bruxelles.
Burnham, diventato primo ministro lo scorso luglio dopo Keir Starmer, ha criticato apertamente le conseguenze economiche della Brexit. Durante la conferenza del Partito Laburista a Liverpool ha sostenuto che l’uscita dall’Unione europea abbia prodotto più danni che benefici, lasciando aperta anche la possibilità di valutare in futuro una nuova adesione.
Il 12 ottobre il premier torna ad affrontare il tema davanti al Parlamento britannico. La sua proposta è superare le divisioni del passato e cercare un nuovo accordo con l’Unione europea, capace di ridurre gli ostacoli commerciali e rafforzare la cooperazione. È una posizione diversa da quella del predecessore Starmer, che aveva cercato di migliorare le relazioni con Bruxelles escludendo però un ritorno nell’Ue, nel mercato unico o nell’unione doganale.
Burnham considera invece necessario discutere tutte le opzioni. Il riavvicinamento riguarda questioni concrete, dalle difficoltà delle imprese britanniche nell’esportare verso il mercato europeo alla cooperazione sulla sicurezza e sull’immigrazione.
Gli sviluppi dei rapporti tra Regno Unito e Unione europea a dieci anni dalla Brexit mostrano quanto sia cambiato il contesto rispetto al 2016. Nel frattempo, l’Ue ha rafforzato la propria agenda sulla difesa, sulla sicurezza economica e sulla competitività industriale, mentre Londra cerca nuove forme di collaborazione senza avere più un posto nelle istituzioni europee.

