Il vicepresidente del Parlamento Ue Hojsík: “L’Europa non sia una marionetta di Est e Ovest. Le piattaforme social rispondano come gli editori”

Martin Hojsík all'Adnkronos: “Non applichiamo abbastanza le nostre leggi digitali”. Le critiche a Trump, il ruolo degli algoritmi nella disinformazione e l'allarme sull'AI: “Sta già eliminando lavori qualificati. Come si formano i professionisti di domani?”
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Martin Hojsík

“Abbiamo bisogno di un’Europa forte, capace di difendere gli interessi dei suoi cittadini e di non diventare una marionetta manovrata da Est o da Ovest”. Per Martin Hojsík, vicepresidente del Parlamento europeo, le minacce alla democrazia non arrivano soltanto dalla Russia, ma anche dalle pressioni esercitate dagli Stati Uniti di Donald Trump. E uno dei terreni decisivi di questo confronto è il mondo delle piattaforme digitali, rispetto alle quali l’Unione europea, sostiene, non riesce ancora a far rispettare pienamente le proprie regole.

Slovacco, nato a Bratislava nel 1977, esponente di Progresívne Slovensko e del gruppo liberale Renew Europe, Hojsík è europarlamentare dal 2019 e vicepresidente dell’Eurocamera dall’ottobre 2023. Prima dell’impegno politico ha lavorato per organizzazioni internazionali come Greenpeace e Four Paws, occupandosi soprattutto di ambiente e sostenibilità. Tra le sue responsabilità istituzionali figurano oggi i diritti fondamentali, lo Stato di diritto, l’intelligenza artificiale e i rapporti con il Consiglio d’Europa.

Proprio in rappresentanza della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, Hojsík ha partecipato a Roma alla Conferenza europea dei presidenti di Parlamento, organizzata il 15 e 16 ottobre sotto l’egida dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e ospitata dal Parlamento italiano. All’iniziativa hanno preso parte rappresentanti delle assemblee legislative dei 46 Paesi membri dell’organizzazione, oltre a delegazioni di Stati partner e osservatori. Tre i grandi temi al centro del confronto: la resilienza delle democrazie di fronte alle minacce ibride, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro e il futuro dell’ordine internazionale fondato sulle regole.

A margine della conferenza, in un’intervista ad Adnkronos, Hojsík affronta il problema della disinformazione, chiede una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme digitali e accusa la Commissione europea di non applicare con sufficiente determinazione le norme già esistenti. Ma mette anche in guardia dai rischi dell’AI per le nuove generazioni di lavoratori e per le capacità cognitive delle persone.

Le democrazie europee devono difendersi dalla disinformazione e dalle interferenze straniere. Ma dove si trova il confine tra la protezione della democrazia e il rischio di censura?

“Vorrei ricordare quello che accadde cento anni fa, con l’ascesa del fascismo e del nazismo in Europa. Tra gli strumenti che contribuirono a quel fenomeno c’erano anche volantini e manifesti anonimi. Il punto fondamentale è la responsabilità per ciò che si dice. Oggi, quando molte persone aprono i propri social network, trovano una grande quantità di disinformazione generata dall’intelligenza artificiale. Non parliamo semplicemente di qualcuno che esprime un’opinione, anche falsa, assumendosene la responsabilità con il proprio nome e la propria identità. Parliamo di account anonimi, di profili falsi e di reti di bot che cercano di minare la fiducia dei cittadini nei loro rappresentanti, indipendentemente dall’appartenenza politica. E le piattaforme consentono che questo accada, lo rendono possibile. Devono essere chiamate a risponderne. Abbiamo già una legislazione e dobbiamo applicarla: le piattaforme devono agire oppure affrontarne le conseguenze”.

Ma come si può intervenire senza colpire anche la libertà di espressione?

“Immagini qualcuno che riempia il suo quartiere di manifesti contenenti menzogne, senza alcuna firma e senza che sia possibile identificare chi li abbia diffusi. Intervenire in una situazione del genere sarebbe censura? Se qualcuno mi critica, dice di non essere d’accordo con me e si assume la responsabilità di quello che afferma, questa è discussione democratica. Diffondere menzogne in modo anonimo, invece, è manipolazione. Ed è qualcosa che dobbiamo fermare, proprio per difendere la libertà delle persone”.

La Commissione europea ha proposto lo European Democracy Shield, lo scudo europeo per la democrazia, e una maggiore cooperazione tra gli Stati membri contro le interferenze straniere. È la strada giusta?

“C’è una contraddizione che trovo particolarmente evidente: molto spesso proprio coloro che gridano alla censura sono i primi a praticarla. Guardiamo agli attacchi dell’amministrazione americana contro i media. Prima delle elezioni accusavano i democratici di voler imporre la censura, ma poi cercano di mettere a tacere i mezzi d’informazione indipendenti. Oppure guardiamo a Viktor Orbán in Europa: denuncia continuamente la presunta volontà dell’Unione europea di censurare, mentre lui stesso ha limitato la libertà di espressione, anche nei confronti delle persone Lgbti. È un meccanismo che conosciamo dalla storia: presentarsi come vittime di una repressione inesistente e poi, una volta arrivati al potere, limitare davvero la libertà di espressione degli altri. Per me un principio essenziale rimane questo: se dici qualcosa, devi essere pronto ad assumertene la responsabilità e ad accettarne le conseguenze”.

Questo significa che bisognerebbe identificare chiunque pubblichi un contenuto online?

“Io la porrei diversamente. Credo che le piattaforme social dovrebbero avere per i contenuti le stesse responsabilità che hanno i media. Di fatto sono media. Lei, come giornalista, sa bene che esiste la responsabilità dell’editore. Ecco, attribuiamo anche a questi soggetti la responsabilità dell’editore”.

Le piattaforme obiettano che una responsabilità di questo tipo comporterebbe un onere enorme, soprattutto dovendo operare nei 27 diversi ordinamenti giuridici dell’Unione. Anche le imprese editoriali conoscono queste difficoltà: talvolta devono persino disattivare i commenti perché controllarli richiede troppe risorse. Non rischiamo di imporre un obbligo praticamente impossibile da rispettare?

“Sì, ma dobbiamo guardare anche ai profitti che queste aziende realizzano. La nostra libertà e la nostra democrazia non valgono forse più dei loro profitti?”.

Quindi ritiene che sia necessario un intervento legislativo più incisivo?

“Voglio essere molto chiaro: questa è una mia posizione personale, non la posizione del Parlamento europeo. Ma prima ancora di introdurre nuove misure dobbiamo far rispettare le leggi che già abbiamo. Il problema è che, come Unione europea, non stiamo applicando sufficientemente il Digital Services Act e il Digital Markets Act. Dobbiamo chiamare le piattaforme a rispondere delle loro responsabilità.

Siamo in una situazione in cui molti danno quasi per scontato che TikTok possa essere utilizzato dal governo cinese. Ma abbiamo anche una situazione in cui, a mio giudizio, la politica estera ufficiale degli Stati Uniti parla di un cambiamento di regime in Europa. Eppure quasi nessuno si interroga sulle azioni di Elon Musk. Come facciamo a sapere se aziende che hanno sede negli Stati Uniti non siano sottoposte a pressioni da parte del governo americano per favorirne gli obiettivi politici? Come possiamo escluderlo?

Dobbiamo finalmente difendere l’Europa, i nostri interessi e la nostra libertà”.

C’è poi un altro problema, quello della cosiddetta amplificazione artificiale: non necessariamente si diffondono notizie false, ma contenuti autentici che vengono spinti dagli algoritmi fino a ottenere una visibilità sproporzionata. Non è anche questo un modo per manipolare il dibattito pubblico?

“Qui arriviamo al problema degli algoritmi. Perché un algoritmo promuove certi contenuti invece di altri? Dobbiamo innanzitutto considerare quale sia l’obiettivo delle piattaforme social, anche indipendentemente da qualsiasi interferenza politica o intenzione malevola. Il loro obiettivo è realizzare profitti.

Come si guadagna attraverso un social network? Mostrando pubblicità. E per mostrare più pubblicità bisogna far rimanere gli utenti online il più a lungo possibile. Come si ottiene questo risultato? Generando reazioni. E generalmente i contenuti che producono le reazioni più forti sono quelli più estremi o scandalosi.

È proprio per questo che abbiamo introdotto obblighi di trasparenza sugli algoritmi. Ma anche in questo caso la Commissione europea non li sta facendo rispettare adeguatamente”.

Non ci sarebbero pesanti conseguenze politiche ed economiche in caso di scontro con le grandi aziende tecnologiche americane?

“Penso che questo sia parte del problema. Abbiamo regole che dovrebbero consentirci di intervenire anche sui meccanismi degli algoritmi che favoriscono comportamenti di dipendenza. Eppure sono stati tribunali americani a intervenire per primi su alcuni di questi aspetti.

Perché noi europei non riusciamo a farlo? Perché ogni volta che tentiamo di intervenire sulle piattaforme, Trump protesta, arrivano minacce di sanzioni e una parte del mondo imprenditoriale ci dice che non dobbiamo fare nulla.

Non pretendo di avere la soluzione definitiva. Ma dobbiamo almeno cominciare ad applicare le nostre leggi. È una delle ragioni per cui abbiamo bisogno di un’Europa forte, capace di difendere gli interessi dei propri cittadini e questo straordinario continente. Non possiamo limitarci a essere marionette manovrate da Est o da Ovest”.

Passiamo all’intelligenza artificiale e al mercato del lavoro, un altro dei temi della conferenza di Roma. Dove dovremmo tracciare il confine tra innovazione tecnologica e tutela sociale? E che cosa possono fare i parlamenti per garantire un controllo democratico su questa trasformazione?

“È un tema estremamente vasto. Vorrei partire da un punto: l’intelligenza artificiale può essere un buon servitore, ma sarebbe certamente un pessimo padrone.

Già oggi l’AI sta mettendo a rischio posti di lavoro e in alcuni casi li sta eliminando, non necessariamente producendo un beneficio. Pensiamo ai giovani avvocati che iniziano la professione, agli architetti e ad altri lavori impiegatizi e intellettuali. Molte delle attività più semplici, quelle che normalmente vengono affidate a chi è all’inizio della carriera, possono essere svolte dall’intelligenza artificiale.

Ma c’è una domanda fondamentale: come si può diventare professionisti esperti, come si può arrivare a un livello elevato di competenza, se non si ha più la possibilità di crescere, di esercitarsi e di fare esperienza?”.

Quindi il rischio non è soltanto perdere posti di lavoro, ma interrompere il processo attraverso il quale si formano le competenze?

“Esattamente. Ed è un rischio anche per le aziende. Se diventano completamente dipendenti dagli agenti di intelligenza artificiale, possono finire per perdere il proprio know-how, le conoscenze e le capacità professionali.

C’è poi un’altra questione. Se trasferiamo all’intelligenza artificiale le nostre capacità cognitive, rischiamo semplicemente di diventare meno intelligenti. Il cervello è come un muscolo: bisogna allenarlo. Se smettiamo di farlo, se lasciamo che sia l’AI a pensare al nostro posto, perderemo progressivamente la capacità di analizzare e di esercitare il pensiero critico”.

E quale può essere la risposta della politica? La legislazione riesce a stare al passo con una tecnologia che evolve così rapidamente?

“Non è un compito semplice. L’intelligenza artificiale procede con una velocità propria, che sembra quasi sfuggire alla nostra capacità di intervento. Abbiamo l’AI Act, che pone limiti e stabilisce alcune garanzie per l’utilizzo di questa tecnologia in Europa.

Dobbiamo fare tutto il possibile affinché l’intelligenza artificiale rimanga centrata sull’essere umano e sia sempre la persona a prendere la decisione finale.

Ma dobbiamo anche lavorare molto di più insieme ai parlamenti nazionali, affinché le norme sul lavoro e sulle condizioni occupazionali siano in grado di proteggere la dignità delle persone e di garantire posti di lavoro di qualità”.

Un’ultima domanda sulla conferenza di Roma. Il Consiglio d’Europa riunisce un insieme di Paesi più ampio rispetto all’Unione europea, ma è spesso poco presente nel dibattito pubblico nazionale. Quale valore aggiunto può avere la cooperazione tra parlamenti in un momento di crescente instabilità internazionale?

“Per me il confronto tra parlamenti, non soltanto all’interno dell’Unione europea ma anche nel quadro più ampio del Consiglio d’Europa, è estremamente importante. Dobbiamo lavorare di più insieme.

Uno dei compiti fondamentali dei parlamenti è esercitare il controllo sull’esecutivo. Il Parlamento italiano e quello europeo sono entrambi eletti direttamente dai cittadini. Il Parlamento italiano controlla il governo, noi controlliamo la Commissione europea. Se cooperiamo maggiormente, possiamo svolgere meglio il compito per il quale i cittadini ci hanno eletto, assicurandoci che i governi e la Commissione operino nell’interesse delle persone.

E poi c’è il dialogo con i Paesi che non fanno parte dell’Unione europea. È come parlare con i propri vicini, discutere delle sfide comuni, affrontare insieme anche le difficoltà dei Paesi candidati all’adesione.

Qui a Roma ho avuto un incontro bilaterale con il presidente della Camera dei Comuni britannica, ed è presente anche il presidente della Camera canadese. Sono Paesi che considero alleati molto stretti.

In un mondo in cui siamo sottoposti a pressioni e minacce non soltanto da Est, dalla Russia, ma anche da parte del presidente Trump, diventa più importante che mai lavorare con i nostri amici e alleati. Abbiamo bisogno di un’Europa forte, che sia una vera potenza, capace di garantire sicurezza e benessere ai suoi cittadini in un mondo sempre più difficile”.

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