“Nel complesso non è un granché, ma per il resto del mondo sì. Per noi, invece, non conta granché. Loro immetteranno sul mercato del diesel, quindi è una cosa positiva. Ma in realtà non è un accordo che ci riguarda direttamente: è un accordo globale”. Con queste parole, pronunciate alla Casa Bianca in risposta a una domanda dell’inviato di Adnkronos, Donald Trump ha liquidato i dubbi espressi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’intesa commerciale per il gasolio russo stretta dal presidente Usa e Vladimir Putin.
Dietro le parole del tycoon si cela una frattura strategica tra Washington e le cancellerie europee: mentre l’Unione europea mantiene l’embargo sui prodotti raffinati di Mosca pagandone i costi economici, la Casa Bianca riapre unilateralmente le porte ai carichi russi per calmierare i prezzi alla pompa alla vigilia delle elezioni di metà mandato (le prime in ventiquattro anni senza la presenza degli osservatori internazionali dell’Ocse).
L’allarme di Meloni in Parlamento: “Scelta rischiosa che legittima Mosca”
La replica del tycoon è giunta a stretto giro rispetto all’intervento di Giorgia Meloni al Senato in vista del Consiglio europeo. La presidente del Consiglio italiana, storicamente considerata una delle interlocutrici europee più attente all’area repubblicana ma più volte attaccata dal presidente Usa negli ultimi mesi, ha espresso una bocciatura priva di ambiguità diplomatiche, definendo l’intesa tra Washington e il Cremlino “una scelta molto rischiosa”.
“Il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra e un implicito indebolimento della leva sanzionatoria”, ha avvertito Meloni davanti all’Aula. La presidente del Consiglio ha rimarcato come una simile mossa “contraddica quanto fatto finora dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative”, sottolineando inoltre che l’impennata dei carburanti scaturisce principalmente dalla crisi in Medio Oriente e che un ritorno al greggio russo non alleggerirà le bollette delle famiglie italiane. Una presa di posizione netta, elogiata pubblicamente dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha ringraziato Roma per la fermezza.
La replica di Mosca: “Non sono affari suoi”
Prima ancora del commento di Trump, a reagire con asprezza alle dichiarazioni di Palazzo Chigi era stato il Cremlino. Interpellata dalle agenzie di stampa, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva respinto le obiezioni italiane con toni insolitamente sbrigativi: “Prima di tutto non sono affari suoi. Secondo, tornare alla frase uno”.
La risposta di Mosca riflette la soddisfazione russa per l’apertura di un canale negoziale diretto con Washington, eludendo il coordinamento con la Nato e con l’Ue. Per il Cremlino, l’accordo sul combustibile rappresenta la dimostrazione che l’isolamento sanzionario occidentale non regge di fronte alle oscillazioni dei prezzi petroliferi e che la via bilaterale con la presidenza Trump consente di scavalcare il fronte compatto dei Ventisette.
Cosa prevede concretamente l’intesa Trump-Putin
L’intesa, scaturita da un colloquio telefonico tra i due leader e formalizzata lo scorso 9 ottobre, stabilisce la ripresa delle forniture di prodotti petroliferi raffinati russi sui mercati occidentali e globali attraverso scaglioni progressivi:
- Volumi immediati e progressivi: Mosca si è impegnata a immettere subito sul mercato oltre 300mila tonnellate di gasolio (pari a circa 2,25 milioni di barili), salendo a 500mila tonnellate nel mese di novembre e a un milione a dicembre, con la prospettiva di raggiungere nel tempo fino a 3 milioni di tonnellate al mese subordinatamente allo stato delle raffinerie russe;
- La licenza generale del Tesoro Usa: per consentire le transazioni, l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro statunitense ha emanato una licenza generale temporanea che autorizza fino al 7 aprile 2027 acquisto, trasporto, consegna e importazione di diesel russo anche direttamente negli Stati Uniti;
- Deroga all’export russo: il governo guidato da Putin ha contestualmente autorizzato una deroga al divieto di esportazione di carburanti che la Russia aveva varato sul proprio mercato domestico, permettendo ai carichi stoccati di raggiungere i terminali internazionali.
Le conseguenze concrete per l’Ue, la guerra e le bollette
Al di là della schermaglia verbale, il risvolto pratico dell’intesa produce conseguenze a catena sia sul piano economico che su quello geopolitico. Sotto il profilo economico, secondo le stime del ministero delle Imprese e del Made in Italy, le prime 300mila tonnellate pattuite equivalgono ad appena 14 ore del consumo interno statunitense di gasolio. Gli analisti di mercato rilevano che un volume simile non ha la forza di provocare un crollo duraturo dei prezzi mondiali, rendendo il beneficio materiale irrilevante rispetto alla concessione politica fatta al Cremlino.
Per quanto riguarda l’Ue, inoltre, va segnalato che gli operatori economici americani e di Paesi terzi ottengono lo scudo legale di Washington per commerciare combustibile russo a prezzi scontati, mentre le imprese dell’Unione europea rimangono vincolate ai divieti del quattordicesimo pacchetto sanzionatorio di Bruxelles. Questo crea un vantaggio di costo per le aziende non europee e penalizza la manifattura Ue già gravata dai rincari energetici.
Contestualmente, la riapertura dell’export garantisce a Mosca entrate fresche in valuta pregiata derivanti dalla tassazione sui prodotti raffinati, compensando le perdite subite dalle esportazioni di greggio non lavorato e alimentando la spesa militare per la guerra in Ucraina.
La decisione unilaterale degli Stati Uniti di concedere una deroga fino ad aprile 2027 mina alla base il principio di deterrenza economica transatlantica. Se il principale promotore delle sanzioni decide di sospenderle per ragioni di convenienza elettorale interna, l’autorevolezza dell’intero impianto normativo dell’Occidente viene svuotata di valore negoziale, lasciando l’Europa isolata nella gestione delle ripercussioni strategiche del conflitto.

