“Usare lo Statuto di blocco”: gli eurodeputati chiedono di proteggere la Cpi dalle sanzioni di Trump

Gli eurodeputati chiedono alla Commissione di agire a favore della Corte penale internazionale, mentre Washington concede sei mesi "di grazia" aprendo uno spiraglio diplomatico
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Cartello all'entrata della Corte penale internazionale
Corte penale internazionale (Ipa)

“Chiediamo formalmente l’urgente utilizzo di tutti gli strumenti a nostra disposizione per proteggere la Corte penale internazionale dalle conseguenze di queste sanzioni”. Cinquantotto eurodeputati chiedono fermamente all’Unione di “prendere posizione” rispetto alle nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla Corte penale internazionale (Cpi), in una lettera inviata ieri alla Commissione europea, riportata da Politico. La richiesta fa riferimento al cosiddetto Statuto di blocco, uno strumento giuridico che consentirebbe all’Ue di contrastare gli effetti extraterritoriali delle misure americane.

Ma anche stavolta per Bruxelles si apre una scelta difficile: adottare una risposta immediata, rischiando di aggravare lo scontro con Washington, oppure privilegiare la via diplomatica, sfruttando uno spiraglio negoziale lasciato aperto dallo stesso presidente Usa Donald Trump.

Cos’è lo Statuto di blocco europeo

Il Blocking Statute, più precisamente Regolamento di blocco dell’Unione europea, è stato istituito nel 1996 per proteggere cittadini e imprese europee dagli effetti extraterritoriali di determinate leggi adottate da Paesi terzi.

In particolare, vieta agli operatori europei di conformarsi alle misure straniere espressamente incluse nel regolamento e impedisce il riconoscimento nell’Ue delle decisioni giudiziarie fondate su quelle disposizioni.

Per applicarlo alle sanzioni contro la Cpi occorrerebbe però aggiornare l’elenco delle misure contemplate. Inoltre, non garantirebbe una protezione completa alle imprese esposte al mercato americano, né obbligherebbe le società statunitensi a continuare a fornire servizi alla Corte, e potrebbe anche generare conflitti di obblighi per le imprese operanti in entrambe le giurisdizioni.

Il rischio di paralisi della Corte: cosa è successo

Il 9 ottobre Washington ha annunciato sanzioni contro la Cpi nel suo complesso, ma Trump ha già colpito singoli giudici – tra cui francesi, italiani e sloveni – dopo il suo ritorno alla Casa Bianca riprendendo un ‘lavoro’ iniziato durante il suo primo mandato presidenziale e interrotto da Joe Biden. Quest’ultimo infatti tolse le sanzioni decise dal tycoon.

L’amministrazione Trump contesta da tempo l’operato della Cpi, soprattutto per i mandati d’arresto emessi contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e altri funzionari israeliani, oltre che per le indagini sulle azioni dei militari statunitensi in Afghanistan (che la Corte considera non prioritarie).

Ma la decisione di venerdì scorso, peraltro già annunciata, rappresenta un salto di qualità nell’offensiva americana contro l’istituzione, fondata nel 2002 per perseguire genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e aggressione. La scintilla è stata la decisione di assegnare il Nobel per la Pace, agognato da Trump, a Navi Pillay, ex giudice della Cpi e di altri tribunali internazionali, già Alta commissaria Onu per i diritti umani. Una scelta simbolica con la quale il Comitato per il Premio ha voluto sottolineare l’importanza del diritto internazionale.

Trump non l’ha mandata giù. “Non ho mai sentito il suo nome. Io ho risolto otto guerre e ci sarebbe voluto un Nobel per ognuna”, ha dichiarato accusando la Norvegia di aver screditato il premio. Ha poi aggiunto che ora Oslo ha “una macchia indelebile” e che “il rifiuto della Norvegia di conferire il Nobel agli Stati Uniti” non verrà dimenticato.

Le sanzioni Usa prevedono il blocco dei beni della Corte penale internazionale soggetti alla giurisdizione americana e il divieto di transazioni con soggetti statunitensi. Banche, assicurazioni e aziende tecnologiche rischiano di dover interrompere i servizi alla Cpi, compromettendone l’operatività.

Rubio: “La Cpi metta fine alle sue minacce, o noi metteremo fine alla Cpi”

Le conseguenze delle sanzioni sono rilevanti, perché potrebbero compromettere il funzionamento della Corte: banche costrette a interrompere i servizi finanziari, compagnie assicurative a sospendere le coperture e aziende tecnologiche a cessare la collaborazione. Da mesi, la Cpi si prepara all’eventualità, sostituendo software Microsoft con alternative open source e riorganizzando alcuni servizi bancari e assicurativi. La Corte ha denunciato un “attacco allo stato di diritto e alle fondamenta stesse dell’ordinamento giuridico internazionale”.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato molto chiaramente gli obiettivi degli Usa: “Vieteremo ogni transazione con questa corte canaglia, tagliandone le risorse e paralizzandone la capacità di operare”. E ha avvertito: “O la Cpi metterà fine alle sue minacce, oppure noi metteremo fine alla Cpi”.

La finestra diplomatica concessa da Washington

Nonostante la durezza delle dichiarazioni, come anticipato l’amministrazione Trump ha lasciato degli spiragli per negoziare. Ha infatti previsto un “periodo di grazia di sei mesi” prima della piena applicazione delle nuove sanzioni, accompagnato da esenzioni per determinate operazioni, tra cui telecomunicazioni, software, pensioni e servizi relativi ai detenuti.

Rubio ha spiegato che questa struttura permetterà alla Corte e agli Stati aderenti allo Statuto di Roma di affrontare le preoccupazioni americane. Ma ha anche avvertito che le misure potranno essere modificate qualora Washington non ottenga le risposte richieste.

È su questa disponibilità condizionata che punta Bruxelles. Kallas ha accolto favorevolmente l’apertura americana al dialogo, sottolineando che il rinvio “crea uno spazio per la diplomazia” con l’obiettivo di “trattare o quantomeno provare ad ammorbidire la rabbia americana contro la Cpi“, ottenere una rapida revoca delle sanzioni e impedire ulteriori provvedimenti contro l’indipendenza della Corte.

Resta però incerto quali concessioni Washington considererebbe sufficienti e soprattutto se un’intesa possa essere raggiunta senza compromettere l’autonomia giudiziaria della Cpi.

Cecilia Strada: “È finito il tempo dei deploriamo”

Inoltre, molti eurodeputati chiedono azione: le sanzioni, scrivono nella lettera alla Commissione, rappresentano “un attacco di una potenza straniera contro un’entità situata sul territorio dell’Ue, che utilizza il nostro stesso sistema finanziario”.

La lettera è molto chiara: “È in gioco la sopravvivenza dei valori che l’Unione europea difende, così come l’autonomia e la credibilità dell’Europa nella protezione dei suoi cittadini e delle sue entità dalle sanzioni straniere. Si tratta della sopravvivenza dell’Unione stessa“.

“È finito il tempo delle parole, dei ‘deploriamo’ e dei ‘condanniamo ma in questa fase preferiamo il dialogo'”, aveva dichiarato venerdì Cecilia Strada (Pd/S&D), chiedendo a sua volta alla Commissione di attivare immediatamente il regolamento di blocco e gli altri strumenti disponibili.

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