Chi decide che cosa è “fidato”? L’AI tra oligopolio e autarchia secondo Baldoni e Khodorkovsky

Roberto Baldoni e Len Khodorkovsky propongono una terza strada tra il dominio di pochi colossi dell’AI e l’autarchia tecnologica nazionale: costruire un ecosistema fondato su standard verificabili, filiere resilienti e interdipendenza tra democrazie. Una dottrina che trova nella Pax Silica il suo primo laboratorio
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Immagine realizzata col supporto dell'AI

Non è detto che la corsa globale all’intelligenza artificiale venga vinta da chi costruirà il modello più potente. Potrebbe vincerla la coalizione capace di trasformare fiducia, interoperabilità e accesso alle filiere in un mercato abbastanza grande da competere con la Cina, senza consegnare dati, conoscenze industriali e capacità decisionali a un ristretto gruppo di piattaforme private.

È questa la tesi sviluppata da Roberto Baldoni, già direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e oggi Consigliere per la cybersicurezza e la tecnologia all’ambasciata italiana di Washington, e Len Khodorkovsky, già vice assistente segretario di Stato americano per la strategia digitale e attualmente Senior Advisor del Krach Institute for Tech Diplomacy, in un editoriale pubblicato su Newsweek con un titolo che non lascia molto spazio alle sfumature: “The New AI Doctrine: Embrace Trusted Tech or Accept Coercion”. La scelta, secondo gli autori, non è semplicemente tra innovare o restare indietro, ma tra costruire relazioni tecnologiche verificabili oppure accettare nuove forme di dipendenza e coercizione.

Due rischi, una stessa fragilità

Il ragionamento parte da due allarmi apparentemente opposti. Il primo è stato lanciato dall’amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella: un’economia nella quale imprese e interi settori trasferiscono progressivamente valore, dati e conoscenze a pochi grandi modelli rischia di svuotare le aziende della loro capacità di innovare. L’AI, invece di moltiplicare il capitale umano, potrebbe trasformare le organizzazioni in semplici fornitori di informazioni per piattaforme sempre più potenti.

Il secondo allarme arriva da Jacob Helberg, sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici e principale architetto della Pax Silica. A suo giudizio, i Paesi che interpretano la sovranità digitale come la necessità di ricostruire all’interno dei confini nazionali ogni componente dello stack tecnologico rischiano di investire enormi risorse per replicare tecnologie già superate. La sovranità intesa come autarchia produrrebbe sistemi più piccoli, più costosi e meno innovativi.

Baldoni e Khodorkovsky provano a tenere insieme queste due preoccupazioni. Da una parte non vogliono un’AI concentrata in pochi modelli e in poche aziende, capaci di assorbire il valore prodotto dal resto dell’economia. Dall’altra rifiutano l’idea che ogni Stato possa costruire autonomamente chip, data center, cloud, modelli, applicazioni e filiere dei minerali critici.

La soluzione proposta è una forma di interdipendenza selettiva: non indipendenza assoluta, ma capacità di collaborare con partner considerati affidabili, mantenendo il controllo sulle funzioni essenziali e la possibilità di sostituire un fornitore quando questo diventa fonte di vulnerabilità.

La sovranità come capacità di scegliere

In questa prospettiva la sovranità tecnologica non coincide più con la proprietà nazionale di ogni infrastruttura. Diventa piuttosto la capacità di sapere da chi dipende un sistema, in quale giurisdizione sono trattati i dati, quali soggetti possono intervenire sul servizio, come viene garantita la continuità operativa e quali alternative esistono in caso di crisi politica, commerciale o militare.

È una distinzione importante anche per l’Europa. Per anni il dibattito europeo sulla sovranità digitale è stato interpretato negli Stati Uniti come il tentativo di creare barriere regolatorie contro le aziende americane. La dottrina della trusted technology cerca invece di ridefinire la questione: non conta tanto la nazionalità formale del fornitore, quanto il rispetto di criteri verificabili in materia di sicurezza, trasparenza, protezione dei dati, governo societario e controllo delle filiere.

Il problema è che l’interdipendenza rimane “fidata” soltanto quando è reversibile. Un Paese o un’impresa sono realmente sovrani se possono trasferire dati e applicazioni, utilizzare più fornitori, verificare i componenti della propria infrastruttura e mantenere il controllo sulla conoscenza prodotta. In assenza di portabilità, interoperabilità e possibilità di uscita, anche la dipendenza da un alleato può trasformarsi in vulnerabilità strategica.

Pax Silica, dalla teoria alla diplomazia

La Pax Silica rappresenta il principale laboratorio politico di questa impostazione. Al secondo vertice di Washington, oltre trenta economie hanno sottoscritto una dichiarazione sull’“opportunità dell’AI”, impegnandosi a rafforzare le catene di approvvigionamento tecnologiche, la cooperazione sui semiconduttori e il coordinamento tra Paesi partner. Tra i progetti annunciati figura anche un’iniziativa a Panama per sviluppare strumenti di tracciabilità e certificazione dell’origine di chip, minerali critici e infrastrutture Ai che transitano attraverso uno dei principali snodi logistici mondiali.

La partecipazione dell’Unione europea segna un passaggio rilevante. Il 25 giugno la Commissione ha firmato la dichiarazione Pax Silica a nome dell’Ue, presentando l’iniziativa come uno strumento per aumentare la sicurezza delle filiere del silicio, creare opportunità per le imprese europee e rafforzare, attraverso la cooperazione internazionale, la stessa sovranità tecnologica dell’Europa.

L’adesione, tuttavia, non è stata automatica. Prima della firma, Bruxelles aveva chiesto chiarimenti a Washington sulla governance della Pax Silica, sull’accesso paritario dei partecipanti ai gruppi di lavoro e alle informazioni, sui rapporti con le iniziative del G7, sulle sovrapposizioni con le politiche americane per le materie prime critiche e sul rispetto dei quadri normativi dei singoli aderenti. Il Consiglio ha poi autorizzato la sottoscrizione dello strumento non vincolante all’inizio di giugno.

Queste cautele spiegano bene la posizione europea. L’Ue vede nella collaborazione con gli Stati Uniti e con gli altri partner democratici una leva necessaria per colmare i propri ritardi tecnologici, ma non vuole che la nozione di fiducia venga definita unilateralmente da Washington o utilizzata per aggirare l’AI Act, le regole europee sui dati, la disciplina della concorrenza e le politiche industriali comunitarie.

Rendere la fiducia misurabile

Il cuore operativo della proposta di Baldoni e Khodorkovsky è il Global Trusted Tech Standard, o xGTT, sviluppato dal Krach Institute for Tech Diplomacy della Purdue University. Lo standard viene presentato come un quadro volontario e guidato dal mercato per trasformare concetti generali — integrità, responsabilità, trasparenza, rispetto dei diritti e della sovranità nazionale — in criteri utilizzabili da governi, imprese e investitori.

Il framework considera tre dimensioni: come una tecnologia viene sviluppata, come viene distribuita e impiegata e come è governata l’organizzazione che la produce. Roberto Baldoni fa parte del Board of Governors di xGTT, presieduto dall’ex ministra digitale di Taiwan Audrey Tang. Non si tratta, almeno per ora, di uno standard intergovernativo o di una certificazione approvata da organismi come Iso, ma di una proposta volontaria che punta a influenzare acquisti pubblici, investimenti e collaborazioni internazionali.

L’obiettivo è ridurre il costo politico ed economico della fiducia. Oggi ogni accordo tecnologico transfrontaliero richiede verifiche su proprietà societaria, sicurezza informatica, provenienza dei componenti, giurisdizione, protezione dei dati e possibili interferenze governative. Uno standard comune dovrebbe consentire ai partner di non ripartire da zero per ogni contratto.

Gli autori chiamano “democratic coupling” l’integrazione deliberata di mercati, istituzioni e capacità dei Paesi democratici. Nessuno possiede da solo tutte le risorse necessarie: gli Stati Uniti hanno hyperscaler, modelli e capitali; l’Europa conserva competenze industriali, aziende dei semiconduttori e capacità regolatoria; il Giappone e la Corea del Sud sono centrali per chip, materiali e componentistica; altri partner dispongono di minerali, energia, infrastrutture logistiche o talenti.

Dal G7 alla distinta dei componenti dell’AI

Un esempio concreto è il lavoro del G7 sulla Software Bill of Materials per l’intelligenza artificiale. Il principio è simile a quello di una distinta industriale: rendere conoscibili i modelli, i dataset, i componenti software, i fornitori, le dipendenze e gli elementi infrastrutturali utilizzati all’interno di un sistema AI.

Il documento sui requisiti minimi, frutto di un lavoro guidato anche da Italia e Germania, non risolve tutti i problemi di sicurezza, ma introduce un metodo per ricostruire la provenienza dei componenti e reagire più rapidamente a vulnerabilità, manipolazioni dei dati o compromissioni della catena di fornitura.

Alla dimensione pubblica si affianca quella privata. La Trusted Tech Alliance, lanciata alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, riunisce 16 aziende di undici Paesi, tra cui Microsoft, Aws, Google Cloud, Anthropic, Asml, Ericsson, Nokia, Ntt, Sap e Saab. I membri hanno indicato cinque aree di impegno: governo societario trasparente, sviluppo sicuro, valutazioni indipendenti, controllo delle filiere, apertura degli ecosistemi e rispetto dello Stato di diritto e della protezione dei dati.

Chi certifica i certificatori?

La fiducia non è un parametro puramente tecnico. Dipende dalle leggi di un Paese, dai rapporti tra imprese e governi, dalla possibilità per le autorità di accedere ai dati, dalle politiche di esportazione e dalle decisioni di politica estera.

Uno standard costruito prevalentemente da governi occidentali e grandi aziende potrebbe diventare uno strumento utile per proteggere infrastrutture critiche. Ma potrebbe anche trasformarsi in un sistema di accesso selettivo ai mercati, capace di escludere concorrenti, start-up o Paesi non pienamente allineati. La “tecnologia fidata” rischierebbe allora di essere percepita non come una garanzia neutrale, ma come l’etichetta tecnologica di un blocco geopolitico.

Esiste poi un secondo rischio, riconosciuto dagli stessi Baldoni e Khodorkovsky: sostituire la sovranità pubblica con quella privata. Se sono i grandi fornitori di cloud, modelli e infrastrutture a definire autonomamente che cosa è sicuro, trasparente o affidabile, gli Stati finiscono per delegare alle piattaforme non soltanto l’innovazione, ma anche la determinazione delle regole.

Per evitare questa deriva, la valutazione della fiducia deve essere aperta, contestabile e sottoposta a verifiche indipendenti. I criteri devono poter essere applicati anche ai membri più potenti dell’alleanza e non soltanto ai fornitori esterni. Occorrono inoltre meccanismi di ricorso, trasparenza sulle metodologie, separazione tra chi produce una tecnologia e chi ne certifica l’affidabilità.

La difficile terza via europea

Per l’Europa la dottrina della trusted technology offre un’opportunità, ma anche un dilemma. L’Ue non dispone ancora di modelli, cloud e capacità di calcolo paragonabili a quelli americani. Allo stesso tempo possiede aziende e competenze decisive nei macchinari per semiconduttori, nelle telecomunicazioni, nell’automazione industriale, nella cybersicurezza e nelle tecnologie quantistiche.

Un’alleanza tecnologica tra democrazie può offrire al continente la scala che manca ai singoli programmi nazionali. Ma perché l’interdipendenza non diventi una formula elegante per consolidare la centralità degli hyperscaler statunitensi, l’Europa dovrà entrare nell’alleanza come produttore di capacità e di standard, non soltanto come mercato di destinazione.

Ciò significa investire in infrastrutture comuni, diversificare le catene di fornitura, sostenere operatori europei, mantenere il controllo sui dati industriali e ottenere una governance realmente paritaria. La fiducia non può sostituire la politica industriale: può renderla più efficace, collegando le capacità europee a un ecosistema più ampio.

La nuova dottrina descritta su Newsweek individua correttamente il problema: né il monopolio di pochi modelli né ventisette o cento autarchie tecnologiche possono produrre un’AI insieme innovativa, competitiva e democratica. Resta però da dimostrare che la fiducia possa essere trasformata in un’infrastruttura politica stabile, verificabile e reciproca.

La corsa all’AI non sarà decisa soltanto dal numero di chip o dalla quantità di capitale investito. Sarà decisa anche dalla capacità di costruire coalizioni nelle quali i partner possano collaborare senza perdere la possibilità di scegliere, controllare e, quando necessario, dire di no. È in questa distanza sottile tra interdipendenza e dipendenza che si giocherà una parte decisiva della sovranità tecnologica del futuro.