Cisgiordania, sanzioni commerciali alle colonie israeliane: l’Ue si divide tra dazi, veti e il nodo del voto

Non ci sono dubbi sulla gravità dei fatti, ma l'Ue sembra profondamente spaccata sulla natura stessa delle misure e sulla procedura di voto da adottare
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Soldati israeliani ostacolano i giornalisti che seguono i coloni a Hebron, in Cisgiordania (Ipa)

I ministri degli Esteri dell’Unione europea si sono riuniti oggi lunedì 13 luglio 2026 per varare nuove e drastiche misure volte a limitare il commercio con gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata. Al centro della discussione un documento riservato della Commissione europea che delinea tre opzioni operative per colpire economicamente le colonie: un sistema di licenze di importazione, l’imposizione di tariffe doganali proibitive o un bando totale dei prodotti.

La base legale e la crisi della “soluzione a due Stati”

La spinta per un intervento commerciale è alimentata dalla crescente frustrazione delle cancellerie europee verso il governo israeliano di Benjamin Netanyahu e dall’aumento delle violenze dei coloni. A pesare è soprattutto il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha dichiarato illegali l’occupazione e gli insediamenti, esortando gli Stati a impedire relazioni commerciali che contribuiscano a mantenere tale status quo.

Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Ue, ha espresso con fermezza la posizione comune sulla gravità della situazione in Cisgiordania, sottolineando come l’espansione degli insediamenti stia minando le fondamenta della diplomazia internazionale. “Tutti i ministri concordano sul fatto che la situazione in Cisgiordania è davvero intollerabile. Ed è anche chiaro che sosteniamo tutti la soluzione dei due Stati. Quello che sta succedendo in Cisgiordania sta rendendo sempre più impossibile che questa soluzione a due Stati possa mai realizzarsi”, ha dichiarato Kallas a margine del Consiglio.

Il dilemma del voto: unanimità o maggioranza qualificata?

Non ci sono dubbi sulla gravità dei fatti, ma l’Ue sembra profondamente spaccata sulla natura stessa delle misure e sulla procedura di voto da adottare. Il nodo è tecnico ma squisitamente politico: se la misura venisse considerata “commerciale”, basterebbe la maggioranza qualificata (15 Stati che rappresentino il 65% della popolazione); se invece venisse classificata come “politica estera e di sicurezza”, servirebbe l’unanimità, un traguardo quasi impossibile da raggiungere data la storica divisione del blocco sul conflitto israelo-palestinese.

Secondo Kallas, il servizio giuridico del Consiglio ha indicato che la materia ricade nella maggioranza qualificata. Tuttavia, il documento della Commissione suggerisce che un bando totale potrebbe richiedere il consenso di tutti i 27 Stati membri.

Scontro sulla tempistica

Le dichiarazioni raccolte a Bruxelles evidenziano due linee di pensiero opposte. Da una parte chi, come il Lussemburgo, chiede un’azione immediata; dall’altra chi, come l’Italia, invita alla cautela in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre.

Xavier Bettel, ministro degli Esteri del Lussemburgo, ha espresso in modo acceso la sua insofferenza per l’immobilismo europeo sostenendo che a “Israele il 27 ottobre ci saranno le elezioni. Dobbiamo davvero aspettare che cambi il governo per decidere sul commercio con gli insediamenti illegali in Cisgiordania? Sarebbe un po’ vergognoso, dobbiamo avanzare. Abbiamo diverse proposte della Commissione, e non certo per mancanza di domanda, dato che le abbiamo chieste molte volte”.

Di segno opposto la posizione di Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, che ha insistito sulla necessità di un consenso unanime e di una riflessione strategica più profonda:

“Vediamo, esaminiamo bene la proposta quale sarà. Credo però che dovrà essere poi approvata all’unanimità, visto che si tratta di una scelta politica, non di una scelta commerciale. Credo che la proposta della Commissione europea andrà in quella direzione. Esamineremo nel dettaglio tutte le proposte, valuteremo. Non siamo pregiudizialmente contrari, ma credo che si debba fare, come abbiamo sempre detto, una valutazione approfondita”. Tajani ha poi aggiunto dubbi sulla possibilità di chiudere la partita in tempi brevi: “Non so se si potrà decidere prima delle elezioni in Israele. Però noi siamo contro gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, siamo per infliggere anche delle sanzioni, ma vediamo che tipo di sanzioni, soprattutto per quanto riguarda le importazioni”.

Prospettive incerte

Mentre Kallas prosegue nel suo tentativo di “mettere insieme i 27” sperando che “qualcuno cambi idea” di fronte alle opzioni messe sul tavolo, Israele osserva con ostilità il dibattito europeo. Già lo scorso anno, l’allora ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar aveva definito “vergognosi” i tentativi di alcuni governi europei di implementare il parere della Corte Internazionale di Giustizia, ribadendo che Israele considera quei territori “disputati” e non occupati illegalmente. Al momento, i diplomatici non si attendono una decisione formale immediata, ma il solo fatto che la Commissione abbia formalizzato opzioni come dazi puniti o il bando totale segna un punto di non ritorno nel rapporto tra Bruxelles e Tel Aviv.