Riceviamo e pubblichiamo un’analisi di Giuseppe Vaciago, partner di 42 Law Firm.
Il vertice Pax Silica di Washington del giugno 2026 ha portato l’alleanza a 24 membri, con l’ingresso dell’Unione europea e di nuovi Stati. L’Italia, che ha sostenuto l’iniziativa fin dall’inizio, ha già firmato la dichiarazione congiunta sulle opportunità dell’IA e, nonostante l’attrito diplomatico tra Roma e Washington, si prepara a sottoscrivere la dichiarazione Pax Silica e il memorandum sulle materie prime critiche.
Lanciata a fine 2025 dal Dipartimento di Stato americano, l’iniziativa mette in sicurezza l’intera filiera dell’IA – dai minerali critici al silicio, dai microchip ai data center – in chiave di riduzione della dipendenza dalla Cina, disegnando una gerarchia in cui gli alleati diventano “nodi di capacità” e gli Stati Uniti si riservano il ruolo di supervisore.
Fin qui la cronaca. La domanda, per un giurista, è un’altra: la Pax Silica resterà una cornice di cooperazione geopolitica e industriale, o diventerà il luogo in cui si definiscono, di fatto, standard, condizioni di accesso alle tecnologie e criteri di affidabilità destinati a incidere sul mercato europeo? Perché su quel mercato vige già una regola: l’AI Act.
Appartenenza geopolitica non è conformità giuridica
Il primo equivoco da sciogliere è questo. Far parte di una filiera ‘trusted’ a guida americana significa essere ritenuti affidabili sul piano della sicurezza e dell’approvvigionamento. Non significa che modelli, infrastrutture e fornitori che arrivano attraverso quella filiera siano automaticamente conformi all’AI Act. La fiducia geopolitica guarda alla provenienza; la conformità giuridica guarda ai requisiti: gestione del rischio, trasparenza, sorveglianza umana, qualità dei dati, documentazione tecnica. Un chip o un foundation model possono essere perfettamente ‘Pax Silica compliant’ e restare privi degli obblighi che il regolamento impone a chi li immette o li utilizza nel mercato Ue. Il passaporto della filiera apre le porte dell’accesso, non quelle della conformità.
Due idee diverse di ‘AI affidabile’
Il punto più delicato è semantico prima che normativo. La visione americana è stata riassunta con nettezza al vertice dal vicesegretario di Stato Christopher Landau: non sono i governi a costruire la frontiera tecnologica, ma le imprese, e il compito della politica è “eliminare le frizioni” per liberare il potenziale dell’IA “a beneficio delle nazioni di libero mercato”. Affidabilità, qui, è sicurezza economica e libertà d’impresa: controllo delle tecnologie critiche, riduzione delle dipendenze da Pechino, filiere protette. ‘Trusted’ significa, in sostanza, di chi ci si può fidare. Per l’Unione europea, invece, l’IA affidabile — la ‘trustworthy AI’ da cui è nato il regolamento – resta ancorata ai diritti fondamentali, alla trasparenza e alla responsabilità: conta cosa fa il sistema, non solo da dove viene. Due bussole che possono convergere, ma che non coincidono.
La doppia compliance delle imprese
Per le imprese la conseguenza è concreta. L’ambasciatore Armando Varricchio lo ha detto con chiarezza: serve “un accesso libero e sicuro” alle materie prime critiche per tutto l’ecosistema produttivo. Ma l’accesso non è il traguardo: è il punto di partenza di una doppia compliance. Da un lato quella geopolitica e tecnologica, per entrare nella filiera – allineamento strategico, requisiti di sicurezza, condizioni poste dai partner. Dall’altro quella giuridica, per usare quelle stesse tecnologie nel mercato europeo nel rispetto di AI Act e Gdpr. Le due logiche non parlano sempre la stessa lingua: ciò che rende un fornitore ‘ammissibile’ alla Pax Silica non lo rende conforme a Bruxelles.
Il vero interrogativo è di sovranità – o, per usare la parola tornata al centro del dibattito europeo, di indipendenza digitale. L’Italia aderisce alla Pax Silica come Stato-nazione, dentro una logica bilaterale, di libero mercato e di sicurezza economica; ma userà quelle tecnologie in un mercato regolato da Bruxelles secondo una logica di diritti. Si colloca esattamente sulla faglia tra i due modelli; la stessa faglia che, nelle stesse settimane, è riaffiorata sui dati e sul commercio. Se l’appartenenza alla filiera diventasse anche adesione implicita a criteri di affidabilità decisi altrove, il ‘Brussels effect’ rischierebbe di rovesciarsi: non più l’Europa che esporta regole, ma l’Europa che importa condizioni. La partita non è solo sui chip e sui minerali. È su chi, alla fine, definisce cosa significa ‘affidabile’.

