Russia, allarme sul fianco Est: cosa può davvero succedere coi Paesi Baltici e la Polonia

Le intelligence avvertono su una nuova e imminente minaccia da parte russa, anche con missili. Ma cosa c'è di vero dietro? Un giornalista estone ha approfondito la questione
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Aerei Russi Sukhoi Su 25
Immagine di repertorio (Ipa/Fotogramma)

Niente di (davvero) nuovo sul fianco orientale. Diversi media occidentali in questi giorni hanno dato notizia di una nuova e imminente minaccia da parte russa verso i Paesi baltici e in Polonia. Potrebbe essere un pericolo concreto, ma potrebbe anche trattarsi di una narrazione strategica alimentata da Mosca per generare paura in Occidente e minare il sostegno a Kiev, in un momento in cui Federazione affronta difficoltà economiche e militari. Ma partiamo dalle minacce.

L’allarme dei servizi segreti

L’intelligence lettone in queste settimane ha avvisato che il Cremlino starebbe pianificando provocazioni militari e attacchi ibridi nei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania, ex Paesi sovietici) e in Polonia, compresi attacchi con “missili, droni o altre azioni volte a inviare un segnale: smettete di sostenere l’Ucraina, altrimenti avrete i vostri problemi”. L’obiettivo sarebbe infatti quello di fare pressione sui Paesi dell’Alleanza affinché smettano di aiutare Kiev, e al contempo di testare la coesione dell’Alleanza Atlantica. La situazione per Putin si è fatta complessa: sul campo Kiev ha addirittura recuperato terreno e ora sta colpendo in profondità le infrastrutture energetiche russe, mentre i problemi all’economia sono sempre più difficili da nascondere.

La Federazione non è pronta per una guerra convenzionale, precisano i servizi segreti lettoni, ma va considerato che il presidente russo Vladimir Putin non ha davvero contezza della situazione, perché è isolato e perché chi gli sta intorno gli dice sostanzialmente ciò che vuole sentirsi dire, più che la realtà sul campo, “e questo crea un circolo vizioso pericoloso che può portare a decisioni sciocche e insensate“. Di conseguenza, avvisano, il capo del Cremlino potrebbe anche commettere errori di valutazione. Ed è questa la “preoccupazione maggiore”.

Minacce alla Polonia

Per quanto riguarda la Polonia, delle minacce sono arrivate apertamente. In un’intervista al programma russo Vesti, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha avvisato Varsavia che “farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza” e ha lasciato intendere che potrebbero essere prese di mira industrie che producono “droni destinati all’Ucraina” che poi “vengono lanciati contro di noi”.

Il politico ha anche affermato che l’idea di un attacco russo della Polonia è un “racconto horror”, ipotesi “ormai troppo diffuse sui media occidentali”, ma anche avvisato che Mosca conoscerebbe l’attività e “gli indirizzi” degli impianti polacchi in questione.

Anche gli Stati Uniti avvisano che “soldati russi che potrebbero attraversare il confine da Kaliningrad o dalla Bielorussia” per entrare in Polonia, e che Mosca potrebbe lanciare missili e droni per colpire infrastrutture critiche nel Paese.

A fine giugno, il primo ministro polacco Donald Tusk, nella conferenza stampa seguita al Vertice del fianco orientale a Danzica, ha espresso pubblicamente preoccupazione: “Condividiamo senza eccezioni, l’opinione che la situazione sia molto instabile e che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi si possano prevedere diverse forme di escalation”.

Occorre preoccuparsi davvero?

Cosa c’è dietro?

Per verificare se l’escalation sia una probabilità più che una possibilità e che forma potrebbe prendere, Holger Roonemaa, giornalista investigativo estone specializzato nelle questioni di sicurezza collegate alla Russia, ha parlato con diverse fonti dei servizi di intelligence, dei governi e di ambienti diplomatici, e ha delineato in un articolo su Substack alcuni punti.

Quello fondamentale è che, almeno al momento, non c’è nulla di certo: “Non ci sono indicazioni di un’imminente provocazione militare. Non vediamo cambiamenti nella presenza militare russa o nei preparativi, ha spiegato un funzionario lettone. Anche fonti dell’intelligence baltica hanno detto a Roonemaa che “ad oggi non si conosce alcuna data, nessun piano concreto, nessun organizzatore designato per simili provocazioni”.

Certamente le voci stanno girando, fin dalla scorsa primavera. A maggio si sarebbe tenuto un incontro in Russia durante il quale sarebbe stato dato l’ordine di elaborare piani per potenziali provocazioni. Target: oltre a Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, sarebbero state citate anche la Finlandia e la Moldova, che peraltro non confina con la Federazione.

Tuttavia, “la Russia pianifica costantemente attività ostili e sovversive dirette contro l’Estonia“, hanno affermato diverse fonti al giornalista, segnalando anche che ufficiali dell’intelligence russa propongono idee ai ranghi superiori ma che “per un motivo o per l’altro, la stragrande maggioranza di queste idee non è mai stata messa in pratica”. “Non si tratta di una situazione di emergenza né di un motivo di particolare preoccupazione”, hanno dichiarato.

Un’escalation ibrida e non convenzionale

Nulla di troppo nuovo sul fianco orientale, dunque. Provocazioni da parte russa o sospette tali sono all’ordine del giorno o molto frequenti, tra sconfinamenti coi droni, sabotaggio di cavi sottomarini e cyberattacchi. Lo scorso autunno ci fu anche un vero sconfinamento terrestre (non un caso isolato): tre militari russi hanno attraversato il confine con l’Estonia sul fiume Narva vicino al paese Vasknarva, arrivando con un hovercraft per poi proseguire a piedi e rientrando dopo 20 minuti.

Lo scenario che al momento è ritenuto più probabile, secondo quanto emerge dalle indagini di Roonemaa, e dunque quello già noto (non per questo da sottovalutare): “Incidenti con droni, comprese operazioni sotto falsa bandiera, e atti di sabotaggio sempre più aggressivi”. “Stiamo parlando di un’escalation ibrida e non convenzionale”, ha sottolineato la fonte lettone al giornalista.

Insomma, la Russia si manterrebbe intenzionalmente al di sotto della soglia che rischia di far scattare l’art. 5 della Nato, e cioè il principio di difesa collettiva tra membri dell’Alleanza. Perché Putin può voler testare la risposta dell’organizzazione, ma non può dare per scontato che questa risposta gli piaccia.

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