Corno d’Africa, la sicurezza dell’Europa passa dal Mar Rosso: deterrenza, crisi e nuove alleanze

Dal Bab el-Mandeb alle tensioni interne all’Etiopia, dalla guerra in Sudan alla lotta contro al-Shabaab in Somalia: il workshop della Nato Defense College Foundation ha analizzato una regione decisiva per il commercio globale, la sicurezza energetica e gli equilibri tra Africa, Europa e Medio Oriente
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Il Corno d’Africa non è più soltanto una delle aree più fragili del continente africano. È diventato uno dei punti nei quali si incontrano – e spesso si scontrano – alcune delle principali dinamiche strategiche del sistema internazionale: la sicurezza delle rotte commerciali, la competizione tra potenze, la proiezione dei Paesi del Golfo, le guerre per procura, il terrorismo, le migrazioni, l’accesso alle risorse idriche ed energetiche, la trasformazione digitale e la tenuta delle istituzioni multilaterali.

È questo il quadro emerso dal workshop di alto livello “Africa 2026 – Perspectives from the Horn of Africa. Preventing Malign Actions. Vital Supply Lines”, organizzato a Roma il 9 luglio dalla Nato Defense College Foundation, in collaborazione con il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione Csf e il Nato Defense College.

Ad aprire i lavori sono stati Alessandro Minuto-Rizzo, presidente della Nato Defense College Foundation, Marjorie Apruzzese, senior research advisor del Nato Defense College, Nicoletta Pirozzi, consigliera della Fondazione Csf e scientific advisor della Fondazione Compagnia di San Paolo, e Sem Fabrizi, ambasciatore d’Italia in Etiopia.

La prima sessione, moderata da Francesca Fraccaroli, chief del Global Security Information Centre del Dipartimento delle Nazioni Unite per la sicurezza, ha riunito El Hadji Ibrahima Diene (Unione africana), Alberto Munisso del Nato Strategic Direction South Hub, l’ex direttore per l’Africa subsahariana della Farnesina Giuseppe Mistretta, Fabio Massimo Ballerini dell’ufficio del consigliere diplomatico della presidente del Consiglio e della task force del Piano Mattei, e Luca Miehe, capo di gabinetto del rappresentante speciale dell’Ue per il Corno d’Africa.

Al dialogo sull’Etiopia, moderato dalla giornalista Gaja Pellegrini-Bettoli, hanno partecipato Nicola Minasi, capo dell’Unità di crisi della Farnesina, e Niagalé Bagayoko, presidente dell’African Security Sector Network. La sessione conclusiva è stata guidata da Patrick Smith, direttore di Africa Confidential e The Africa Report, con Alan Boswell dell’International Crisis Group, Bitania Tadesse dell’International Peace Institute, Jesutimilehin O. Akamo dell’Institute for Peace and Security Studies e Jalale Getachew Birru di Acled. Le conclusioni sono state affidate a Nicoletta Bombardiere, direttrice generale della Farnesina per l’Africa subsahariana, l’America Latina, l’Asia e l’Oceania.

Un crocevia tra Mediterraneo, Golfo e Indo-Pacifico

Il primo elemento emerso dal confronto è la necessità di cambiare la mappa mentale con cui viene osservato il Corno d’Africa. La regione non può essere considerata una periferia lontana dell’Europa né essere letta esclusivamente attraverso le crisi interne di Etiopia, Somalia, Eritrea, Sudan e Sud Sudan. È uno spazio di connessione tra il Mediterraneo, l’Africa subsahariana, la Penisola arabica e l’Indo-Pacifico.

Il suo valore strategico dipende soprattutto dalla posizione geografica. Il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb rappresentano uno dei principali passaggi del commercio mondiale: secondo il concept della conferenza, attraverso questo corridoio transita circa il 15% degli scambi globali, insieme a una quota significativa dei flussi energetici. La pressione contemporanea su Bab el-Mandeb e sullo stretto di Hormuz crea inoltre il rischio di una doppia strozzatura intorno alla Penisola arabica, con conseguenze immediate per l’Europa.

Gli attacchi contro il traffico mercantile, l’instabilità dello Yemen, la ripresa della pirateria al largo della Somalia e le tensioni nel Golfo hanno già mostrato quanto rapidamente una crisi locale possa trasformarsi in un problema globale. Quando le compagnie di navigazione evitano il Mar Rosso e deviano le navi intorno al Capo di Buona Speranza, aumentano i giorni di viaggio, il consumo di carburante, i costi assicurativi e i prezzi del trasporto. Ne risentono le catene produttive europee, ma anche le economie africane: l’Egitto perde entrate dal Canale di Suez, i Paesi importatori di energia affrontano costi più elevati e gli Stati costieri vedono diminuire investimenti e opportunità.

Per l’Italia la questione è ancora più diretta. Nel corso del workshop è stato ricordato che una parte molto rilevante del commercio marittimo italiano utilizza il sistema Mar Rosso-Suez. Il Corno d’Africa diventa così una componente del Mediterraneo allargato e una delle aree nelle quali si decide la sicurezza economica nazionale.

La sicurezza del mare si costruisce sulla terra

Una delle conclusioni più nette della conferenza è che la libertà di navigazione non può essere garantita esclusivamente dalle flotte militari. Le missioni navali sono indispensabili per proteggere le imbarcazioni, contrastare la pirateria e mantenere aperti i corridoi marittimi, ma intervengono principalmente sui sintomi. Le cause dell’insicurezza si trovano a terra.

La pirateria nasce nelle comunità costiere prive di alternative economiche, nelle aree nelle quali lo Stato non controlla il territorio e nei sistemi portuali attraversati da traffici illeciti. Anche la lotta al terrorismo non può essere ridotta all’azione militare contro al-Shabaab o contro le cellule dello Stato islamico. Senza amministrazioni locali credibili, servizi pubblici, giustizia, accesso al lavoro e fiducia nelle istituzioni, la pressione dei gruppi armati tende a ricostituirsi.

La deterrenza nel Corno d’Africa deve quindi assumere una dimensione molto più ampia rispetto a quella tradizionale. Non riguarda soltanto la capacità di colpire un avversario, ma quella di rendere gli Stati e le società meno vulnerabili. Significa rafforzare le forze di sicurezza nazionali, le guardie costiere e i sistemi di condivisione delle informazioni, ma anche investire nella pesca sostenibile, nell’economia blu, nell’occupazione giovanile, nella lotta alla povertà e nella capacità delle comunità di resistere alla radicalizzazione.

Lo stesso vale per le minacce ibride. Disinformazione, manipolazione del dibattito pubblico, propaganda online, campagne coordinate sui social network, interferenze esterne e sfruttamento delle divisioni etniche o religiose possono produrre effetti simili a quelli di un’operazione militare, soprattutto all’interno di sistemi politici già fragili. La resilienza strategica dipende quindi dalla legittimità delle istituzioni e dalla fiducia che la popolazione ripone nello Stato.

L’Etiopia, perno regionale e possibile linea di faglia

L’Etiopia ha occupato inevitabilmente una posizione centrale nel confronto. Con oltre 130 milioni di abitanti, sede dell’Unione africana e punto di collegamento tra Africa orientale, bacino del Nilo e Mar Rosso, il Paese è al tempo stesso un perno della stabilità regionale e una delle sue principali incognite.

Addis Abeba sta cercando di rafforzare il proprio ruolo internazionale, attraverso il processo di adesione all’Organizzazione mondiale del commercio, la partecipazione all’area africana di libero scambio e l’ingresso nei Brics. La crescita demografica, la domanda di energia, lo sviluppo delle infrastrutture e il peso diplomatico dell’Etiopia ne fanno un interlocutore essenziale per l’Italia, per l’Ue e per gli altri attori presenti nella regione.

Ma questa centralità moltiplica anche i rischi. L’accordo di Pretoria ha fermato la fase più intensa della guerra nel Tigray, senza tuttavia cancellarne le cause. Restano le tensioni tra il governo federale e le autorità tigrine, l’attività delle milizie nell’Amhara, il conflitto nell’Oromia e il pericolo che alleanze oggi separate possano convergere contro Addis Abeba.

A queste fratture interne si aggiungono i dossier regionali. Il primo riguarda il rapporto con l’Eritrea, anche alla luce della ricerca etiope di un accesso più diretto al mare. Il secondo è la Grande diga del Rinascimento sul Nilo Azzurro, che continua a pesare sulle relazioni con l’Egitto. Il terzo coinvolge il Somaliland, la sovranità della Somalia e l’accesso ai porti del Mar Rosso e del Golfo di Aden.

Il rischio è che questioni differenti – accesso al mare, confini, risorse idriche, tensioni etniche e competizione tra potenze – finiscano per alimentarsi reciprocamente. La loro soluzione non può essere affidata alla rivendicazione di presunti diritti storici o alla modifica unilaterale degli equilibri territoriali. Servono accordi negoziati che permettano di trasformare dossier percepiti come giochi a somma zero in formule di cooperazione: corridoi commerciali, concessioni portuali, infrastrutture condivise e gestione coordinata delle risorse.

Sudan e Somalia, le crisi che superano i confini

Accanto all’Etiopia, il workshop ha concentrato l’attenzione su Sudan e Somalia. La guerra sudanese è stata descritta come il caso più evidente di regionalizzazione di un conflitto. Non si tratta più soltanto dello scontro tra le Forze armate sudanesi e le Rapid Support Forces. Il conflitto coinvolge reti economiche, trafficanti di armi, interessi portuali e attori esterni, mentre la popolazione affronta una delle più gravi crisi umanitarie e di sfollamento al mondo.

Il Sudan mostra il lato più pericoloso della crescente multipolarità: molti attori dispongono di risorse sufficienti per sostenere una parte in guerra, ma nessuno possiede – o intende esercitare – l’autorità necessaria per imporre una soluzione. Le iniziative diplomatiche si sovrappongono, le alleanze cambiano e il rischio di errori di calcolo aumenta.

La crisi può inoltre propagarsi lungo un arco molto più vasto. Movimenti di armi, combattenti e rifugiati collegano Sudan, Sud Sudan, Ciad, Repubblica Centrafricana, Etiopia ed Eritrea. Le stesse reti possono attraversare il Mar Rosso e interagire con le dinamiche dello Yemen. Una nuova escalation nel Tigray, sommata alla guerra sudanese e all’instabilità yemenita, potrebbe produrre una cintura di conflitti interconnessi dall’Africa centrale alla Penisola arabica.

In Somalia, il problema è differente ma altrettanto complesso. La lunga presenza dell’Unione africana ha permesso di contenere al-Shabaab, sostenere le istituzioni federali e accompagnare il trasferimento graduale delle responsabilità alle autorità somale. La missione, tuttavia, non è soltanto un dispositivo militare: deve proteggere i civili, sostenere la stabilizzazione locale e creare le condizioni per l’azione umanitaria.

Il nodo è la sostenibilità politica e finanziaria di questo impegno. La riduzione dei finanziamenti internazionali e le difficoltà nel definire un meccanismo stabile di sostegno alle operazioni africane rischiano di aprire un vuoto proprio mentre il governo somalo deve fronteggiare al-Shabaab, le tensioni con gli Stati federati e il difficile percorso verso le elezioni. Abbandonare o indebolire prematuramente la missione potrebbe vanificare anni di investimenti e lasciare spazio ai gruppi armati.

Il Mar Rosso e la competizione tra le nuove potenze

La crescente presenza dei Paesi del Golfo costituisce un’altra trasformazione strutturale. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti considerano ormai il Corno d’Africa parte del proprio vicinato strategico. Porti, basi, terreni agricoli, reti logistiche, infrastrutture digitali e investimenti non rispondono soltanto a interessi commerciali: creano progressivamente un’esigenza di protezione politica e militare.

Le alleanze sono però estremamente fluide. Arabia Saudita ed Emirati, in passato spesso allineati, mostrano oggi interessi non sempre coincidenti. Turchia e Qatar hanno costruito proprie reti di influenza, mentre Egitto e Israele osservano la regione attraverso le lenti della sicurezza del Mar Rosso, del Nilo e delle rotte commerciali. Russia e Cina cercano accesso a porti, infrastrutture e mercati; Mosca mantiene da tempo l’interesse per una presenza navale sul Mar Rosso, mentre Pechino combina investimenti, commercio e presenza militare a Gibuti.

Questa densità di attori offre ai governi africani nuove opportunità di finanziamento e maggiori margini di negoziazione. Allo stesso tempo, li espone alla possibilità che rivalità esterne vengano importate sul territorio africano. Stati e gruppi armati possono cercare sponsor alternativi, mettere in competizione i partner e sfruttare le divergenze tra potenze. Quando manca un quadro multilaterale efficace, la competizione rischia di trasformarsi in una somma di interventi paralleli, ciascuno guidato da interessi differenti.

Il compito dell’Europa non dovrebbe essere quello di contestare automaticamente la presenza degli attori del Golfo, ma di costruire con loro un dialogo sulla stabilità delle rotte, sul rispetto della sovranità degli Stati africani e sulla riduzione del sostegno alle parti in conflitto.

L’intelligenza artificiale e il limite dell’early warning

Uno dei passaggi più innovativi del workshop ha riguardato l’uso dell’intelligenza artificiale per la diplomazia preventiva. Nel dialogo dedicato all’Etiopia è stato illustrato un sistema di supporto alle decisioni basato sull’analisi combinata di quattro dimensioni: le istituzioni formali, gli attori informali, l’ecosistema dell’informazione e le relazioni internazionali.

Il modello raccoglie dati sul governo, sul Parlamento, sulle autorità locali e sulle forze armate, ma anche sulle chiese, sulle organizzazioni religiose, sulle milizie, sui movimenti ribelli e sulle reti sociali. Analizza la crescita delle piattaforme digitali, il ruolo dei media pubblici e privati, l’attività dei gruppi politici online e le relazioni dell’Etiopia con partner, rivali e Paesi confinanti. L’obiettivo è individuare segnali deboli, possibili convergenze tra gruppi armati, spostamenti militari e scenari di escalation.

Il confronto ha però evidenziato che l’intelligenza artificiale non elimina il fattore umano. I dati devono essere controllati, interpretati e inseriti nel contesto. Un algoritmo può segnalare una mobilitazione o l’aumento della propaganda, ma non può automaticamente stabilire le intenzioni politiche degli attori né comprendere tutti i rapporti personali, le rivalità e i livelli di fiducia che determinano l’attuazione di un accordo di pace.

C’è poi un secondo problema: conoscere in anticipo una crisi non significa riuscire a prevenirla. In Africa esistono numerosi sistemi di allerta precoce, centri di analisi e banche dati. Molti conflitti erano stati previsti, almeno nelle loro linee generali. Ciò che è mancato è stata l’azione tempestiva.

Il vero passaggio da compiere è dunque dall’early warning all’early action. Le istituzioni devono definire chi riceve l’allarme, chi ha il potere di intervenire, quali strumenti politici e finanziari possono essere attivati e quale livello di rischio è considerato sufficiente per agire. Quando la violenza è già esplosa, ogni intervento diventa più costoso, più controverso e più difficile da accettare per le parti.

Una crisi del multilateralismo e del regionalismo

Il Corno d’Africa risente contemporaneamente della crisi delle organizzazioni multilaterali globali e della debolezza delle architetture regionali. L’Onu dispone di esperienza e legittimità, ma incontra crescenti difficoltà politiche e finanziarie. L’Unione africana ha costruito un’architettura per la pace e la sicurezza, ma dipende ancora in misura significativa dai finanziamenti esterni e dalla volontà degli Stati membri.

L’Igad, che dovrebbe essere uno dei principali strumenti di cooperazione nel Corno, è a sua volta condizionata dalle tensioni tra gli stessi Paesi che ne fanno parte. L’Ue mantiene missioni navali, programmi di capacity building, strumenti di cooperazione e una forte presenza diplomatica, ma deve confrontarsi con ventisette Stati membri e con la difficoltà di trasformare risorse economiche rilevanti in influenza politica coerente.

Il risultato è la proliferazione di formati ad hoc: gruppi di contatto, coalizioni di mediatori, tavoli paralleli e iniziative promosse da singole potenze. Questi strumenti possono essere utili quando le organizzazioni formali sono bloccate, ma rischiano di produrre sovrapposizioni e competizione diplomatica.

La risposta emersa dal workshop non è la creazione di un’ulteriore struttura, bensì una divisione più chiara del lavoro. L’Unione africana e l’Igad devono mantenere la guida politica dei processi regionali; l’Onu può fornire legittimità, logistica e sostegno alle operazioni di pace; l’Ue può combinare diplomazia, finanziamenti, missioni civili e investimenti; la Nato può contribuire alla formazione, alla sicurezza marittima, alla conoscenza strategica e al dialogo con i partner.

Il ruolo dell’Italia e il Piano Mattei

Per l’Italia, il Corno d’Africa rappresenta un’area di responsabilità storica e di interesse strategico. Roma mantiene relazioni consolidate con Etiopia, Somalia ed Eritrea, una presenza militare a Gibuti, contingenti in Somalia e una partecipazione alle operazioni europee nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano.

Il Piano Mattei costituisce il principale quadro politico attraverso il quale integrare cooperazione allo sviluppo, investimenti, sicurezza e connettività. Nel corso dei lavori è stata sottolineata la necessità che il Piano non sia percepito soltanto come un insieme di progetti e finanziamenti, ma acquisisca una dimensione politica più marcata.

Gli investimenti restano comunque essenziali. In una regione nella quale i mercati sono frammentati, le reti logistiche insufficienti e i sistemi finanziari poco integrati, infrastrutture e connessioni possono ridurre le tensioni. Corridoi energetici, cavi sottomarini, collegamenti digitali e reti transfrontaliere creano interessi comuni e rendono più costosa la rottura dei rapporti.

La cooperazione italiana con il Global Gateway europeo, lo sviluppo del collegamento digitale Blue-Raman e l’Hub per l’intelligenza artificiale e lo sviluppo sostenibile sono stati indicati come esempi di un approccio che punta a unire infrastrutture, innovazione, imprese e formazione.

Ma la connettività da sola non basta. Gli investimenti devono essere accompagnati da governance, trasparenza, inclusione delle comunità locali e capacità amministrativa. Il principio della partnership “con” i Paesi africani, e non “per” i Paesi africani, implica che priorità e progetti siano definiti insieme ai governi, alle organizzazioni regionali e alla società civile.

Anticipare le crisi, non limitarsi a gestirle

Il messaggio finale della conferenza è che la sicurezza del Corno d’Africa e quella dell’Europa non possono più essere separate. Le rotte commerciali che attraversano il Mar Rosso dipendono dalla stabilità politica delle coste. La stabilità degli Stati dipende dalla capacità di offrire servizi, opportunità e istituzioni credibili. E la credibilità delle istituzioni regionali dipende dalla disponibilità dei partner internazionali a sostenerle senza sostituirsi ad esse.

La prevenzione delle crisi è meno visibile di un’operazione militare e produce risultati difficili da misurare. Eppure è anche lo strumento meno costoso. Richiede presenza diplomatica, analisi continua, capacità di reazione, finanziamenti flessibili e il coraggio politico di intervenire quando i segnali sono ancora deboli.

Nel Corno d’Africa quasi tutti gli elementi di una nuova crisi sono già osservabili: Stati fragili, conflitti irrisolti, milizie armate, competizione esterna, cambiamento climatico, disinformazione e difficoltà economiche. Ma la regione dispone anche di risorse decisive: una popolazione giovane, una posizione strategica, importanti potenzialità energetiche, una crescente capacità tecnologica e istituzioni continentali che possono diventare il centro di soluzioni realmente africane.

La differenza tra questi due scenari dipenderà dalla capacità degli attori regionali e internazionali di passare dalla gestione delle emergenze alla costruzione della resilienza. In altre parole, di anticipare gli eventi invece di rincorrerli.