Meno promesse, più armi: ad Ankara la Nato fa i conti con la guerra lunga

Il vertice in Turchia non consegna una svolta improvvisa, ma mette in fila le conseguenze di una stagione aperta dalla guerra russa contro Kiev: più spesa, produzione militare, sostegno pluriennale all’Ucraina e un rapporto transatlantico meno scontato
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Foto di gruppo al Nato summit in Turchia
I leader della Nato posano per una foto di gruppo durante il vertice di Ankara (Afp)

Ad Ankara la Nato ha chiuso il vertice con una dichiarazione breve, quasi essenziale. Sei paragrafi appena, per ribadire l’articolo 5, indicare la Russia come minaccia di lungo periodo, confermare il sostegno militare all’Ucraina e richiamare l’Iran sul nucleare e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Poche righe, nessuna architettura solenne, nessuna nuova dottrina da consegnare alla storia dell’Alleanza.

Eppure, il summit turco dice molto più della sua dichiarazione finale. Perché dietro la formula classica della difesa collettiva – un attacco a uno è un attacco a tutti – c’è ormai una domanda molto meno rituale: chi produce le armi, con quali soldi, in quanto tempo e con quale continuità. La Nato che arriva ad Ankara non deve solo rassicurare i suoi cittadini e mandare un messaggio a Mosca. Deve dimostrare di avere scorte, fabbriche, munizioni, difesa aerea, droni, missili, tecnologie digitali e una macchina industriale in grado di reggere una stagione lunga di insicurezza.

Il vertice non nasce dal nulla. Arriva dopo anni in cui la guerra russa contro l’Ucraina ha consumato arsenali, cambiato priorità, riportato la difesa territoriale al centro della politica europea e reso più difficile continuare a parlare di sicurezza come di un bene garantito altrove. Prima il 2% del Pil, poi il nuovo obiettivo del 5% annuo in difesa e sicurezza entro il 2035, deciso all’Aia nel 2025. Ad Ankara il discorso fa un passo in più: non basta promettere più spesa se quei fondi non diventano capacità reali.

Mark Rutte lo aveva detto alla vigilia: “L’Aia era pianificazione, Ankara è attuazione”. Nel linguaggio del vertice significa meno contabilità politica e più produzione, meno pacchetti decisi sull’urgenza e più sostegno prevedibile a Kiev, meno affidamento automatico sulla presenza americana e più responsabilità europea dentro la Nato.

Come ci siamo arrivati

La traiettoria comincia nel 2014, con l’annessione russa della Crimea. Da quel momento gli alleati accettano di tornare a investire nella difesa e il 2% del Pil diventa il riferimento politico dell’Alleanza. Per molti Paesi europei, però, resta a lungo un obiettivo più evocato che raggiunto. L’Europa riconosce il ritorno della minaccia russa, ma continua a comportarsi come se la guerra ad alta intensità fosse un’ipotesi remota.

Il 2022 rompe questa ambiguità. L’invasione su larga scala dell’Ucraina mostra che il continente non è più al riparo dalla guerra lunga, costosa e materiale. Servono munizioni, mezzi, difesa aerea, ricambi, addestramento, logistica. Servono scorte che molti Paesi non hanno più nelle quantità necessarie. Serve un’industria capace di produrre non solo sistemi sofisticati, ma anche volumi.

È qui che cambia il dibattito. La Nato non può più limitarsi a chiedere agli alleati di spendere di più. Deve capire come aggregare la domanda, evitare duplicazioni, dare alle imprese segnali prevedibili, accorciare i tempi di consegna e ricostituire arsenali svuotati dal sostegno a Kiev. Il Defence Industry Forum di Ankara, organizzato il 7 luglio alla vigilia della riunione dei leader, nasce esattamente dentro questa esigenza: trasformare il piano di investimento dell’Aia in produzione, cooperazione e acquisti congiunti.

Dentro il vertice di Ankara

La dichiarazione finale conferma l’articolo 5 e il legame transatlantico, ma il richiamo pesa più del solito perché arriva nel pieno del ritorno di Donald Trump sulla scena Nato. In pubblico il presidente americano ha attaccato gli alleati, criticato la Spagna, rimproverato l’Italia sulle basi e riaperto il dossier Groenlandia. A porte chiuse, secondo fonti alleate, avrebbe invece rassicurato i partner sulla permanenza degli Stati Uniti nell’Alleanza.

Il doppio registro racconta bene il nuovo equilibrio. Washington resta dentro la Nato, ma chiede agli europei di assumersi una quota maggiore della difesa comune. Rutte ha provato a trasformare questa pressione in una narrativa di riequilibrio: più Europa dentro una Nato più forte, non fuori dalla Nato. La formula tiene insieme continuità transatlantica e aumento delle responsabilità europee, ma non cancella la dipendenza di fondo. L’Europa può spendere e produrre di più, ma continua ad avere bisogno degli Stati Uniti per capacità decisive, dalla deterrenza nucleare all’intelligence, dalla difesa aerea avanzata a una parte delle tecnologie più sensibili.

Il secondo passaggio riguarda l’Ucraina. Gli alleati promettono 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento nel 2026, con l’impegno a mantenere livelli almeno equivalenti nel 2027. La novità non è soltanto nella cifra, ma nella volontà di rendere il sostegno meno esposto all’urgenza del momento. Kiev non combatte con annunci sporadici. Ha bisogno di continuità, pezzi di ricambio, manutenzione, addestramento e capacità industriale.

Il terzo passaggio è quello industriale. Ad Ankara vengono annunciati oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti e viene approvata la nuova strategia per la cooperazione tra Nato e industria. Nel forum sono stati presentati nuovi procurement, tra cui il decimo Airbus A330 MRTT per la flotta multinazionale di tanker, velivoli senza equipaggio Triton per la sorveglianza marittima e l’acquisto congiunto di Saab GlobalEye per le capacità di sorveglianza e controllo aereo. Accanto ai grandi sistemi militari entrano anche il cloud, l’intelligenza artificiale, le reti digitali e i canali per avvicinare imprese e Alleanza.

L’industria non è più il retroscena

La nuova Strategy for Industry-NATO Cooperation, approvata al summit, mostra dove si sta spostando il baricentro della Nato. L’Alleanza vuole dare alle imprese una visione più chiara dei bisogni militari futuri, semplificare l’accesso alla propria macchina decisionale e coinvolgere anche fornitori non tradizionali, piccole e medie imprese e startup. L’obiettivo non è solo comprare di più, ma costruire un rapporto più stabile tra domanda militare, innovazione e capacità produttiva.

Qui la guerra in Ucraina ha cambiato il vocabolario della sicurezza. La tecnologia conta, ma non basta. I sistemi avanzati servono, ma devono essere disponibili. Le munizioni devono essere compatibili. Le catene di fornitura devono reggere. I tempi di consegna non possono essere quelli di un mondo che non si aspettava più una guerra di logoramento in Europa.

Ankara prova a correggere proprio questa debolezza. La Nato non vuole trovarsi nella posizione di dover inseguire ogni crisi con scorte insufficienti e industrie chiamate a correre quando è già troppo tardi. Per questo il tema industriale non resta sullo sfondo del vertice, ma entra nella sostanza della deterrenza.

Kiev, oltre gli aiuti a singhiozzo

Per l’Ucraina, Ankara non apre una scorciatoia verso l’ingresso nella Nato. Il vertice non scioglie il nodo politico dell’adesione, ma sposta il sostegno su un terreno più strutturale. La dichiarazione finale definisce Kiev un attore che contribuisce alla sicurezza transatlantica, non solo un Paese beneficiario di assistenza.

È un cambio di prospettiva importante. L’Ucraina viene trattata come parte della sicurezza europea anche senza essere dentro l’Alleanza. Il sostegno pluriennale serve a ridurre l’incertezza, ma anche a dare all’industria un orizzonte più prevedibile. Una guerra lunga non si sostiene solo con consegne decise all’ultimo momento. Servono programmazione, manutenzione, formazione, scorte e capacità di produrre.

In questo quadro si inserisce anche il bilaterale tra Trump e Zelensky. Il presidente americano ha evocato la possibilità di concedere all’Ucraina una licenza per produrre sistemi Patriot. Non è ancora un accordo, ma il segnale è rilevante: il sostegno a Kiev potrebbe non passare soltanto da nuove forniture, ma anche dalla capacità di produrre almeno una parte dei sistemi di cui il Paese ha bisogno.

TURKEY NATO SUMMIT DEFENCE
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky incontra il presidente statunitense Donald Trump a margine del vertice Nato (Afp)

L’Italia e il problema di rendere sostenibile il riarmo

Per l’Italia il vertice ha un doppio significato. Da un lato c’è l’impegno atlantico: rispettare gli obiettivi di spesa, sostenere Kiev, rafforzare la deterrenza. Dall’altro c’è il nodo politico interno di come farlo. Giorgia Meloni ha rivendicato la volontà di rispettare gli impegni, ma “in modo sostenibile”, con tempi, modi e priorità stabiliti da Roma in base al contesto. È una linea che tiene insieme fedeltà alla cornice Nato e controllo nazionale sulla traiettoria del riarmo.

Il passaggio più rilevante riguarda le ricadute industriali. Se l’Italia investe in difesa, ha spiegato la premier, quei soldi devono restare nelle fabbriche, nella ricerca e nei territori italiani. La spesa militare viene così riportata dentro la politica economica nazionale: non solo obbligo verso l’Alleanza o risposta alla pressione americana, ma investimento industriale, occupazione qualificata, filiere tecnologiche.

È una chiave che riguarda molti governi europei. L’aumento della difesa sarà politicamente sostenibile solo se potrà essere raccontato anche come crescita industriale, non come assegno all’estero. La Nato può fissare obiettivi, standard e priorità; ogni Paese dovrà poi decidere come spendere, con quali imprese, con quali tempi parlamentari e con quali ricadute interne.

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Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, saluta la premier italiana Giorgia Meloni al suo arrivo al Vertice Nato presso il Palazzo Presidenziale di Bestepe ad Ankara, in Turchia (Afp)

Ankara e il fronte che si allarga

La Turchia non è stata una semplice cornice. Ankara è una capitale Nato particolare, insieme indispensabile e scomoda, centrale nel Mar Nero, nel Mediterraneo orientale, nel Caucaso e nei rapporti con Medio Oriente e Russia. Il fatto che il vertice si sia svolto lì ha favorito una lettura più larga della sicurezza euro-atlantica.

Ucraina e Russia restano al centro, ma nella dichiarazione finale entrano anche l’Iran e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Per l’Italia questo passaggio è essenziale, perché Roma insiste da tempo su una sicurezza che non separi il fianco Est dal Mediterraneo allargato. In questa cornice si colloca anche il lavoro diplomatico di Antonio Tajani ad Ankara, con la riunione dei ministri Esteri Nato insieme ai partner dell’Istanbul Cooperation Initiative, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, dedicata al Golfo e alla sicurezza regionale.

Il messaggio politico è che la sicurezza europea non ha più un solo fronte. Mar Nero, Golfo, Hormuz, Libano, Gaza, rotte energetiche e infrastrutture sottomarine appartengono ormai allo stesso spazio di rischio. Ankara lo ha mostrato più di altri vertici, anche perché la Turchia è uno dei pochi alleati in grado di parlare contemporaneamente a tutti quei tavoli.

Cosa resta dopo il vertice

Il summit non consegna una Nato nuova, ma un’Alleanza più vincolata alla realtà degli ultimi anni: la guerra in Ucraina ha mostrato che la deterrenza non è credibile se gli arsenali non reggono un conflitto lungo, il ritorno di Trump ha reso esplicito che il rapporto transatlantico non può più funzionare con gli stessi equilibri politici del passato, mentre il richiamo all’Iran e a Hormuz ricorda che la sicurezza alleata non ha un solo fronte.

Ankara prova quindi a trasformare l’emergenza in metodo: più spesa, ma soprattutto più capacità; più aiuti a Kiev, ma meno dipendenti dall’urgenza del momento; più responsabilità europea, ma ancora dentro la cornice americana; più industria, ma con il problema di tenere insieme le filiere nazionali e la domanda collettiva dell’Alleanza.

La vera prova comincia dopo il vertice e non sarà nei comunicati, ma nei contratti, nei tempi di consegna, negli arsenali da ricostituire, nella continuità del sostegno all’Ucraina e nella capacità dei governi europei di spiegare ai propri elettori perché la difesa torna a occupare spazio nei bilanci pubblici. Ankara non chiude questa partita, però la rende più chiara.

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