Per la prima volta dal 2002, le elezioni federali di metà mandato negli Stati Uniti si svolgeranno senza la presenza degli osservatori internazionali dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce). L’amministrazione guidata da Donald Trump ha scelto di non estendere il formale invito all’organismo paneuropeo, interrompendo una prassi diplomatica e democratica consolidata da quasi un quarto di secolo.
Per l’Unione europea e per le cancellerie dell’Alleanza atlantica non si tratta di un banale passaggio burocratico, ma di un segnale politico che riflette la progressiva presa di distanza di Washington dai meccanismi multilaterali e dagli standard condivisi dello spazio euro-atlantico.
Sin dalla firma del Documento di Copenaghen del 1990, gli Stati partecipanti all’Osce, inclusi gli Stati Uniti, si sono impegnati a considerare la presenza di osservatori internazionali come un elemento di garanzia per la trasparenza elettorale e per la tenuta dello Stato di diritto. La rinuncia a questo scrutinio allinea di fatto Washington a precedenti che in ambito Osce appartengono a Bielorussia e Russia, incrinando il fronte di coesione su cui l’Occidente ha fondato per decenni la propria autorevolezza e credibilità geopolitica.
La ferma condanna dell’Osce
La reazione dei vertici dell’Organizzazione, formalizzata attraverso una dichiarazione congiunta dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr) e dell’Assemblea parlamentare dell’Osce, è stata inequivocabile. I rappresentanti dell’istituzione hanno espresso profondo rammarico per la scelta americana, contestandone la conformità con gli obblighi internazionali assunti dal Paese.
“La decisione di non invitare l’Osce a osservare le elezioni congressuali di metà mandato del 2026 negli Stati Uniti è deplorevole, soprattutto considerando la lunga cooperazione con il Paese nel campo dell’osservazione elettorale“, hanno dichiarato congiuntamente i leader dell’Odihr e dell’Assemblea parlamentare dell’Osce.
A queste parole hanno fatto seguito quelle del presidente dell’Assemblea parlamentare dell’Osce, Pere Joan Pons: “In qualità di presidente di un’Assemblea impegnata nel dialogo, mi rammarico profondamente per la decisione presa dagli Stati Uniti di non invitare l’Osce a osservare le sue elezioni di metà mandato del 2026”. L’organismo ha rimarcato come l’esclusione sia “in contrasto con gli impegni assunti da tutti gli Stati partecipanti dell’Osce ai sensi del Documento di Copenaghen del 1990”, che riconosce esplicitamente il ruolo degli osservatori esteri nel rafforzare la legittimità dei processi democratici.
La replica della Casa Bianca
Washington ha rivendicato l’autosufficienza nazionale nelle procedure elettorali, respingendo l’idea stessa di una supervisione esterna. Interpellata in merito all’assenza dell’invito verso l’organismo europeo, la portavoce della Casa Bianca Lauren Bis ha liquidato la questione tracciando un perimetro rigidamente isolazionista: “Le elezioni americane saranno gestite, vedranno la partecipazione e saranno osservate dagli americani”, ha detto. Le sue parole sintetizzano l’approccio dell’amministrazione Trump, che considera il monitoraggio internazionale non come una prassi di trasparenza a cui gli Usa prendono parte attiva da dodici tornate elettorali consecutive, ma come una potenziale ingerenza nella sovranità domestica.
L’Osce ha operato regolarmente sia durante le consultazioni presidenziali sia durante i Midterm, incluse le elezioni del 2018 durante il primo mandato di Trump e quelle del 2024, limitandosi a redigere relazioni indipendenti su parità di accesso, redistribuzione dei collegi e clima della campagna elettorale, senza disporre di alcun potere vincolante o sanzionatorio.
Lo sfilamento dai valori occidentali e le ripercussioni per l’Ue
La scelta di chiudere le porte all’Osce certifica per l’Unione europea un deterioramento che va oltre la contesa tra repubblicani e democratici negli Stati Uniti.
L’architettura occidentale post-Guerra Fredda, infatti, si reggeva sulla convinzione che l’Alleanza atlantica non fosse una semplice coalizione militare, bensì una comunità di valori fondata su democrazia liberale, separazione dei poteri e reciproca accettazione di standard internazionali. Tutti elementi che Donald Trump ha respinto espressamente e a vario titolo sin dal primo giorno del suo secondo mandato, iniziato il 20 gennaio 2025.
Gli esempi sono disparati. Restando però alle ultime settimane, e con le dovute differenze, anche la decisione di acquistare diesel dalla Russia in barba ai sacrifici fatti dall’Europa per non finanziarie la guerra in Ucraina, è una dimostrazione di quanto il tycoon sottostimi la cooperazione con i suoi alleati.
Se la prima potenza dell’Occidente rifiuta la verifica democratica dei propri alleati, diventa difficile per l’intero blocco euro-atlantico esigere trasparenza e rispetto dei diritti umani da regimi terzi. Per Bruxelles, l’episodio rappresenta un ulteriore campanello d’allarme nel solco di quelli già lanciati da Trump: di fronte a un partner americano sempre più tentato dall’unilateralismo e diffidente verso le regole condivise, la responsabilità della tutela delle norme democratiche e della sicurezza europea ricade inevitabilmente e in misura crescente sulle sole spalle dell’Unione europea.

