Debito pubblico Eurozona all’88,8% del Pil. Italia a un passo dal sorpasso sulla Grecia

I dati Eurostat del secondo trimestre 2026 fotografano un peggioramento dei conti pubblici europei. La Bce avverte dei rischi della riduzione dei margini di manovra dei governi, mentre Roma raggiunge il 139,9% del Pil
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Immagine concettuale di conti in rosso
(Canva)

Il debito pubblico dell’Eurozona sale all’88,8% del Pil nel secondo trimestre 2026, rispetto all’88,4% dei primi tre mesi dell’anno. Un incremento che riguarda anche l’intera Unione europea, dove il rapporto debito/Pil passa dall’82,5% all’82,9%. Su base annua, l’aumento è di 1,5 punti percentuali in entrambe le aree. A fotografare il peggioramento è Eurostat, nei dati diffusi oggi 21 ottobre, che confermano le difficoltà delle finanze pubbliche europee in una fase caratterizzata da maggiori esigenze di spesa e costi di finanziamento elevati.

Chi ha fatto peggio (c’è l’Italia) chi meglio (c’è la Grecia)

Quindici Paesi hanno visto aumentare il proprio rapporto debito/Pil. Le crescite più rilevanti sono state in Polonia (+3,0 punti percentuali), Portogallo (+2,1 punti percentuali), Lettonia (+1,9 punti percentuali), Lituania (+1,6 punti percentuali), Francia (+1,4 punti percentuali), Italia e Malta (+1,3 punti percentuali) ed Estonia (+1,1 punti percentuali). Le diminuzioni maggiori sono state registrate a Cipro (-3,0 punti percentuali), Grecia (-2,7 punti percentuali), Ungheria (-2,0 punti percentuali), Irlanda (-1,8 punti percentuali), Croazia (-1,6 punti percentuali) e Slovacchia (-1,0 punti percentuali). Stabili Paesi Bassi e Spagna.

Crescono i deficit, più difficile finanziare le nuove priorità

Anche il deficit pubblico aumenta. Nel secondo trimestre il disavanzo destagionalizzato raggiunge il 3,3% del Pil nell’Eurozona, dal 3,2% precedente, e il 3,5% nell’Ue, dal 3,1%. Nell’area euro le spese pubbliche arrivano al 50,1% del Pil, contro entrate pari al 46,8%, secondo Eurostat.

Le implicazioni vanno oltre l’aumento dell’indebitamento. Nella Financial Stability Review di maggio 2026, la Banca centrale europea avvertiva che deficit persistenti, maggiori emissioni di titoli e condizioni finanziarie più restrittive possono accrescere il peso degli interessi, riducendo le risorse disponibili per affrontare nuove crisi.

Tutto questo, mentre i governi devono finanziare difesa e transizione energetica, e affrontare l’invecchiamento della popolazione. Anche il Fondo monetario internazionale, nella sua riunione del 16 ottobre, ha richiamato l’Europa alla necessità di accelerare la crescita o ridurre l’indebitamento per mantenere sostenibili i conti pubblici.

“Circa tre quarti dei Paesi europei avranno bisogno di una combinazione di riforme strutturali, per aumentare la crescita e allentare le pressioni sulla spesa, insieme a misure di consolidamento per la riduzione del deficit pari in media a circa il 3,5% del Pil, nel medio termine, per mantenere il debito sostenibile”, ha affermato il Fondo, che prevede una crescita economica nella zona euro dell’1,1% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027 (invariata rispetto alle previsioni di aprile).

La lezione di Draghi

Anche l’ex governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi lo ha sottolineato in una Lecture tenuta a Zurigo tenuta il primo ottobre per un ciclo di conferenze dedicate all’economista Karl Brunner: mentre l’Europa si indebita sempre di più, rischia di crescere troppo poco per sostenere il costo di quel debito.

Draghi osserva che i tassi d’interesse a lungo termine stanno aumentando per ragioni sempre più globali, sulle quali l’Europa ha un controllo limitato. Nel frattempo, la crescita europea rimane debole.

Il suo ragionamento è questo: se il tasso d’interesse medio pagato sul debito supera il tasso di crescita nominale dell’economia, il rapporto debito/Pil tende ad aumentare anche senza nuove spese, a meno che i governi non realizzino avanzi primari sufficienti.

Attualmente il differenziale è ancora favorevole. Ma secondo le previsioni della Commissione europea da lui citate, all’inizio del prossimo decennio il costo medio del debito potrebbe superare la crescita nominale. Il debito potrebbe dunque cominciare ad alimentare se stesso, rendendo necessari maggiori avanzi primari soltanto per stabilizzarlo.

La ricetta, per l’ex premier italiano, è sempre quella: accelerare la crescita attraverso produttività, innovazione e integrazione europea. Il consolidamento dei conti pubblici, spiega, non può dipendere esclusivamente dall’austerità.

Italia vicinissima alla Grecia: meno di un punto di differenza

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro debito pubblico raggiunge il 139,9% del Pil, contro il 138,6% del primo trimestre. La Grecia rimane il Paese più indebitato dell’Ue, al 140,8%, ma come abbiamo visto registra una importante riduzione di 2,7 punti in tre mesi.

In questo modo, la distanza tra Roma e Atene si restringe ad appena 0,9 punti percentuali. Un anno fa era di 14,4 punti, col debito greco al 152% e quello italiano al 137,6%. Le traiettorie divergenti avvicinano quindi l’Italia al primato europeo, anche se il sorpasso non è inevitabile.

Quanto alla Francia, infine, Paese che da settimane alimenta il timore di una possibile crisi del debito che si potrebbe estendere a tutta l’Eurozona, il suo rapporto tra debito pubblico e Pil alla fine del secondo trimestre del 2026 è stato pari al 119,1%.

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