Dai fenicotteri alla rivolta contro Rama: cosa sta succedendo in Albania e perché c’entra Trump

Dalle proteste contro il resort di Kushner agli scontri degli studenti a Tirana. Rama accusa Russia e Iran, mentre la crisi mette alla prova il percorso di adesione all'Ue
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Scontri tra manifestanti e polizia a Tirana, in Albania: agenti antisommossa e mezzi con cannoni ad acqua durante le proteste contro il governo Rama
La polizia albanese utilizza cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti durante gli scontri antigovernativi a Tirana, 18 ottobre 2026. (AFP)

In Albania una protesta nata contro un progetto turistico legato alla famiglia Trump si è trasformata in una mobilitazione contro il governo di Edi Rama, con migliaia di studenti in piazza, violenti scontri con la polizia e richieste di dimissioni del premier. Le manifestazioni, iniziate a Tirana e poi estese ad altre città, hanno provocato centinaia di feriti, incendi e numerosi fermi. Le autorità hanno impiegato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti, mentre Rama ha accusato Russia e Iran di alimentare i disordini. 

La crisi affonda le radici nelle contestazioni contro un investimento turistico di Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump, in un’area di particolare valore ambientale. A quelle proteste si sono aggiunte le rivendicazioni degli studenti, che denunciano i costi dell’istruzione, le difficoltà economiche e la mancanza di prospettive lavorative. 

La situazione interessa direttamente anche Bruxelles. L’Albania, candidata all’ingresso nell’Unione europea, ha appena compiuto un nuovo passo avanti nei negoziati di adesione, ma la gestione delle manifestazioni e le controversie ambientali toccano due questioni centrali per l’Ue: il rispetto dello Stato di diritto e l’applicazione delle norme europee sulla tutela della natura. 

Dal resort di Kushner agli studenti, perché l’Albania è in rivolta 

Le proteste sono iniziate a fine maggio, quando il progetto di un grande complesso turistico sulla costa albanese ha provocato la mobilitazione di ambientalisti e cittadini. Al centro delle polemiche ci sono gli investimenti collegati a Jared Kushner, attraverso la società Affinity Partners, che interessano l’isola di Sazan e l’area di Zvërnec, nei pressi della laguna di Narta. 

La zona è un importante habitat per gli uccelli migratori e ospita diverse specie protette. Il governo presenta gli investimenti come un’opportunità per sviluppare il turismo di lusso, attirare capitali internazionali e creare occupazione. Le associazioni ambientaliste contestano invece i possibili danni agli ecosistemi, la trasparenza delle autorizzazioni e le modifiche legislative che hanno ampliato le possibilità di costruire in aree naturali precedentemente tutelate. 

Il fenicottero, uno degli animali simbolo della laguna, è diventato l’emblema della mobilitazione, ribattezzata Flamingo Revolution. Una protesta inizialmente concentrata sulla difesa del territorio che si è progressivamente allargata alla gestione delle risorse pubbliche, ai rapporti tra governo e grandi investitori e alle accuse di corruzione rivolte all’esecutivo. 

La controversia aveva già raggiunto le istituzioni europee. Le modifiche alla legislazione albanese sulle aree protette hanno sollevato interrogativi sulla compatibilità dei progetti turistici con gli standard ambientali dell’Unione, trasformando il resort di Kushner nella laguna protetta in un banco di prova per il governo Rama. 

La mobilitazione ha assunto una dimensione diversa con l’ingresso degli studenti delle scuole superiori e delle università. Alle contestazioni ambientali si sono aggiunte le richieste di miglioramento del sistema educativo, la protesta contro le tasse universitarie elevate e il malcontento per le opportunità lavorative considerate insufficienti. 

L’emigrazione costituisce da tempo una questione centrale per l’Albania, dove molti giovani guardano all’estero per proseguire gli studi o costruire una carriera. Le rivendicazioni studentesche si inseriscono in questo contesto, intrecciandosi con le critiche alla gestione politica ed economica del Paese. La protesta si è quindi trasformata in una mobilitazione antigovernativa, sostenuta anche dal Partito Democratico di opposizione guidato da Sali Berisha, che chiede le dimissioni di Rama e nuove elezioni.  

Con l’intensificarsi delle manifestazioni sono arrivati gli scontri. A Tirana gruppi di manifestanti hanno lanciato pietre e oggetti contro gli agenti, attaccato edifici pubblici e danneggiato attività commerciali. La polizia ha risposto utilizzando idranti e lacrimogeni, mentre incendi e aggressioni hanno interessato anche alcune sedi istituzionali. 

Secondo il bilancio delle autorità sanitarie albanesi, oltre 300 persone hanno ricevuto assistenza medica nel corso delle proteste, tra agenti, manifestanti e passanti. La gestione dell’ordine pubblico ha sollevato anche denunce di uso eccessivo della forza da parte della polizia, con richieste di accertamenti sulle responsabilità degli agenti coinvolti. 

Rama accusa Russia e Iran per presunte interferenze 

Edi Rama, al governo dal 2013 e riconfermato per un quarto mandato consecutivo alle elezioni del 2025, ha escluso le dimissioni. Il premier sostiene che un governo eletto non possa essere sostituito attraverso la violenza e accusa l’opposizione di utilizzare le proteste studentesche per destabilizzare l’esecutivo. Ha dichiarato di essere disponibile al dialogo con chi manifesta pacificamente, ma ha respinto l’ipotesi di elezioni anticipate imposte dalla piazza, rivendicando il mandato parlamentare che scade nel 2029. 

La risposta del primo ministro ha assunto anche una dimensione internazionale. Rama sostiene che Russia e Iran stiano contribuendo ad alimentare le proteste attraverso campagne di disinformazione, profili falsi sui social network e il sostegno a gruppi estremisti. Il premier ha chiamato in causa anche Aleksandr Dugin, ideologo nazionalista russo vicino al Cremlino, che avrebbe espresso sostegno alle manifestazioni. Secondo Rama, migliaia di account sarebbero stati attivati per amplificare le tensioni e diffondere informazioni false. 

Il primo ministro ha inoltre denunciato un presunto tentativo di attacco contro la sede del governo attraverso un drone carico di esplosivo, che sarebbe stato neutralizzato dalle autorità. Rama ha sostenuto che un episodio simile non potrebbe essere riconducibile a una normale protesta studentesca. Non sono però state rese pubbliche prove verificabili che dimostrino una regia russa o iraniana delle manifestazioni, né elementi indipendenti sufficienti per attribuire a questi Paesi la responsabilità del presunto attacco con drone. 

L’Albania, membro della Nato dal 2009, ha precedenti di tensione con Teheran. Nel 2022 Tirana interruppe le relazioni diplomatiche con l’Iran dopo attacchi informatici contro le proprie istituzioni, attribuiti dalle autorità a soggetti legati alla Repubblica islamica.  

Sul piano interno, Rama ha annunciato un premio di 2.500 euro per gli agenti impegnati in prima linea negli scontri e aumenti salariali per le forze dell’ordine dal prossimo gennaio. Ha inoltre promesso conseguenze per i responsabili delle violenze, compresi i minorenni coinvolti. 

Cosa cambia per l’ingresso dell’Albania nell’Unione europea 

La crisi politica arriva mentre l’Albania attraversa una fase di accelerazione del percorso europeo. Il Paese ha presentato domanda di adesione nel 2009, ottenuto lo status di candidato nel 2014 e avviato formalmente i negoziati nel 2022. 

Tirana ha aperto tutti i 33 capitoli negoziali e ne ha già chiusi provvisoriamente quattro. L’ultimo avanzamento riguarda la politica delle imprese e la politica industriale, su cui il Consiglio dell’Ue ha registrato un accordo il 13 ottobre. Gli altri tre capitoli, chiusi a luglio, riguardano ricerca scientifica, istruzione e cultura e relazioni esterne. Il governo punta a completare i negoziati entro il 2027 e a ottenere l’ingresso nell’Unione nel 2030. Si tratta di obiettivi politici, subordinati al completamento delle riforme e all’approvazione degli Stati membri. 

Bruxelles ha già riconosciuto i progressi compiuti dall’Albania sui parametri intermedi relativi allo Stato di diritto, consentendo l’avvio della fase di chiusura dei capitoli negoziali. Il via libera non esaurisce però le verifiche: la Commissione continuerà a valutare il funzionamento della giustizia, il contrasto alla corruzione e la tutela dei diritti fondamentali. 

La gestione delle proteste rientra proprio in questo quadro. Rama sostiene che le violenze rischino di compromettere il futuro europeo del Paese più della stabilità del suo governo. La Commissione europea ha tuttavia distinto gli episodi violenti dall’esercizio del diritto di manifestare. 

Bruxelles ha condannato incendi, attacchi alle istituzioni e distruzione di proprietà pubbliche e private, chiedendo che i responsabili rispondano delle proprie azioni. Allo stesso tempo ha ribadito che la libertà di riunione e di espressione costituisce un diritto fondamentale e che la risposta delle autorità deve essere legale e proporzionata. 

Le proteste antigovernative non rappresentano quindi, di per sé, un ostacolo all’adesione. A essere valutata sarà soprattutto la capacità delle istituzioni di garantire la sicurezza, tutelare i diritti dei cittadini e accertare le responsabilità delle violenze senza compromettere l’indipendenza della giustizia. 

Questi requisiti rientrano nel gruppo negoziale dedicato alle ‘Questioni fondamentali’, che comprende Stato di diritto, diritti fondamentali, funzionamento delle istituzioni democratiche e pubblica amministrazione. Secondo la metodologia europea, è il primo gruppo a essere aperto e l’ultimo a essere chiuso: i progressi compiuti in questi ambiti determinano il ritmo complessivo dei negoziati. 

Alle questioni istituzionali si aggiunge quella ambientale da cui è partita la mobilitazione. L’Albania dovrà adeguare la propria legislazione agli obblighi europei di protezione degli habitat e della biodiversità. Le controversie relative agli investimenti turistici di Kushner e alle modifiche delle norme sulle aree protette potrebbero quindi assumere rilevanza nell’ambito del capitolo 27, dedicato ad ambiente e cambiamenti climatici, qualora emergessero incompatibilità con gli standard richiesti dall’Unione. 

La Commissione non ha annunciato sospensioni dei negoziati in conseguenza delle proteste. Anche i capitoli già chiusi, tuttavia, restano provvisori: il Consiglio dell’Ue precisa che gli accordi possono essere riesaminati fino alla conclusione del negoziato complessivo.