Gli Stati Uniti possono fare a meno dell’Europa nella corsa tecnologica contro la Cina? (Spoiler: No)

Washington punta al traguardo tech contro la Cina, ma dentro i microchip più avanzati degli Stati Uniti c'è mezza Europa
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Europa connessa canva

A furia di sentirsi dire che deve cavarsela con le proprie forze, l’Europa finirà per farcela davvero. È questo l’allarme, nemmeno troppo nascosto, lanciato dal Center for Strategic and International Studies (Csis) nell’editoriale di Federico Steinberg e Riccardo Bosticco: “Perché gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa per vincere la corsa tecnologica”. La corsa tech di cui si parla, non riguarda semplicemente produrre l’ultimo modello di smartphone, ma controllare i pilastri del mondo moderno: i microchip più avanzati, l’intelligenza artificiale, le reti digitali e i server dove viaggiano i dati di cittadini, banche e governi.

Nella sfida per decidere chi guiderà questa rivoluzione contro la Cina, a Washington si è fatta strada l’idea di poter fare piazza pulita da sola. Ma tra un interscambio economico che non ha rivali al mondo e un cuore tecnologico europeo che fa funzionare l’hardware americano, la realtà dice l’opposto: gli Stati Uniti possono davvero tagliare il traguardo senza l’alleato più importante che hanno?

I numeri di un legame economico senza eguali

A chiarire perché l’Europa sia indispensabile per gli Stati Uniti, parlano i numeri. La dimensione dell’interscambio tra le due sponde dell’Atlantico evidenzia quanto i due destini siano inseparabili. Nel 2025 il commercio bilaterale ha raggiunto un valore stimato di circa 2.000 miliardi di dollari, una massa critica che rende questa relazione economica unica al mondo. Insieme, le economie statunitense ed europea generano il 43% del Prodotto interno lordo globale e controllano quasi un terzo dell’intero commercio mondiale di beni e servizi. La natura di questo scambio è profondamente complementare, come attestano i dati del 2025: nel commercio di merci, le esportazioni americane verso l’Ue sono state pari a 412,5 miliardi di dollari a fronte di 632,9 miliardi di dollari di importazioni, mentre nei servizi è Washington a registrare un solido surplus, con esportazioni per 324,8 miliardi di dollari e importazioni dal blocco comunitario per 217,6 miliardi di dollari.

Il dilemma del cloud e la spinta verso la sovranità digitale

C’è un campo, però, in cui l’Europa è in deficit: quello delle infrastrutture digitali e dell’intelligenza artificiale. Lì il divario a favore degli Stati Uniti si è trasformato in un motivo di forte allarme per Bruxelles. Nel mercato europeo dei servizi cloud, le grandi piattaforme tecnologiche d’Oltreoceano superano una quota di mercato dell’80%, lasciando ai fornitori del continente appena il 15% del settore. Questo squilibrio non è solo commerciale: i dati sensibili di governi, imprese e sistemi sanitari europei si trovano custoditi su server soggetti a normative statunitensi sulla sorveglianza come il Cloud Act e il Foreign Intelligence Surveillance Act (Fisa). La possibilità che l’accesso ai servizi cloud possa essere interrotto o impiegato per ritorsioni politiche ha convinto le cancellerie europee che una simile dipendenza rappresenti ormai una vulnerabilità esistenziale.

La risposta dell’Unione europea non si è fatta attendere, concretizzandosi in una serie di misure normative come il Tech Sovereignty Package, la proposta del Cloud and Ai Development Act e il Chips Act 2.0, affiancati dalla decisione francese di limitare l’uso di piattaforme come Zoom e Microsoft Teams e dall’alleanza tra Francia, Germania, Paesi Bassi e Italia per finanziare beni comuni digitali.

Il problema? È che edificare un’infrastruttura tecnologica interamente autosufficiente comporta all’Ue investimenti enormi, stimati ad almeno 3,6 trilioni di euro, ma l’antagonismo percepito da Washington sta rafforzando la volontà politica europea di sopportare costi anche pesanti pur di sottrarsi al controllo statunitense. Il rischio di questa frattura comincia peraltro a produrre distorsioni imprevedibili, come dimostra la decisione del motore di ricerca europeo Ecosia, che ha scelto di sostituire i modelli francesi di Mistral Ai con alternative cinesi più economiche ed efficienti.

Il cuore europeo dell’hardware americano

L’errore prospettico più rilevante di Washington, inoltre, consiste nel ritenere che la dipendenza tecnologica sia a senso unico. Al contrario, le tecnologie di punta americane non possono funzionare senza l’eccellenza industriale e scientifica europea. Il caso più emblematico riguarda la multinazionale olandese ASML, detentrice del monopolio mondiale nella produzione dei macchinari di litografia a ultravioletti estremi senza i quali la produzione dei semiconduttori più avanzati al mondo si arresterebbe all’istante. La catena di fornitura di ASML poggia a sua volta sulle ottiche di precisione della tedesca ZEISS e sui sistemi laser di TRUMPF, mentre in Belgio ha sede l’Imec, il principale centro globale per la ricerca e lo sviluppo di microchip di nuova generazione. Sul versante delle telecomunicazioni, colossi europei come Ericsson e Nokia forniscono componenti essenziali per l’infrastruttura 5G statunitense, e gruppi leader come Infineon, STMicroelectronics, Siemens e Bosch Rexroth risultano integrati nei processi manifatturieri americani legati all’automotive, all’elettronica di potenza, all’automazione industriale e all’intelligenza artificiale.

Il rischio della diversificazione verso Pechino

Le tensioni politiche generate da una postura aggressiva di Washington finiscono per penalizzare anche il mondo produttivo privato. Le società europee quotate in borsa ricavano quasi un quinto delle proprie entrate dal mercato statunitense, ma l’incertezza legata all’applicazione extraterritoriale delle norme americane sta inducendo molte imprese a riconsiderare i propri piani. Un sondaggio condotto nel 2025 ha evidenziato come la percentuale di aziende tedesche intenzionate a ridurre gli investimenti negli Stati Uniti abbia superato quella delle imprese decise a potenziarli, spingendo molti potenziali investitori a rinunciare del tutto ai propri progetti.

Di fronte a un alleato che fa leva sulle asimmetrie commerciali, l’attrattiva della diversificazione geopolitica aumenta inevitabilmente. Non a caso, la visita di Stato a Pechino del presidente francese Emmanuel Macron ha visto la Cina incoraggiare le aspirazioni europee di autonomia strategica, mentre la missione in Cina del cancelliere tedesco Friedrich Merz, accompagnato dai vertici di multinazionali come Volkswagen, Bmw, Mercedes e Siemens, è stata concepita per riequilibrare i rapporti bilaterali e cogliere nuove opportunità industriali. Persino il Canada, sotto la guida del primo ministro Mark Carney, mentre formalizza la partnership di associazione con l’Ue ha stretto un nuovo partenariato strategico con la Repubblica Popolare Cinese, inviando a Washington il segnale inequivocabile che i partner storici sono pronti a tutelare i propri interessi diversificando le relazioni economiche.

Dalla subordinazione alla coproduzione strategica

Per invertire questa rotta, gli analisti del Csis sottolineano che non serve un nostalgico ritorno al passato, ma un patto rinnovato che riconosca all’Europa uno spazio legittimo di autonomia sui nodi tecnologici più critici. La vera vittoria nella corsa globale contro Pechino richiede una strategia basata sulla coproduzione tecnologica, che veda Washington aprire gli appalti pubblici e i programmi della difesa alle imprese dell’Unione europea, sul modello virtuoso già tracciato da accordi come quello tra Microsoft e Mistral Ai o dalla cooperazione costante tra Intel e Asml per la transizione verso i chip di nuova generazione.

Se gli Stati Uniti continueranno a considerare gli alleati europei alla stregua di acquirenti subordinati, l’Occidente rischia di disperdere le proprie forze; solo condividendo investimenti, ricerca e catene del valore Bruxelles e Washington potranno garantire la leadership democratica nelle tecnologie del futuro.