È scontro aperto tra Big Tech e Bruxelles. Alphabet, la società madre di Google, ha depositato un ricorso formale al Tribunale dell’Unione europea a Lussemburgo per bloccare due direttive chiave del Digital Markets Act. La controffensiva legale punta ad annullare gli ordini comunitari che impongono al colosso di Mountain View di cedere lo storico dei dati di ricerca ai motori concorrenti e di spalancare il sistema operativo Android all’intelligenza artificiale dei rivali, come OpenAi. Questo braccio di ferro giudiziario infiamma le tensioni antitrust dopo la maxisanzione da 890 milioni di euro inflitta alla società dalla Commissione europea per violazione delle regole del mercato unico.
Le direttive dell’Unione europea sull’apertura di Android e la condivisione dei dati
La controversia legale nasce dagli ordini stabiliti dalla Commissione europea a luglio nel quadro delle regole del Digital Markets Act, lo strumento normativo ideato da Bruxelles per limitare le posizioni dominanti dei gatekeeper e promuovere la concorrenza nei mercati digitali. Secondo le scadenze fissate dall’esecutivo europeo, Google dovrà iniziare a condividere i dati delle query di ricerca con le aziende concorrenti a partire da gennaio 2027, mentre le modifiche per rendere Android interoperabile con gli strumenti d’intelligenza artificiale rivali dovranno entrare in vigore entro il mese di luglio.
L’obiettivo dichiarato dell’Unione europea è consentire agli sviluppatori terzi di beneficiare di pari condizioni operative e favorire l’emergere di alternative a servizi come Google Gemini.
Le motivazioni di Google: “Tutele sulla privacy ed esposizione dei dati personali”
Google ha giustificato la decisione di ricorrere al giudice europeo sostenendo che i mandati regolatori causerebbero un danno irreparabile alla riservatezza e alla sicurezza dei cittadini europei. Oliver Bethell, direttore senior di Google per la concorrenza, ha dichiarato che le decisioni comunitarie costringerebbero la società a cedere la cronologia di ricerca degli utenti priva di un’adeguata anonimizzazione e senza il libero consenso delle persone interessate. Bethell ha ricordato che gli utenti affidano al motore di ricerca le informazioni più personali e riservate, che variano dai quesiti medico-sanitari fino alle relazioni affettive. L’azienda americana sostiene inoltre che il sistema Android risulta già aperto e interoperabile e che l’imposizione di ulteriori modifiche finirebbe per indebolire le protezioni di sicurezza del sistema.
La posizione della Commissione europea
La Commissione europea ha difeso le proprie decisioni affermando che i provvedimenti adottati contengono garanzie e tutele robuste per proteggere la privacy degli utenti, l’integrità dei dispositivi e la sicurezza della rete. Il quadro regolatorio dell’Unione europea punta infatti a reprimere le condotte anticoncorrenziali già sanzionate nell’applicazione del regolamento sui mercati digitali. Nel mese di luglio 2026, la Commissione europea ha inflitto a Google due sanzioni per un valore complessivo di 890 milioni di euro per aver violato il Digital Markets Act. Nello specifico, l’esecutivo comunitario ha sanzionato la società con una multa da 460 milioni di euro per l’auto-preferenziazione dei propri servizi commerciali nelle pagine dei risultati di Google Search. A questa si aggiunge una seconda sanzione da 430 milioni di euro dovuta alle restrizioni di steering applicate agli sviluppatori di applicazioni su Google Play Store per impedire loro di indirizzare liberamente gli utenti verso canali di acquisto alternativi.
Le posizioni espresse dai vertici della Commissione europea ribadiscono la determinazione dell’Unione nell’applicare il Digital Markets Act per proteggere la sovranità tecnologica e la competitività delle imprese europee. Teresa Ribera e Henna Virkkunen, vicepresidenti esecutive della Commissione, hanno evidenziato come l’intervento regolatorio sia indispensabile per evitare che i proprietari delle piattaforme digitali ostacolino i concorrenti e privino i consumatori della trasparenza sulle migliori offerte disponibili.
La decisione finale spetterà ora alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, che dovrà stabilire il confine tra l’apertura dei mercati digitali e la tutela dei dati personali.

