L’Europa sta spendendo molto di più per la difesa, ma non abbastanza rapidamente e soprattutto non ancora in modo abbastanza efficace da raggiungere la piena preparazione (“readiness”) per il 2030, anno in cui si teme un’azione militare della Russia contro un Paese Nato. È il messaggio centrale del primo Defence Readiness Report, il rapporto annuale preparato dall’Agenzia europea per la difesa (Eda) per misurare i progressi compiuti dall’Unione nel rafforzamento delle proprie capacità militari.
Il documento completo non è ancora pubblico, ma il suo executive summary è stato visionato da Reuters e i risultati sono stati discussi ieri, 28 settembre, dai ministri della Difesa dell’Unione riunitisi nel Consiglio Affari Esteri in vista del Consiglio europeo del 15-16 ottobre. Kaja Kallas, Alta rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, ha confermato: l’Europa deve imprimere “un cambiamento decisivo alla portata e al ritmo degli investimenti, nella difesa, nello sviluppo delle capacità, nell’innovazione e nella capacità industriale”.
Più soldi, ma le capacità militari restano insufficienti
Il punto centrale del rapporto è la distanza tra l’aumento della spesa e la capacità militare effettivamente disponibile. Negli ultimi anni gli Stati europei hanno aumentato gli investimenti e avviato nuovi programmi, ma secondo l’Eda i progressi, “sebbene senza precedenti, non sono ancora sufficienti”.
Restano lacune rilevanti nella difesa aerea e antimissile, nelle capacità terrestri e navali, nei droni e nelle scorte di munizioni. Kallas ha spiegato che ora il problema è trasformare gli investimenti in capacità concrete e colmare quei vuoti.
D’altronde, ventisette Stati che aumentano separatamente i propri bilanci non producono automaticamente un sistema militare europeo efficiente: se acquistano sistemi diversi, con requisiti differenti e catene logistiche separate, aumentano anche frammentazione, costi e problemi di interoperabilità.
Per questo l’Eda dovrebbe assumere un ruolo maggiore nell’armonizzazione dei requisiti militari, nell’aggregazione della domanda e negli acquisti comuni, attività che il Consiglio aveva indicato come essenziali per raggiungere la readiness entro il 2030. Data che, tra l’altro, potrebbe rivelarsi ottimistica: secondo rapporti di intelligence, Mosca potrebbe procedere con un attacco limitato contro un Paese Nato già nel 2027, con l’obiettivo di distogliere risorse dall’Ucraina e dividere gli alleati.
I cinque progetti Edip: si prova a cambiare metodo
Ieri i ministri hanno approvato i primi cinque European Defence Projects of Common Interest (Edpci), previsti dall’European Defence Industry Programme, Edip. Sono progetti industriali multinazionali destinati a capacità considerate troppo importanti, costose o complesse perché ogni Stato possa svilupparle autonomamente. Per la loro prima fase sono stati stanziati 325 milioni di euro, all’interno del programma Edip da 1,5 miliardi.
I cinque programmi riguardano:
Decoder, per sviluppare e produrre su scala maggiore droni e sistemi anti-drone; Integrated Maritime and Seabed Defence, per individuare e contrastare minacce in mare e sui fondali, comprese quelle contro le infrastrutture sottomarine; Space, che comprende satelliti di allerta precoce contro i lanci di missili, comunicazioni, intelligence, navigazione e capacità di sostituire rapidamente satelliti distrutti o compromessi; EU-Fiamd, una rete integrata europea di difesa aerea e antimissile con sistemi comuni di early warning e comando; infine Eastern Flank Watch, destinato alla sorveglianza e alla protezione multidominio del fianco orientale dell’Unione.
Il loro successo non è garantito, ma il modello è almeno in parte costruito per evitare alcuni problemi che hanno affondato precedenti cooperazioni europee. Gli Edpci partono da capability gaps già individuati a livello europeo, devono coinvolgere più Stati e possono ricevere finanziamenti Ue. Inoltre, almeno il 65% del costo dei componenti deve provenire dall’Ue o da Paesi associati e, in linea generale, l’autorità che controlla il design del prodotto deve restare in Europa.
In altre parole, l’obiettivo è partire da una necessità militare condivisa e costruire attorno ad essa domanda, produzione e finanziamento comuni, invece di tentare successivamente di conciliare programmi nazionali già divergenti.
La lezione del caccia franco-tedesco FCAS
Non è lontano il ricordo del Future Combat Air System (FCAS), un progetto avviato nel 2017 da Francia e Germania, con la successiva partecipazione della Spagna. Il programma, dal valore stimato di circa 100 miliardi di euro, avrebbe dovuto produrre un caccia europeo di nuova generazione inserito in un sistema con droni, sensori e una “combat cloud”.
Lo scorso giugno però Parigi e Berlino hanno abbandonato l’iniziativa dopo anni di scontri tra Dassault Aviation e Airbus dovuti alla distribuzione della leadership industriale, alla proprietà intellettuale, all’accesso alle tecnologie e ai requisiti militari non completamente coincidenti. Il governo tedesco ha riconosciuto ufficialmente che le imprese non erano riuscite a trovare un accordo per costruire insieme il velivolo.
Una parte del Fcas, in particolare la rete digitale che dovrebbe collegare aerei, droni e altri sistemi, dovrebbe proseguire. Ma il fallimento del suo elemento centrale mostra il rischio di programmi nei quali la cooperazione politica precede senza risolvere la governance industriale.
Gli Edipci cercano di rovesciare la logica: priorità comuni definite dall’Ue, requisiti progressivamente armonizzati, finanziamento europeo e aggregazione della domanda. Non eliminano automaticamente rivalità industriali e interessi nazionali, ma creano una cornice più strutturata per affrontarli.

