L’imperativo è il “Made in Europe”, ma quanto “Europe”? A scontrarsi su quanto debbano essere larghe le maglie dell’inclusività commerciale di Bruxelles sono due delle grandi economie del blocco: la Francia e la Germania. Al centro dello scontro c’è la definizione esatta del concetto di “Made in Europe”, così come prevista all’interno dell’Industrial Accelerator Act (Iaa), la nuova proposta legislativa dell’Unione europea per sostenere le filiere produttive locali.
Secondo quanto rivelato dal Financial Times, i governi europei si dividono sui confini geografici delle tutele industriali: da un lato Parigi, con “l’Ue dei 27”, dall’altro la Berlino con il “Made with (e non in) Europe”.
La linea restrittiva della Francia
Il ministro dell’Industria francese, Sébastien Martin, ha ribadito martedì alla stampa che “l’Ue è l’Ue a 27” Stati membri e che questo deve rappresentare il punto di partenza per ogni preferenza d’acquisto o sussidio. Per Parigi, i vantaggi competitivi previsti dalla legge dovrebbero rimanere riservati unicamente alle imprese che producono all’interno del blocco di Bruxelles.
Per rafforzare la sua posizione, la Francia si è persino detta disposta a mostrare flessibilità sul dibattuto stop ai motori a combustione previsto per il 2035, se ci sarà un “vero Made in Europe”, ha affermato Martin.
La formula tedesca “Made with Eu”
Al contrario, un documento tedesco difende una visione più aperta, definita “Made with Eu”. Berlino propone cioè di considerare equivalenti ai prodotti europei anche i beni provenienti da Paesi terzi legati all’Unione da accordi di libero scambio o unioni doganali, come Regno Unito, Canada, Giappone e Turchia. La posizione della Germania si fonda sull’idea che chiudere reciprocamente i mercati non risponda all’interesse economico dell’Europa.
Questa spaccatura riflette timori opposti: diversi Paesi membri temono che una definizione troppo ampia possa creare scorciatoie, come l’insediamento di imprese cinesi in Turchia per aggirare i paletti dell’Ue, mentre la Spagna sta lavorando a una proposta di mediazione per sbloccare le trattative.
Stati Uniti “partner non affidabile” secondo il Belgio
L’Unione europea cerca di compattarsi sul fronte industriale interno, con la formula che più si addice al commercio dei singoli Stati membri, mentre le relazioni estere mostrano elementi di profonda incertezza. In un documento riservato del Ministero degli Esteri belga, rivelato sempre dal Ft, la diplomazia di Bruxelles avverte che gli Stati Uniti guidati da Donald Trump non possono più essere considerati un alleato affidabile.
La valutazione belga evidenzia come le recenti dinamiche politiche e le minacce di guerre commerciali da parte di Washington rischino di compromettere direttamente diversi interessi vitali del Belgio e dell’intera Unione europea. Di fronte a questa spaccatura transatlantica, la strategia proposta prevede di:
- Diversificare le partnership globali: ridurre la dipendenza economica diretta dagli Stati Uniti e stringere nuovi legami commerciali con altri mercati internazionali.
- Ricalibrare la diplomazia: intensificare le relazioni con i singoli Stati americani, i sindaci delle grandi città, la magistratura, il Congresso e le élite bipartisan emergenti, anziché limitarsi ai soli canali dell’amministrazione federale.
- Mantenere ambiti di cooperazione mirati: continuare il dialogo nelle aree d’interesse comune dove il confronto è indispensabile, in particolare nella lotta al traffico internazionale di droga, al crimine organizzato e al terrorismo.
L’analisi del governo belga rispecchia un’inquietudine diffusa tra i governi europei, chiamati a proteggere i propri interessi strategici senza assumere posizioni apertamente ostili verso Washington. Ma un portavoce del ministero degli esteri ha chiarito che si trattava di un “documento di lavoro interno” e che il suo contenuto “dovrebbe essere distinto da una strategia politica concordata”. “Valutare le implicazioni degli sviluppi internazionali per il Belgio, comprese le sue relazioni con gli alleati, fa parte del lavoro ordinario del Ministero degli Esteri. I cambiamenti nella politica statunitense richiedono naturalmente tale riflessione”, hanno aggiunto. “Il rapporto transatlantico sta cambiando e dobbiamo tenerne conto mentre difendiamo i nostri interessi e ci prepariamo per il futuro”.
Che cos’è l’Industrial Accelerator Act e perché nasce
Le tensioni tra Parigi e Berlino e le incertezze nei confronti degli Stati Uniti convergono nel testo dell’Industrial Accelerator Act (Iaa), la proposta legislativa presentata dalla Commissione europea il 4 marzo 2026 per rafforzare la sicurezza economica e la competitività del blocco. L’atto nasce come risposta diretta all’aumento del protezionismo globale e alla concorrenza sleale di Paesi terzi, in particolare la Cina, con la quale l’Ue ha registrato un deficit commerciale record di 359,8 miliardi di euro nel 2025.
Le regole dell’Iaa stabiliscono che negli appalti pubblici e nei programmi di sussidio statale, gli Stati membri debbano applicare requisiti di “origine unionale” (Union-origin) e standard ambientali per settori chiave come acciaio, cemento, alluminio, batterie, veicoli elettrici, pannelli solari e pompe di calore.
L’atto introduce condizioni stringenti per gli investimenti esteri diretti superiori ai 100 milioni di euro nei settori strategici (come batterie e materie prime critiche) provenienti da Paesi che detengono oltre il 40% della capacità produttiva mondiale. Per ottenere l’approvazione, gli investitori extra-Ue dovranno mantenere la propria quota societaria sotto il 49%, impiegare almeno il 50% di forza lavoro europea, destinare l’1% del fatturato alla Ricerca e Sviluppo nell’Ue e utilizzare almeno il 30% di componenti di filiera europea.

