Russia in “banca rotta”? L’arma finale dell’Ue contro il crack di Putin

Per l’Ue il prossimo pacchetto di sanzioni è l’arma finale contro l’economia di guerra russa in crisi
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Putin visita la Mongolia (Sofya Sandurskaya/POOL/TASS/Sipa USA/Ipa/Fotogramma)
Il presidente Vladimir Putin in una visita in Mongolia (Ipa)

La Russia rischia una crisi bancaria “esplosiva” nel 2026 poiché i suoi istituti di credito stanno sopportando l’insostenibile peso finanziario dell’economia di guerra. A rilevarlo è un rapporto riservato dell’intelligence europea ottenuto dall’agenzia Reuters. Il documento, intitolato “Nota sulla probabilità di una crisi bancaria in Russia nel 2026”, è trapelato mentre l’Unione europea accelera i preparativi per il suo 21° pacchetto di sanzioni, un attacco chirurgico volto a colpire il cuore del sistema dei pagamenti di Mosca.

L’illusione del “miracolo” economico russo

Per oltre quattro anni, il Cremlino ha proiettato un’immagine di resilienza, ma il dossier dell’intelligence descrive quella che definisce un’”illusione di economia dinamica”. Per sostenere lo sforzo bellico senza svuotare del tutto le casse dello Stato, il governo russo ha delegato alle banche il compito di finanziare le imprese della difesa e i cittadini attraverso prestiti sussidiati e programmi di credito agevolato.

Questa strategia ha però caricato gli istituti di rischi sistemici senza precedenti. Il rapporto stima che il 10% dei prestiti aziendali sia ormai “dubbio”, con una crescita allarmante rispetto al 2024. La stessa Russia ha ridotto drasticamente le stime di crescita per il 2026, portandole da un iniziale Pil al 1,3% a un misero 0,4%. Alcuni dei principali istituti russi, inoltre, hanno riportato tassi di prestiti non rimborsati nel settore retail fino al 15% nel 2025.

13 milioni di russi in trappola: la bomba sociale

La fragilità del sistema non riguarda solo le grandi industrie, ma tocca da vicino la vita quotidiana della popolazione russa. Per mantenere artificialmente alto il tenore di vita e il consenso, lo Stato ha incoraggiato un indebitamento di massa. Oggi, oltre 13 milioni di russi hanno almeno tre prestiti aperti contemporaneamente, una situazione che sta già portando a una valanga di insolvenze. Nel 2025, più di 500.000 cittadini russi hanno dichiarato bancarotta, segnando un aumento di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.

Un segnale inequivocabile della perdita di fiducia dei cittadini nel sistema bancario è la corsa al contante: la quantità di rubli tenuti “sotto il materasso” è cresciuta del 17% in un anno, superando la cifra astronomica di 19 trilioni di rubli (circa 243 miliardi di dollari).

Il colpo di grazia dell’Unione europea

L’Unione europea ha individuato in queste crepe finanziarie l’opportunità per infliggere un colpo decisivo. Il nuovo pacchetto di sanzioni, che Bruxelles spera di finalizzare entro luglio, mirerà specificamente a colpire quasi 90 banche russe e le reti di criptovalute utilizzate per aggirare i blocchi internazionali.

Se il piano passerà, il numero di banche russe nella “lista nera” salirà a oltre 100, ovvero più della metà degli istituti russi che mantengono ancora collegamenti con l’estero. L’obiettivo è chiaro: innescare quello “choc economico” che, secondo l’intelligence, farebbe esplodere la crisi latente e toglierebbe a Putin i mezzi per continuare la guerra.

La difesa del Cremlino: “Siamo abituati alle sanzioni”

Mosca però continua a negare ogni pericolo. Filipp Gabunia, vicegovernatore della Banca Centrale russa, ha dichiarato che le vulnerabilità “non sono critiche” e che i cuscinetti di capitale sono ai massimi da tre anni. Sulla stessa linea Taras Skvortsov, Cfo di Sberbank, il quale ha affermato che ormai i clienti sono così assuefatti alle sanzioni da non farci quasi più caso.

Tuttavia, anche alcuni esperti occidentali invitano alla cautela. Chris Weafer, analista di Macro Advisory, sostiene che l’Asia continui a ignorare le sanzioni e che la spesa per la difesa manterrà bassi i tassi di disoccupazione nel breve termine. La domanda che ora agita i corridoi di Bruxelles è se il 2026 sarà davvero l’anno del “crack finanziario” o se il gigante dai piedi d’argilla riuscirà a restare in piedi ancora una volta.