Trump fa più rumore, ma la Cina pesa di più sull’economia europea

Un nuovo rapporto della Commissione europea rileva che i dazi Usa hanno finora prodotto effetti diretti relativamente contenuti sull’export Ue, mentre la pressione cinese appare più persistente
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Bandiere Usa e Cina
Bandiere di Cina e Stati Uniti (Canva)

Per mesi l’attenzione europea si è concentrata sui dazi americani, sulle minacce di nuove tariffe e sull’incertezza generata dalle scelte commerciali di Donald Trump. Ma per l’economia dell’Unione il problema più persistente potrebbe arrivare da un’altra direzione: la Cina.

È una delle conclusioni più rilevanti del nuovo rapporto “Effetti di ricaduta nell’Ue”, pubblicato dalla Direzione generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea. Il paper analizza come dazi, movimenti dei cambi, mercati finanziari e incertezza si trasmettano da un Paese all’altro e finiscano per incidere sulle economie dei Ventisette.

Secondo gli autori, i dazi statunitensi hanno causato finora danni diretti relativamente limitati alle esportazioni europee, pur alimentando volatilità e incertezza. La combinazione tra domanda cinese debole e maggiore pressione delle esportazioni provenienti dalla Cina emerge invece come una sfida più persistente.

La Cina compra meno dall’Europa e vende di più

Nel 2025 l’Unione europea ha esportato verso la Cina beni per 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, accumulando un deficit commerciale di 359,8 miliardi. Rispetto all’anno precedente, le esportazioni europee sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4%.

Allargando lo sguardo a dieci anni, la divergenza è ancora più evidente: tra il 2015 e il 2025 l’export europeo verso la Cina è aumentato del 37,1%, mentre l’import è cresciuto dell’89%. La Cina è oggi la principale origine delle importazioni di beni dell’Ue, con una quota del 22,3%.

È su questo squilibrio che si innesta l’analisi europea. La debolezza della domanda interna cinese riduce le possibilità di vendita per le imprese europee, mentre una parte della produzione cinese trova sbocco sui mercati esteri. Per l’Europa significa subire contemporaneamente meno domanda dall’esterno e più concorrenza all’interno.

Il peso della Cina è particolarmente rilevante nei settori industriali. Nel 2025 macchinari e apparecchi meccanici sono stati la principale categoria esportata dall’Ue verso Pechino, per 45,3 miliardi di euro. Sul fronte opposto, quasi un terzo delle importazioni europee dalla Cina è costituito da macchinari elettrici, componenti e apparecchiature audiovisive. Il tema è già entrato nel confronto politico tra Bruxelles e Pechino. Nei mesi scorsi la Commissione ha definito non più sostenibile l’attuale equilibrio commerciale, insistendo però su una strategia di de-risking, non di separazione economica.

L’automotive elettrico mostra bene quanto sia difficile separare commercio e politica industriale. Le tariffe introdotte dall’Ue sui veicoli prodotti in Cina hanno spinto alcune case a localizzare parte della produzione direttamente in Europa. Xpeng, per esempio, ha avviato la produzione di alcuni modelli nello stabilimento Magna Steyr di Graz, riducendo così l’esposizione ai dazi europei.

I dazi Usa fanno meno danni diretti, ma aumentano l’incertezza

Sul fronte statunitense, il rapporto rileva che i nuovi dazi hanno finora prodotto un impatto diretto relativamente contenuto sulle esportazioni europee nel loro complesso. Una conclusione simile era già emersa da un’analisi dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, secondo cui l’Ue aveva mantenuto una quota relativamente stabile delle importazioni statunitensi nonostante la nuova politica tariffaria. I primi dati avevano quindi mostrato un’Europa capace di assorbire meglio del previsto lo shock dei dazi.

La pressione cinese appare però più strutturale. Il rapporto osserva un aumento dei volumi importati dalla Cina accompagnato da una riduzione dei prezzi, un andamento compatibile con una crescente pressione competitiva sui produttori europei. Gli autori precisano che questa dinamica era già visibile prima dell’ultima escalation tariffaria tra Washington e Pechino, quindi non può essere attribuita esclusivamente ai dazi americani.

Il fronte Usa pesa soprattutto attraverso un altro canale: l’incertezza. Se un’impresa non sa quali dazi saranno applicati tra sei mesi, se un’esenzione resterà in vigore o se un accordo commerciale verrà modificato, può rinviare un investimento anche senza aver ancora subito una perdita sulle vendite.

Il paper individua, infatti, un effetto negativo statisticamente significativo dell’incertezza sugli investimenti in diversi Stati membri. Gli investimenti in macchinari e attrezzature reagiscono più rapidamente, mentre quelli immobiliari mostrano effetti più diffusi.

Le dipendenze europee diventano ancora più visibili quando Pechino interviene direttamente sulle esportazioni di materiali critici. Le restrizioni cinesi su terre rare e magneti hanno già costretto molte aziende europee a fare i conti con procedure di autorizzazione e rischi di approvvigionamento. In alcuni casi la vulnerabilità commerciale può quindi trasformarsi anche in uno strumento di pressione politica ed economica.

Il terzo rischio arriva dal dollaro

Il rapporto individua, infine, un canale meno visibile, quello finanziario. L’area euro possiede una quantità elevata di attività denominate in dollari e investite negli Stati Uniti. Quando il dollaro si deprezza rispetto all’euro, il loro valore, una volta convertito nella moneta unica, diminuisce. Lo stesso vale per eventuali correzioni dei mercati azionari e obbligazionari statunitensi.

Negli anni passati la forza del dollaro e l’andamento positivo degli asset americani avevano favorito gli investitori europei. Il paper avverte che il processo può funzionare anche in senso opposto.

La fotografia che emerge è quindi quella di un’economia europea esposta a rischi diversi: con gli Stati Uniti pesano soprattutto dazi, incertezza e mercati finanziari; con la Cina entrano in gioco commercio, competitività industriale e dipendenza da alcune filiere strategiche.

Per questo Bruxelles continua a escludere formalmente una strategia di decoupling dalla Cina. L’Ue definisce Pechino allo stesso tempo partner, concorrente e rivale sistemico, mentre insiste su reciprocità, riduzione delle dipendenze e condizioni di concorrenza più eque.