La Moldova entra nell’autunno con uno stato d’emergenza nazionale per energia e acqua. Il Parlamento di Chișinău ha approvato una misura della durata di 60 giorni, in vigore dal 26 settembre, che attribuisce al governo poteri più ampi per intervenire rapidamente in caso di problemi nelle forniture. Il provvedimento è passato con 54 voti favorevoli e 20 contrari, mentre 22 deputati non hanno partecipato al voto.
Il governo presenta la decisione come preventiva, necessaria per affrontare insieme rischi energetici, scarsità idrica e instabilità regionale prima dell’inverno. Gli stati di allerta già in vigore sarebbero scaduti il 25 settembre, ma secondo le autorità le condizioni che li avevano resi necessari non sono venute meno.
La criticità principale riguarda l’elettricità. Secondo il ministero dell’Energia moldavo, durante l’inverno circa il 59% del fabbisogno elettrico dovrà essere coperto attraverso importazioni. Nelle ore di punta il Paese potrebbe avere bisogno di 400-450 MW dall’estero, una quantità superiore alla capacità di importazione attualmente garantita.
A questo si aggiunge il problema dell’acqua. Il livello del Dniester, il principale fiume della Moldova e una delle sue fonti essenziali, è sceso a livelli considerati critici. La situazione è resa ancora più delicata dalla dipendenza da infrastrutture e bacini condivisi con l’Ucraina e da recenti attacchi russi contro impianti idroelettrici ucraini, che hanno provocato anche problemi di qualità dell’acqua sul lato moldavo.
Energia e acqua diventano così due facce dello stesso problema: quanto è ancora fragile la Moldova mentre prova ad avvicinarsi all’Unione europea.
L’energia è diventata parte del percorso verso l’Ue
La Moldova è Paese candidato dal giugno 2022 e ha aperto formalmente i negoziati di adesione nel 2024. Nel 2026 il dossier è entrato in una fase più operativa con l’apertura dei primi cluster negoziali, a partire da quello sui cosiddetti “fondamentali”: Stato di diritto, funzionamento delle istituzioni democratiche, pubblica amministrazione e criteri economici. È il passaggio che ha trasformato il rapporto tra Bruxelles e Chișinău da prospettiva politica a negoziato concreto.
L’emergenza energetica non determina da sola il ritmo dell’adesione, ma la capacità del Paese di ridurre le proprie fragilità strutturali pesa inevitabilmente sul processo di integrazione.
Per anni la Moldova è stata fortemente dipendente dall’energia russa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Chișinău ha accelerato la diversificazione delle fonti e il collegamento con il sistema europeo. Oggi il problema non è più soltanto da chi comprare energia, ma quanto il sistema nazionale riesca a reggere shock esterni, oscillazioni dei prezzi e tensioni regionali.
Sul gas, ad esempio, il governo sostiene di avere già contrattualizzato oltre il 90% del fabbisogno previsto per l’inverno. Una parte significativa degli acquisti resta però indicizzata al mercato europeo TTF: i volumi possono essere garantiti, ma il costo finale per famiglie e imprese resta esposto alle dinamiche di mercato.
Sul fronte elettrico la dipendenza resta ancora più evidente. Se quasi sei decimi della domanda invernale devono arrivare dall’estero, i collegamenti con Romania e Ucraina diventano essenziali.
Bruxelles sta investendo proprio su questo passaggio. Il sostegno a Chișinău comprende infrastrutture, riforme del mercato, efficienza energetica e protezione dei consumatori vulnerabili. Il piano europeo per la crescita della Moldova vale 1,9 miliardi di euro per il periodo 2025-2027 ed è legato all’attuazione di riforme economiche e istituzionali.
Il dossier energetico mostra quindi in modo molto concreto cosa significhi l’allargamento: non solo recepire norme, ma collegare reti, mercati e infrastrutture. Ed è una trasformazione che interessa la stessa Unione. L’ingresso di Moldova, Ucraina e Balcani occidentali porterebbe l’Ue verso una struttura potenzialmente composta da 35 Stati, con conseguenze su bilancio, equilibri politici e capacità decisionale.
L’emergenza riguarda anche l’acqua
La misura approvata dal Parlamento moldavo copre anche il settore idrologico. Il Dniester è essenziale per l’approvvigionamento del Paese e dipende dalla gestione di infrastrutture e bacini situati anche in Ucraina. Il calo dei livelli ha già costretto i due Paesi a coordinarsi per regolare i flussi e proteggere agricoltura e forniture civili.
In caso di peggioramento, lo stato d’emergenza permette all’esecutivo di intervenire più rapidamente con acquisti straordinari, misure sulle forniture e possibili limitazioni ad alcuni utilizzi dell’acqua.
Il rischio maggiore è la sovrapposizione di più crisi: prezzi energetici elevati, capacità limitata di importazione nelle ore di punta, siccità e problemi alle infrastrutture regionali possono diventare più difficili da gestire insieme con l’avvicinarsi della stagione fredda.
Sul fondo resta la guerra in Ucraina. La Moldova confina con il Paese e negli ultimi anni ha denunciato più volte intrusioni di droni e altri effetti indiretti del conflitto. Parallelamente Mosca ha intensificato la retorica nei confronti del governo moldavo: nelle ultime settimane esponenti russi hanno accusato Chișinău di militarizzazione e avvicinamento alla Nato, mentre alcune dichiarazioni provenienti da Mosca hanno evocato persino il rischio di uno scontro futuro con la Moldova.

