Bruxelles avvisa: “Rapporto commerciale con la Cina non più sostenibile, servono risposte robuste”

Non decoupling, ma riduzione dei rischi: la Commissione valuta nuove misure per proteggere industria, filiere critiche e mercato interno. Ma non tutte le capitali sono d'accordo con un approccio più duro
6 ore fa
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Foto aerea del terminal container del porto di Qingdao, nella città di Qingdao, provincia dello Shandong, Cina orientale
Foto aerea del terminal container del porto di Qingdao, nella città di Qingdao, provincia dello Shandong, Cina orientale (Ipa)

L’attuale equilibrio commerciale e di investimento con Pechino non è più sostenibile. Dunque, servirà una risposta “più robusta e coerente”, perché “gli interessi economici e di sicurezza sono sempre più interconnessi”. Ma i rapporti con Pechino non vengono meno. Questo in sintesi quello che è emerso dal dibattito di orientamento che la Commissione ha tenuto oggi (29 maggio) sulle relazioni Ue-Cina, un’occasione per valutare sia le opportunità sia le sfide di tali relazioni.

Nel readout rilasciato dopo la riunione, la Commissione ha esplicitamente sostenuto la linea del “de-risking, not decoupling”, cioè ridurre i rischi senza arrivare a un disaccoppiamento dall’economia cinese, in una posizione non formale che servirà soprattutto a costruire una linea comune in vista di due appuntamenti fondamentali: il G7 del 15 giugno in Francia e il Consiglio europeo del 18-19 giugno, dove la Cina, la sua sovraccapacità produttiva e il suo quasi monopolio sulle terre rare saranno temi centrali.

Nel 2025, il deficit commerciale dell’Unione con il Dragone è aumentato a 360 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 312 miliardi di euro del 2024. L’aumento è stato ancora più marcato nel primo trimestre del 2026.

No alla rottura ma maggiore protezione delle imprese Ue

Nel readout Bruxelles ha definito la Cina un “partner fondamentale” e ha confermato che “il dialogo e l’impegno proseguiranno”. La Commissione insomma sembra non volere una rottura con Pechino, ma punta a una maggiore protezione dell’industria europea. Tra le ipotesi discusse figurano obblighi di diversificazione delle catene di approvvigionamento per le imprese europee e nuovi strumenti per limitare l’accesso cinese al mercato Ue in settori come chimica, metalli e tecnologie pulite. Tutte misure che comunque non sono attese prima del terzo trimestre 2026.

I temi centrali del dibattito

Il primo tema è l’overcapacity cinese, cioè la sovracapacità produttiva che, secondo Bruxelles, alimenta esportazioni a basso costo verso il mercato europeo. La preoccupazione riguarda non solo auto elettriche, ma anche componenti industriali, dispositivi medici, macchinari e prodotti agroalimentari. La questione viene considerata come possibile ‘China Shock 2.0‘, che rischia di indebolire la base manifatturiera europea.

Il secondo tema è la dipendenza europea da filiere controllate o fortemente influenzate dalla Cina. Già il 18 maggio, durante il briefing della Commissione, era emersa l’ipotesi di imporre alle aziende europee l’acquisto di componenti critici da almeno tre fornitori diversi per ridurre la dipendenza da Pechino, ipotesi che è tornata sul tavolo.

Il ruolo degli Stati membri

Tuttavia, una linea più dura dovrà superare le diverse posizioni che, nemmeno a dirlo, dividono le capitali: in particolare Francia e Germania: Parigi spinge per una maggiore protezione del mercato europeo, mentre Berlino è più cauta per via della forte esposizione delle proprie imprese al mercato cinese.

Prima del dibattito, cinque Paesi – Spagna, Italia, Paesi Bassi, Francia e Lituania – avevano chiesto di rafforzare la difesa commerciale europea in un documento che chiedeva una politica commerciale più aggressiva contro concorrenza sleale, barriere commerciali e sovracapacità, sostenendo che l’industria europea avrebbe perso un milione di posti di lavoro tra 2019 e 2025.

Ieri però Madrid, considerata una delle capitali più favorevoli alla Cina, ha ritirato il proprio appoggio al testo, come ha fatto sapere il ministro dell’Economia Carlos Cuerpo, il quale ha aggiunto che l’Ue “deve fare di più” e “dialogare con le autorità cinesi”.

La reazione cinese

Pechino intanto ha respinto l’impostazione europea. Il ministero degli Esteri cinese ha accusato l’Ue di usare i dati commerciali in modo selettivo per giustificare restrizioni alle importazioni, sostenendo che guardare solo al commercio di beni, senza considerare servizi, investimenti e struttura degli scambi, porta a una conclusione “unilaterale” sugli squilibri.

Il rischio, quindi, è che un irrigidimento europeo apra una fase di ritorsioni. L’accesso al mercato europeo resta molto importante per la Cina, ma proprio per questo Pechino potrebbe reagire con forza a eventuali misure restrittive, peraltro già minacciate.

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