La Cina sta costringendo l’Europa ad auto-sanzionarsi

La coercizione cinese non ha più bisogno di essere plateale per funzionare: l'analisi Ecfr
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Xi Jinping e von der Leyen
Xi Jinping e von der Leyen (Ipa/Fotogramma)

Le sanzioni Ue contro la Cina assomigliano sempre di più a un autogol. È questa la tesi che Tobias Gehrke e Nina Schmelzer dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) sviluppano nel policy brief Beijing hold’em: European cards against Chinese coercion. La coercizione cinese, scrivono i due ricercatori, non ha più bisogno di essere plateale per funzionare. Funziona già così.

Spinta da un contesto geopolitico ed economico sempre più incerto, l’Europa, per evitare rappresaglie, sta prendendo decisioni che agevolano Pechino: annulla misure commerciali legittime, ritira dazi, rallenta i controlli e, più in generale, ammorbidisce la sua posizione. Così, la Cina ottiene quello che vuole senza muovere un dito. “Quando l’Europa vuole difendere la propria economia, Pechino risponde con misure coercitive, perché il suo modello economico” fondato sulla overproduzione, “dipende dalla domanda e dall’apertura europee”, scrivono gli autori. “Il China shock e la coercizione cinese non sono problemi separati. Si rinforzano a vicenda”.

In pratica, la coercizione cinese funziona in due modi diversi: a volte Pechino reagisce con misure esplicite quando l’Europa agisce; altre volte basta la minaccia di quella reazione perché l’Europa si autocensuri e ritiri o diluisca da sola le proprie decisioni. La minaccia di Pechino condiziona le scelte europee prima ancora di essere messa sul tavolo.

La coercizione di Pechino e la dipendenza dell’Europa

La mossa più visibile è stata quella sulle terre rare. Ad aprile 2025 la Cina ha introdotto requisiti di licenza per l’esportazione di materiali e magneti a base di terre rare per poi estenderli, ad ottobre, a un insieme molto più ampio di tecnologie minerarie, di lavorazione e di riciclaggio. Per ottenere le licenze, le imprese europee dovevano fornire alle autorità cinesi informazioni commerciali riservate. Questa coercizione ha provocato una climax devastante per le imprese europee: esaurimento delle scorte, produzione rallentata e incertezza sul futuro che hanno messo in crisi alcuni segmenti chiave dell’industria europea, quali automotive, energia eolica, difesa e macchinari avanzati.

La pausa annunciata il 30 ottobre 2025, al margine del vertice Trump-Xi, ha allentato la pressione, ma non per merito europeo. Come nota l’Ecfr nella sua analisi, “non sono stati gli inviati diplomatici da Berlino, Bruxelles o Parigi a ottenere questa tregua”, che è stata negoziata dagli americani. L’Ue ha beneficiato dell’accordo senza sedersi al tavolo, ma l’accordo scade a novembre 2026.

Inoltre Pechino ha sospeso solo le norme più recenti sui controlli, ma il regime di licenze sulle terre rare introdotto in primavera resta in vigore.

L’autogol diventa clamoroso se si pensa che la dipendenza europea da Pechino è tutto tranne che una sorpresa: secondo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), la Cina controlla il 60% della produzione globale di terre rare e il 90% della raffinazione. La stessa presidente della Commissione europea ha ammesso che il 90% dei magneti a base di terre rare consumati in Europa viene importato dalla Cina: “Dal settore automotive alla difesa, dall’aerospazio ai data center: vedete i rischi per l’Europa e per i suoi settori industriali più strategici”, ha detto Ursula von der Leyen durante il suo discorso al Berlin Global Dialogue dell’ottobre scorso.

Come la Cina ha aumentato il suo controllo sulla produzione

Le riforme cinesi sul controllo delle esportazioni mettono spalle al muro i concorrenti. In base a queste norme, per esempio, un’azienda di batterie sudcoreana che opera in Italia potrebbe presto aver bisogno di una licenza cinese, pena sanzioni, se anche una sola materia prima cinese a base di terre rare entrasse nella sua catena produttiva. Questo potrebbe consentire a Pechino di premiare le aziende che intensificano l’integrazione con la Cina e di negare le licenze a quelle che cercano di sviluppare alternative.

I risultati sono già evidenti: un sondaggio condotto tra aziende europee attive in Cina ha rilevato che il 15% degli intervistati ha preso in considerazione la possibilità di delocalizzare ulteriormente la produzione in Cina, inclusi i componenti a maggior valore aggiunto, per aggirare l’extraterritorialità ostacolata da Pechino.

Cosa succede a chi non chiede l’autorizzazione di Pechino?

Se un’azienda utilizza, anche in minima parte, componenti cinesi ma esporta senza l’autorizzazione, la spedizione può essere bloccata alla dogana, l’export può essere respinto, e l’impresa può finire in violazione delle norme cinesi sul controllo delle esportazioni, con conseguenze amministrative e, nei casi più gravi, anche penali. Le fonti giuridiche citano inoltre il possibile inserimento in liste di soggetti inaffidabili o soggetti a controlli più severi, oltre a multe e restrizioni future.

I moniti che c’erano già

I segnali erano chiari da tempo: a luglio 2025, il Parlamento europeo aveva adottato una risoluzione specifica sui controlli cinesi all’esportazione di terre rare, chiedendo alla Commissione e agli Stati membri di accelerare l’implementazione di misure di tutela. L’Europarlamento aveva chiesto a Bruxelles e ai governi nazionali di fare tre cose senza aspettare altro tempo:

  • sbloccare e finanziare progetti minerari e di raffinazione in Europa;
  • costruire scorte strategiche di terre rare;
  • chiudere accordi di fornitura con Paesi affidabili.

Pochi giorni prima, il 2 luglio, la responsabile della politica estera Ue Kaja Kallas, durante l’incontro con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Bruxelles, aveva chiesto a Pechino di interrompere le restrizioni, descrivendo le pratiche cinesi come minacce dirette alle imprese europee e all’affidabilità delle catene di fornitura internazionali.

Anche il mondo industriale era in allerta. A ottobre scorso, il commissario europeo all’Industria Stéphane Séjourné aveva convocato una videoconferenza con rappresentanti di Volkswagen, Stellantis, Siemens, Bosch, Solvay e Umicore per valutare l’impatto delle restrizioni cinesi. La metà delle richieste di licenza presentate da imprese europee era stata respinta o ignorata e il commissario al Commercio Maroš Šefčovič aveva definito le procedure cinesi di licenza “improcessabili” per le aziende europee.

Sul fronte accademico e istituzionale, già nel 2023 i ricercatori del Merics avevano sottolineato che il de-risking non bastava: serviva uno strumento anti-coercizione credibile e applicabile in tempi rapidi. L’Istituto Delors aveva ricostruito come trent’anni di scelte industriali europee avessero consegnato alla Cina un monopolio quasi totale su materie prime che condizionano la transizione verde e digitale, diventata prioritaria per Bruxelles. L’Unione europea prima si è autoesclusa dalla corsa alle terre da, deteriorando i rapporti con Pechino, poi ha puntato sulla transizione green, che dipende proprio da quei metalli.

L’Europa ha le potenzialità, ma non ha una strategia

Il think tank è diretto nella sua analisi: l’Europa non manca di strumenti, ma di una dottrina per usarli.

Il continente resta uno dei maggiori mercati di sbocco per le esportazioni cinesi, mantiene posizioni chiave in segmenti globali come macchinari avanzati, aerospazio e semiconduttori, e ospita infrastrutture critiche in cui le imprese cinesi sono profondamente integrate, quali porti, reti energetiche e data center. Una dipendenza bilaterale che, se gestita con intelligenza strategica, può diventa una leva per l’economia europea.

Per questo, l’Anti-Coercion Instrument (Aci), il “bazooka” europeo entrato in vigore nel dicembre 2023, non è mai stato attivato. L’Ecfr propone di costruire un’architettura di deterrenza economica basata su tre pilastri: capacità (avere gli strumenti pronti), chiarezza (comunicare le linee rosse) e credibilità (rispondere in modo convincente per scala, velocità e unità, evitando clamorosi passi indietro).

Le nuove norme al vaglio dell’Ue

Per ridurre la dipendenza dalla Cina, l’Ue sta valutando nuove norme che potrebbero obbligare le aziende europee operanti in settori chiave ad acquistare componenti critici da almeno tre fornitori diversi. Tuttavia, sottolinea l’Ecfr, in base alle leggi approvate ad aprile, Pechino potrebbe sanzionare le aziende che hanno legami commerciali con la Cina per il semplice fatto di essersi conformate alla legge europea. “Paradossalmente, i responsabili politici europei che cercano di ridurre l’esposizione delle proprie aziende alle pressioni potrebbero finire per mettere proprio quelle aziende nel mirino di Pechino“, spiega l’analisi.

Il costo del non fare

“Gli europei si preoccupano più del costo di confrontarsi con la Cina che del costo di non farlo”, scrive Gehrke nel policy brief. La deindustrializzazione in corso, migliaia di posti di lavoro manifatturieri a rischio, gigafactory di batterie sempre più difficili da finanziare, industria della difesa in affanno per mancanza di materiali, è già la conseguenza visibile dell’inazione aspramente criticata anche da Mario Draghi.

L’Ecfr conclude con il monito del Giappone, che a gennaio si è visto imporre da Pechino un embargo completo su minerali e materiali dopo le dichiarazioni del primo ministro su Taiwan. La Cina è sempre pronta a usare la leva della coercizione, l’Europa ha capito che non può fare la voce grossa con Pechino.

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