Troppe eccezioni, troppa discrezionalità, poca trasparenza. Continuando così, la credibilità delle regole fiscali dell’Unione europea è a rischio. È lo European Fiscal Board, l’organo di controllo fiscale indipendente dell’Ue, ad avvisare delle conseguenze che le ripetute deroghe concesse da Commissione e Consiglio ai Paesi membri possono avere, in un momento in cui i tassi di interesse sul debito sovrano salgono e i mercati si aspettano ulteriori rialzi.
In un rapporto diffuso il 21 settembre (‘The implementation of national medium-term fiscal-structural plans: progress to 2025, outlook for 2026’), l’Efb critica le istituzioni europee per la loro arbitrarietà, flessibilità e scarsa trasparenza nell’applicazione del Patto di stabilità, oltre alla tendenza alla forbearance, cioè a tollerare deviazioni ricorrendo a indicazioni informali invece degli strumenti formali previsti dai Trattati. Così si mina il quadro delle nuove norme fiscali, entrate in vigore solo nel 2024, peraltro già ammorbidite in modo da consentire un rientro graduale dal debito.
Debito europeo
Il punto di partenza è proprio questo: l’Europa è indebitata, e anche i suoi singoli Paesi lo sono. Quanto all’insieme del blocco, secondo i dati Eurostat il debito pubblico nel 2025 ha raggiunto l’82%, salendo di 1% in un anno. Le proiezioni di Palazzo Berlaymont prevedono che supererà l’84% nel 2026.
Quanto alle capitali, ognuna ha una situazione specifica, e proprio per questo le nuove norme del 2024 prevedono che ognuna concordi con la Commissione un percorso annuale e personalizzato per la riduzione del debito e del deficit, fino a portarli rispettivamente sotto il 60% del Pil ed entro il 3%, con un tempo a disposizione tra i quattro e i sette anni. Prevedono anche che chi non rispetta il percorso concordato deve spiegare perché, altrimenti dovrà affrontare un procedimento disciplinare.
Ma, rileva il rapporto Efb, quest’ultima sorte toccherà solo alla Bulgaria. “Ciò contrasta con la discrepanza tra i risultati e le proiezioni fiscali rispetto ai percorsi di spesa raccomandati. Il divario riflette sia la flessibilità prevista dalle nuove regole, sia la discrezionalità e la tolleranza dimostrate dalla Commissione e dal Consiglio”, spiega il Comitato di ‘saggi’.
Il rapporto sottolinea che diverse capitali “si sono discostati dai percorsi fiscali concordati” nell’ambito del Patto di stabilità, e in tali casi la Commissione ha evitato o rinviato l’apertura di procedure per deficit eccessivo usando “discrezionalità e indulgenza”. Come nel caso della Slovenia, per la quale l’organo guidato da Ursula von der Leyen ha invocato l’’incertezza’ per rinviare la decisione, o della Germania, dove ha fatto riferimento alle proprie proiezioni, più favorevoli di quelle del governo tedesco. Oppure di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, che hanno ottenuto più tempo per la riduzione del deficit, a fronte di riforme la cui attuazione, però, viene monitorata da Palazzo Berlaymont in modo “troppo breve e sommario”.
Troppe clausole di salvaguardia nazionale
Un altro problema fondamentale sono poi le eccezioni (anche se temporanee) concesse agli Stati di derogare dagli obiettivi fiscali per far fronte a una maggiore spesa: le clausole di salvaguardia nazionale (National Escape Clauses, Nec). La prima Nec è stata offerta nel 2025 per consentire alle capitali di spendere in difesa, allargata nel 2026 alle misure per contrastare il rialzo dei prezzi dell’energia -un’estensione che ha visto protagonista l’Italia.
Tuttavia, avvisa l’Efb, “ogni nuova forma di discrezionalità e ogni nuovo grado di flessibilità possono sembrare ragionevoli da un punto di vista politico, ma le regole si giudicano in base all’accumulo di precedenti, e un quadro normativo che si piega a ogni nuovo shock rischia di perdere il suo scopo ultimo, ovvero la sostenibilità delle finanze pubbliche”.
Più nel dettaglio, spiega il rapporto, “la decisione della Commissione di estendere l’ambito di applicazione della Clausola di salvaguardia nazionale all’inizio del 2026 presenta diverse criticità. In primo luogo, la sequenza di eventi che ha portato a tale iniziativa avvalora l’impressione che la Commissione stia assecondando le insistenti richieste di alcuni grandi Stati membri”. Ovvero, sia un’iniziativa dettata da motivi politici. Inoltre, “è dubbio se l’obiettivo dichiarato di rafforzare la resilienza e la sicurezza energetica degli Stati membri dell’Ue possa essere considerato un evento eccezionale”.
Si rischia una ‘golden rule’ ad hoc
“Siamo preoccupati per la credibilità dell’intero quadro normativo: la tendenza sembra infatti essere quella di creare una nuova clausola di salvaguardia, o di estendere quella esistente, a fronte di shock esterni e sfide per la tenuta dei conti pubblici degli Stati membri. Si corre così il rischio che la Nec si trasformi, di fatto, in una sorta di ‘golden rule’ ad hoc”, ha avvertito Pieter Hasekamp, presidente dell’Efb, come riporta Il Mattinale Europeo. Il riferimento è alla ‘regola d’oro’ che consente di escludere determinate categorie di spesa dal normale vincolo di bilancio, tipicamente perché considerate investimenti o spese con benefici di lungo periodo. In sostanza: alcune spese vengono trattate diversamente dalle altre e possono essere finanziate con maggiore flessibilità.
Il timore dell’European Fiscal Board è che la Nec finisca per svolgere proprio questa funzione, ma senza che esista una vera golden rule stabilita ex ante. Hasekamp avvisa che, se ogni volta che emerge una nuova priorità politica si decide che quella categoria di spesa può beneficiare della clausola di salvaguardia, si crea di fatto una successione di deroghe settoriali. Oggi la difesa, domani l’energia, potenzialmente in futuro altre priorità.
“Siamo preoccupati, non ansiosi”
“Siamo preoccupati, non ansiosi”, ha detto Kyriakos Pierrakakis, presidente dell’Eurogruppo, in occasione della riunione del 18 settembre, in riferimento all’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato della zona euro. Segnali da monitorare ce ne sono. Ad esempio, dal 2020, il debito emesso dall’Ue per conto dei suoi Stati membri è quasi raddoppiato e ora rappresenta più del 5% del Pil di tutti i Paesi messi insieme. Ancora, il differenziale di rendimento tra i titoli pubblici della Francia e quelli della Germania è salito a 100 punti base, oltre quello italiano, mentre le tensioni sulle misure necessarie alla riduzione del deficit hanno già portato alla caduta di diversi governi, come in Francia (due volte, si rischia la terza), in Romania e in Germania.
Non solo, ma, avvisa ancora il rapporto, in diversi Paesi dell’Ue le previsioni nazionali sulla crescita nominale si sono rivelate più ottimistiche rispetto agli scenari di riferimento. Un Pil nominale inferiore alle attese rende più difficile il percorso di riduzione dei rapporti deficit/Pil e debito/Pil e riduce, quindi, i margini su cui erano stati costruiti alcuni programmi di aggiustamento.
Hasekamp, citato dal Mattinale europeo, ha sottolineato: “I mercati tendono a guardare le cose per un periodo piuttosto lungo senza fare nulla. Poi a un certo punto si comportano male, si spaventano e si spostano all’estremo opposto. A quel punto è troppo tardi”.

