Tutto quello che l’Europa sta facendo all’Assemblea generale dell’Onu

Dall’AI alla riforma dell'Onu, da Gaza all’Ucraina fino a Hormuz e alla sicurezza alimentare. A New York l’Ue e i principali Paesi europei stanno sperimentando una diplomazia fatta di nuove coalizioni, spesso costruite insieme al Global South. Ma non sempre nella stessa direzione
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Kaja Kallas, Ursula von der Leyen , António Costa, António Guterres

Non soltanto Ucraina e Gaza. A New York l’Europa ha portato all’81esima Assemblea generale delle Nazioni Unite una serie di proposte che vanno dalla regolazione dell’intelligenza artificiale alla riforma dell’Onu, dalla sicurezza delle rotte marittime alla protezione dei minori online, fino ai fertilizzanti e all’osservazione degli oceani.

Stavolta però si va oltre la solita difesa del multilateralismo.

L’Unione europea e le principali capitali stanno cercando di costruire coalizioni diverse a seconda del dossier, coinvolgendo Paesi che non appartengono necessariamente allo stesso campo geopolitico: India, Brasile, Kenya, Australia, Canada, Stati del Golfo e altre economie emergenti.

È una strategia particolarmente adatta a Bruxelles, che non dispone degli strumenti militari e politici degli Stati Uniti o della Cina, ma può mettere sul tavolo uno dei maggiori mercati mondiali, capacità regolatoria, investimenti e una vasta rete di relazioni diplomatiche.

Ed è proprio la costruzione di alleanze tra regioni diverse che Kaja Kallas ha indicato come uno degli obiettivi della presenza europea a New York.

Una nuova alleanza con India, Brasile e Kenya

L’iniziativa che meglio rappresenta questa strategia si chiama Partners for Multilateralism, P4M.

I promotori iniziali sono Unione europea, Australia, Barbados, Brasile, Canada, India e Kenya. Alla dichiarazione hanno poi aderito numerosi altri Stati, compresi diversi Paesi europei.

Non è un nuovo G7 e non vuole essere un’alternativa ai Brics. I partecipanti partono invece da una diagnosi comune: l’ordine internazionale è sempre più condizionato da polarizzazione, conflitti, protezionismo, coercizione economica e ricorso ai rapporti di forza. Anche l’interdipendenza economica, sottolinea la dichiarazione, viene utilizzata sempre più frequentemente come strumento di pressione.

La risposta proposta è lavorare insieme sulla riforma delle Nazioni Unite, sulle catene di approvvigionamento, sul commercio, sulla finanza internazionale, sull’intelligenza artificiale, sul clima e sulla salute globale.

Per l’Europa il passaggio politicamente più significativo è un altro: cooperare con India, Brasile e Kenya senza chiedere loro di entrare nel campo occidentale.

Nuova Delhi può continuare a partecipare ai Brics e mantenere relazioni con Russia, Stati Uniti e Cina; il Brasile può rivendicare una maggiore rappresentanza del Global South. Il terreno comune è riformare un sistema multilaterale che gli europei vogliono preservare ma che molti Paesi emergenti considerano ancora troppo poco rappresentativo.

Sull’AI l’Europa si divide

Il dossier più nuovo emerso a New York è però quello dell’intelligenza artificiale.

Finlandia e Norvegia hanno lanciato un appello internazionale per mantenere i modelli più avanzati sotto direzione, supervisione e controllo umano. Hanno aderito 22 leader di 20 Paesi, tra cui Germania, Spagna, Danimarca, Paesi Bassi, Irlanda, Estonia e Lettonia, oltre alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Fuori dall’Europa ci sono, tra gli altri, Canada, Australia, Kenya, Sudafrica e Singapore.

La proposta punta a costruire meccanismi internazionali di controllo dei cosiddetti modelli di frontiera, con valutazioni indipendenti e standard condivisi.

Ma su questo terreno emerge anche quanto sia difficile parlare di una sola posizione europea.

La Francia non ha aderito all’appello nordico, così come il Regno Unito. Parigi teme anche che sistemi troppo rigidi possano finire per limitare la capacità dei Paesi che inseguono Stati Uniti e Cina di recuperare terreno nello sviluppo dell’AI.

Allo stesso tempo, proprio la Francia ha scelto New York per portare il tema dell’IA al livello più alto della sicurezza internazionale, con il confronto al Consiglio di Sicurezza che coinvolge anche Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic e Clément Delangue di Hugging Face.

L’intelligenza artificiale comincia così a entrare nelle stesse sedi nelle quali si discutono cyber, proliferazione e sicurezza militare.

Macron punta sui bambini

Parigi sta contemporaneamente costruendo una seconda coalizione sull’AI, questa volta insieme a Spagna, Kenya e Australia. A New York i quattro Paesi hanno presentato la roadmap della Coalition for Children’s Rights and Protection in the Age of AI, sostenuta complessivamente da 23 Stati e otto organismi delle Nazioni Unite.

L’obiettivo di lungo periodo è molto concreto: i sistemi di AI che dichiarano di essere rivolti ai bambini dovrebbero essere sottoposti a meccanismi di autorizzazione prima dell’arrivo sul mercato.

Nel frattempo la coalizione chiede maggiore accesso ai modelli e ai dati da parte dei ricercatori indipendenti e regole comuni sulla sicurezza dei minori.

È una linea diversa da quella promossa da Finlandia e Norvegia: invece di partire dalla governance complessiva dei modelli più potenti, Parigi concentra l’azione internazionale su un ambito specifico nel quale ritiene possibile costruire un consenso più ampio.

La Germania vuole cambiare l’Onu entro cinque anni

Un altro pezzo della strategia europea riguarda direttamente le Nazioni Unite.

La Germania ha convocato insieme a Singapore e Ghana una tavola rotonda dal titolo “The UN we need 5 years from now”, alla quale hanno partecipato anche Finlandia, Kenya, Messico, Brasile, Francia ed Egitto.

L’obiettivo è preparare proposte da mettere a disposizione della futura leadership dell’Onu per rendere l’organizzazione più efficiente, rappresentativa e capace di intervenire sulle nuove crisi.

È anche la posizione ufficiale dell’Unione. Tra le priorità europee per la sessione 2026-2027 figurano esplicitamente la riforma dell’Onu, il rafforzamento della sua architettura di pace e sicurezza e la costruzione di un sistema multilaterale più efficace e inclusivo.

Un tema sul quale è intervenuto con particolare nettezza anche il presidente finlandese Alexander Stubb, chiedendo nuovi seggi permanenti nel Consiglio di Sicurezza per Africa, Asia-Pacifico e America Latina e proponendo di rimettere in discussione il potere di veto.

Ucraina e Mar Nero diventano anche sicurezza alimentare

La guerra in Ucraina resta uno dei dossier centrali dell’agenda europea, ma a New York Bruxelles sta cercando di collegarla ad altre questioni globali.

Ue, Francia, Romania e Ucraina hanno organizzato un incontro dedicato alla sicurezza alimentare e al Mar Nero, mettendo al centro gli attacchi alle infrastrutture per l’esportazione di cereali e le conseguenze che un blocco delle rotte può avere soprattutto su Africa, Medio Oriente e Asia.

È un modo anche per allargare la discussione sulla guerra oltre il continente europeo: non solo integrità territoriale e sicurezza dell’Ucraina, ma prezzi del cibo, commercio e stabilità di Paesi lontani dal conflitto.

Sul fronte italiano, Antonio Tajani interviene invece al Consiglio di Sicurezza ribadendo il sostegno a Kyiv, la richiesta di un cessate il fuoco e l’attenzione alla resilienza energetica e alla ricostruzione.

La Francia prova a sbloccare Hormuz

La Francia sta lavorando, in coordinamento con Washington, a una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza per istituire una missione internazionale destinata a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’obiettivo francese è costruire un testo concentrato sulla protezione della navigazione commerciale e delle forniture energetiche, cercando di evitare che la missione venga interpretata come uno strumento direttamente rivolto contro l’Iran.

È anche un test della capacità residua del Consiglio di Sicurezza di trovare accordi tra potenze rivali su interessi condivisi.

L’Italia costruisce una coalizione sui fertilizzanti

Tajani e il ministro croato Gordan Grlić Radman presiedono a New York la seconda riunione della Coalizione di Roma, nata per facilitare l’accesso ai fertilizzanti e tutelare la sicurezza alimentare.

Al tavolo siedono i Paesi Med9, partner della Lega araba e dei Balcani occidentali, l’Ucraina e diverse organizzazioni internazionali.

Hormuz, Bab el-Mandeb e Mar Nero sono contemporaneamente rotte energetiche, commerciali e alimentari. Una crisi in uno di questi passaggi può trasformarsi rapidamente in aumento dei prezzi dei fertilizzanti e quindi del cibo, con effetti particolarmente pesanti sui Paesi più vulnerabili.

Von der Leyen guarda agli oceani

C’è infine un’iniziativa meno visibile politicamente, ma molto concreta.

Ursula von der Leyen e il primo ministro canadese Mark Carney presiedono a New York un evento dedicato all’alleanza internazionale per rafforzare il Global Ocean Observing System, la rete mondiale che raccoglie e rende disponibili i dati sugli oceani.

La Commissione ha impegnato 62 milioni di euro attraverso Horizon Europe. I dati servono alla ricerca climatica, ma anche alle previsioni meteorologiche, alla sicurezza marittima e alle attività economiche legate agli oceani.

Ancora una volta, l’obiettivo europeo è utilizzare una propria capacità tecnologica e finanziaria per costruire attorno a essa una rete internazionale.

La diplomazia delle coalizioni variabili

È questo, forse, il filo che collega gran parte delle iniziative europee emerse all’Assemblea generale.

L’Europa non si limita più a chiedere di conservare l’ordine multilaterale nato dopo la Seconda guerra mondiale. Ammette che debba essere riformato per rappresentare meglio un mondo profondamente diverso da quello del 1945.

Ma non propone nemmeno la nascita di un nuovo blocco.

Al contrario, a New York sta sperimentando una diplomazia di coalizioni sovrapposte: India e Brasile sulla riforma del multilateralismo; Canada e Australia sull’IA e sugli oceani; Paesi africani sulla sicurezza alimentare; partner mediterranei sulle rotte commerciali. In un sistema internazionale nel quale molti Paesi non vogliono essere costretti a scegliere stabilmente tra Washington e Pechino, l’Europa prova a costruire influenza offrendo coalizioni diverse per problemi diversi.

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