Europa impreparata ai droni russi: “Mosca può colpire quasi impunemente”

Uno studio Iiss analizza 144 episodi in 13 Paesi: difese frammentate, difficoltà di attribuzione e una risposta europea ancora troppo nazionale
2 ore fa
4 minuti di lettura
Attacco droni in Ucraina
Attacco droni in Ucraina (Ipa)

È “altamente probabile che la Russia abbia condotto una campagna di droni sull’Europa”. Ed è certo che l’Europa non è ancora adeguatamente preparata a difendersi. A partire da un problema di base: i governi interessati dagli attacchi non convenzionali si sono concentrati sulla risposta nazionale piuttosto che collegare i punti a livello europeo. L’allarme arriva da uno studio dell’International Institute for Strategic Studies (Iiss) di Londra, realizzato con la partecipazione della fondazione tedesca Hanns Seidel.

Guerra non convenzionale

Secondo gli autori, tra l’agosto 2024 e il febbraio 2026 il Cremlino avrebbe portato avanti una campagna di droni nei cieli europei, prendendo di mira obiettivi militari e infrastrutture critiche e utilizzando la propria flotta ombra di navi mercantili operanti in acque internazionali come basi mobili per il lancio e il recupero di velivoli senza pilota (Uav). Lo studio non sostiene che ogni singolo avvistamento registrato un questo periodo sia dovuto ai russi: il giudizio deriva dal modello complessivo degli episodi.

Lo studio ha esaminato 144 episodi avvenuti in 13 Paesi europei; circa il 48% riguarda siti militari, il 18% aeroporti civili e il 26% infrastrutture critiche quali porti, impianti energetici e industriali, rilevando che finora nessun governo europeo ha attribuito pubblicamente alla Russia uno degli avvistamenti di droni analizzati.

Il verdetto degli analisti riguardo le operazioni di Mosca è secco: la campagna russa ha rappresentato un successo tattico per il Cremlino perché ha dimostrato che può operare impunemente nello spazio aereo sovrano europeo, sfruttando il divario tra le capacità militari e la volontà politica di agire dei Paesi alleati.

Gli obiettivi del Cremlino

Diversi gli obiettivi del Cremlino, ipotizzano gli esperti, tra cui:

  • ricognizione mediante combattimento: seguendo la dottrina sovietica/russa, gli Uav sono stati usati come sonde per costringere le difese Nato ad attivarsi (accensione di radar, decollo di caccia), permettendo così di mappare frequenze, tempi di risposta,soglie decisionali e protocolli di intercettazione;
  • mappatura delle vulnerabilità intorno alle infrastrutture critiche, compresi i nodi logistici dual use (civile e militare), i nodi logistici militari a supporto dell’Ucraina e le strutture associate alla deterrenza nucleare alleata. In questo quadro, sono stati sorvegliati siti nucleari sensibili (come le basi che ospitano bombe a gravità B61-12 o la base francese di sottomarini di Île Longue);
  • monitoraggio della logistica per l’Ucraina: gli Uav hanno osservato siti di addestramento (per Patriot o carri Abrams) e porti utilizzati per il supporto militare a Kiev, come quello di Køge in Danimarca;
  • logoramento economico e guerra psicologica: le ripetute chiusure di grandi aeroporti commerciali (come Copenaghen, Monaco, Oslo) hanno imposto costi reali e miravano a erodere la fiducia del pubblico nella sicurezza dello spazio aereo. Il paper richiama anche campagne informative filorusse che negano il coinvolgimento di Mosca o attribuiscono gli episodi all’Ucraina;
  • normalizzazione delle violazioni dello spazio aereo di bassa quota, per abituare i governi e l’opinione pubblica a incursioni di basso livello, abbassando la soglia di reazione politica e militare per future operazioni più serie.

In tutto questo, c’è anche un’altra considerazione da fare: i droni sono relativamente economici e possono obbligare a chiudere aeroporti, schierare caccia e utilizzare sistemi di difesa molto più costosi. È il problema del cosiddetto ‘cost-exchange ratio‘.

La risposta dell’Europa

Se questi erano, secondo gli esperti, gli obiettivi delle ‘incursioni’ russe, qual è stata la risposta europea? Come anticipato, per gli autori le cose non sono andate tanto bene: la campagna di Mosca ha evidenziato “gravi lacune nelle difese aeree alleate, nell’autorità legale e nella coesione politica”, rivelando “il divario tra ciò che gli eserciti europei potevano fare e ciò che i loro governi erano disposti ad autorizzare”. In altre parole, “la soglia per una risposta collettiva è più alta di quanto la deterrenza europea abbia ipotizzato”. Più nello specifico sono emerse:

  • vulnerabilità tecnologica: l’architettura di difesa aerea europea è stata progettata per contrastare minacce convenzionali “operanti in uno spazio di battaglia riconoscibile” ad alta quota, e non per piccoli Uav a bassa quota che non collaborano elettronicamente;
  • frammentazione legale: i quadri giuridici per l’intercettazione degli Uav variano da nazione a nazione, creando confusione tra competenze della polizia e dei militari;
  • rischio di escalation e costi: abbattere droni economici con missili costosi non è sostenibile. Inoltre, c’è stata una mancanza di consenso politico all’interno della Nato sull’uso della forza contro incursioni non attribuite, evidenziando fratture tra chi (come la Polonia) voleva una risposta dura e chi invocava cautela. Per l’Iiss questa frammentazione crea una vulnerabilità tanto importante quanto quella tecnologica;
  • anche l’attribuzione rimane una sfida: “Nessuno, ad oggi, ha attribuito pubblicamente un avvistamento di Uav alla Russia o si è spinto fino a descrivere una campagna coordinata di Uav russi sull’Europa occidentale e settentrionale”, scrivono gli esperti, perché nessuno ha guardato il quadro completo, unendo i punti.

I limiti dell’iniziativa anti-drone europea

Insomma, secondo il paper dell’Iiss l’attuale architettura europea di contrasto ai droni non è ancora all’altezza della minaccia, nonostante la Nato, l’Unione Europea e i governi nazionali si stiano muovendo in questa direzione.

L’analisi cita l’Iniziativa europea per la difesa dai droni (European Drone Defence Initiative, Eddi), basata su radar, sensori acustici/RF, guerra elettronica e intercettori, che mira proprio a costruire un’architettura di difesa anti-drone a 360 gradi su scala continentale, con una capacità operativa iniziale entro la fine del 2026.

Tuttavia, sottolinea il paper, il progetto affronta sfide di finanziamento, obsolescenza tecnologica e disaccordi tra capitali. Inoltre, lo scorso gennaio l’Europarlamento ha concluso che l’Eddi non abbia l’agilità e la coerenza dottrinale necessarie per ottenere risultati scalabili. E c’è un altro aspetto fondamentale, che gli esperti mettono in luce: anche un’Eddi pienamente operativa prenderà di mira il drone solo una volta che questo entrerà nello spazio aereo europeo, non essendo previsto alcun mandato per intervenire sulla nave che lo ha lanciato.

Problemi anche per la Russia

La campagna ha messo in luce anche qualche debolezza russa. L’infrastruttura di intelligence del Cremlino in Europa si è ridotta, da quando nel 2022 molti ufficiali sono stati espulsi dalle capitali europee e Mosca è stata costretta a trovare una serie di soluzioni alternative.

Inoltre, continuano, “la campagna di droni ha messo in luce le lacune nelle capacità russe di osservazione e ricognizione della Terra, soprattutto se confrontata con il supporto spaziale combinato, militare e commerciale, a disposizione dell’Ucraina e degli stati Nato”.

Ma l’Europa ha davanti a sé molto lavoro: per l’Iiss deve intervenire contemporaneamente su rilevamento, autorità legale, sostenibilità economica delle intercettazioni, comando e controllo comune e responsabilità delle navi utilizzate come piattaforme. La vulnerabilità più difficile da eliminare rimane proprio quella marittima.