Dal ‘Grande Rinascimento della nazione cinese’ al ‘Make America Great Again’: l’incontro Trump-Xi Jinping

Il vertice tra i due leader lascia aperti commercio, intelligenza artificiale, Taiwan e Iran. Ma almeno le due potenze dialogano. E il nuovo rapporto di forza tra Usa e Cina emerge con sempre maggiore chiarezza
42 minuti fa
7 minuti di lettura
Xi Jinping e Donald Trump
Da sinistra, Xi Jinping e Donald Trump (Ipa)

Dal ‘Grande Rinascimento della nazione cinese‘ al ‘Make America Great Again‘. Due formule diverse per significare la stessa volontà di recuperare e rendere di nuovo attuale una passata epoca di splendore e forza. È stato lo stesso presidente cinese Xi Jinping, in visita a Washington, a usare le due espressioni, la prima sua e la seconda del suo omologo statunitense Donald Trump, per sintetizzare le rispettive ambizioni e per descrivere allo stesso tempo come queste non si escludano ma possano andare “mano nella mano”. Cooperazione dunque, più che contrapposizione, tra Usa e Cina, e già questo è un segnale positivo emerso dalla visita di tre giorni del capo di Stato cinese a Washington (24-26 settembre). Una visita che ha visto molta apparenza e poca ‘ciccia’, ma che già in sé per sé costituisce un risultato: quello che le due potenze, rivali e su posizioni opposte su praticamente ogni questione rilevante, comunque si parlano e mantengono dei rapporti.

Xi: “La trappola di Tucidide può essere superata”

Intelligenza artificiale (o super intelligenza, come la chiama ora Trump), commercio, Iran, Taiwan: di fatto anche stavolta, come per il precedente incontro di maggio a Pechino, i due leader non sono addivenuti ad accordi concreti. Ma quanto meno il dialogo procede, e questo non era scontato, anche alla luce della guerra commerciale tra i due Paesi scatenata da Trump l’anno scorso, che ha portato a dazi reciproci sull’ordine del 145%. Una delle cose più interessanti emerse dall’incontro di Washington è proprio questa: i rapporti di forza stanno cambiando rapidamente, con Xi in cerca di riconoscimento della Cina come potenza quasi alla pari ma anche con le carte in mano per far valere questa potenza.

D’altronde lo ha detto tra le righe: “La trappola di Tucidide può essere superata“. Il riferimento è al fenomeno, descritto dallo storico greco, per cui quando una potenza emergente minaccia di superare una potenza dominante, il rischio che scoppi una guerra tra di esse diventa altissimo, alimentato dalla spirale di sfiducia e diffidenza reciproca.

Ci sono delle condizioni per tale superamento, per Xi: “Dovremmo coesistere in pace. Cina e Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. I nostri due eserciti dovrebbero mantenere un dialogo regolare e migliorare i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi”. Insomma Xi pone la Cina – potenza emergente – ormai sostanzialmente allo stesso livello degli Stati Uniti – potenza dominante (e in declino).

Trump ‘personale’, Xi pratico

Trump, che ha accolto il presidente cinese sulla pista alla Joint Base Andrews – un gesto raro di omaggio a sottolineare proprio l’importanza della visita e del suo ospite -, nelle sue dichiarazioni è andato più sul rapporto personale. Ha affermato ad esempio di aver sviluppato con Xi una “vera grande amicizia“.

Il capo della Casa Bianca, non va dimenticato, è in forte calo nei sondaggi ed è pressato dal ‘cul de sac’ in cui si è infilato in Iran, dal conseguente sensibile rialzo dell’inflazione in patria, e dalle pericolose elezioni di midterm tra meno di un mese e mezzo. Xi invece guarda al Congresso del Partito comunista cinese dell’autunno 2027, dove si prevede che ottenga il suo quarto mandato da segretario generale. Anche queste differenti posizioni raccontano dell’asimmetria di potere tra i due, per quanto nemmeno Xi sia privo di problemi a casa sua – in primis la debole domanda interna, la disoccupazione giovanile e la bolla immobiliare.

Dalla diplomazia al ‘diplomatainment’

Il leader cinese comunque ha confermato il “rispetto reciproco” con il suo omologo, e che i due hanno “instaurato un rapporto personale” e sono “in contatto”. Ma soprattutto è rimasto sul pratico, sostenendo che i due Paesi dovrebbero essere “partner, non rivali” e che “insieme possiamo e dobbiamo trovare l’approccio giusto” per “convivere pacificamente nella nuova era”. In particolare, ha chiarito, occorre “rafforzare la comunicazione”, perché nonostante le “condizioni nazionali diverse”, attraverso “un dialogo franco, approfondito e continuo, i nostri due Paesi possono comprendersi meglio, cercare un terreno comune, accantonando le divergenze e costruire fiducia reciproca”.

Trump gli ha fatto sponda: “Sia io che il presidente Xi comprendiamo di rappresentare sistemi diversi, ma i legami tra i nostri popoli perdurano e non siamo mai andati così d’accordo”.

I due capi di Stato si sono anche riuniti a porte chiuse, e non è chiaro cosa si siano detti. Alcuni analisti hanno però sottolineato che l’incontro privato è durato solo 90 minuti in quasi tre giorni di visita. “Sfarzo e protocollo non portano al progresso. Quello a cui stiamo assistendo non è tanto diplomazia quanto ‘diplomatainment‘, che non contribuirà a risolvere i seri problemi nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina”, ha commentato Danny Russel, ex diplomatico Usa.

Trump donald xi jinping visita washington ipa
Da sinistra, Peng Liyuan e il marito Xi Jinping, Donald Trump e sua moglie Melania Trump (Ipa)

Tregua commerciale per altri due mesi

Per quanto riguarda le questioni sul tavolo, l’unico accordo reale è la proroga di due mesi della tregua commerciale che sarebbe scaduta il 10 novembre. Cosa che, secondo il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, “concederà più tempo alle parti per lavorare a un accordo commerciale potenzialmente più ampio sul fronte economico”. Tradotto: tutti i nodi rimangono al pettine.

La tregua sottolinea comunque la posizione sfavorevole di Trump nella rivalità con la Xi, perché il tycoon voleva imporre la propria volontà al mondo a suon di dazi ma ha trovato pane per i suoi denti: più recentemente col Canada, che ha risposto con altrettante tariffe, e già l’anno scorso con la Cina, che si è opposta all’uso ricattatorio della politica commerciale da parte della Casa Bianca e ha risposto tono su tono.

Pechino d’altronde dispone dell’asso nella manica: detiene praticamente il monopolio dell’estrazione e della lavorazione di terre rare e minerali critici, fondamentali per automotive, tecnologia, elettronica e difesa. In seguito alla guerra dei dazi, la Cina ne ha sospeso e poi limitato l’esportazione, creando parecchi problemi alle aziende americane – ed europee – e dimostrando di non essere così ricattabile come credeva Trump.

Ma il prolungamento della tregua palesa allo stesso tempo che Xi non ha tutte le carte in mano, dato che non ha ottenuto la proroga più lunga che avrebbe voluto.

Ai umana, super-intelligenza: il ‘telefono rosso’

Sull’intelligenza artificiale, tema chiave su cui erano puntati gli occhi di tutti, Xi ha parlato di rischi, benefici e prevenzione degli usi abusivi. “Abbiamo sia la capacità che la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto il controllo umano e al servizio del benessere delle persone”.

Trump invece ha ribadito di non voler mettere regole sullo sviluppo della super-intelligenza e di volerla anzi voler “lasciare esattamente dov’è”. Secondo il resoconto ufficiale cinese dei colloqui, ha comunque indicato la necessità di continuare il dialogo e la cooperazione sul tema.

Non sono invece emersi segni del nuovo meccanismo per la gestione dell’Ai, una sorta di ‘telefono rosso‘ tra Usa e Unione sovietica ai tempi della guerra fredda, proposto domenica scorsa dagli Stati Uniti in occasione dei colloqui a New York tra Bessent e il vice primo ministro cinese He Lifeng. Il meccanismo prevederebbe un sistema di notifica per obiettivi e minacce comuni che riguardi gli incidenti legati all’Ai, focalizzato sulla sicurezza nazionale.

Vale la pena notare che i due leader hanno visioni molto diverse sulla questione: Pechino è leggermente in ritardo sui modelli (secondo le stime, circa 6 mesi) e sulla capacità di calcolo. Anche per questo, la sua strategia diverge da quella americana e punta su modelli open weight, in modo da favorirne l’adozione (col risultato che attualmente i modelli più usati sono quasi tutti cinesi), e sulla diffusione della tecnologia nella società e nella vita quotidiana. Insomma, secondo Trump Stati Uniti e Cina sono nel pieno di una “corsa all’intelligenza artificiale” e “chiunque vinca nell’AI, vince”, ma ci si può chiedere se non stiano partecipando a due gare diverse.

In ogni caso, ier sera alla cena alla Casa Bianca erano presenti anche Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Sam Altman.

Iran: nessun aiuto da Xi

Per quanto riguarda l’Iran, Trump sperava di ottenere da Xi un aiuto per uscire dal pantano mediorientale, ma il leader cinese finora non ha mostrato la disponibilità a utilizzare le proprie leve (Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano, con il 90% delle esportazioni di Teheran prima dell’attacco israelo-americano) nei termini auspicati dagli Stati Uniti, pur sostenendo la necessità di un ritorno al cessate il fuoco e a successivi negoziati di pace.

Taiwan: dal non sostegno all’opposizione

Un tema particolarmente scottante è poi Taiwan, che il Dragone considera isola ribelle da riportare nel seno della ‘Grande Cina’. Centro nevralgico della produzione mondiale di semiconduttori, e pertanto fondamentale per l’Occidente, Washington si è sempre attenuta a una politica di ‘ambiguità strategica‘: riconosce Pechino come unico governo della Cina, mantiene rapporti non ufficiali con Taipei, ne sostiene la capacità di autodifesa e non chiarisce in anticipo se interverrebbe militarmente in caso di attacco cinese.

Un equilibrismo che sta diventando sempre più complesso, come dimostrano le richieste di Xi al capo della Casa Bianca di “aderire alla posizione corretta di opposizione all’indipendenza di Taiwan“, andando ben oltre il tradizionale ‘non sostegno’, e di non fornire armi a Taipei. Sotto quest’ultimo aspetto, Trump ha congelato un pacchetto di vendita di armi per 14 miliardi di dollari (“un’ottima carta da giocare nelle trattative”, aveva commentato). Ma gli Stati Uniti sono tenuti per legge a fornire all’isola i mezzi per difendersi, e il passaggio a ‘un’opposizione’ all’indipendenza provocherebbe problemi al Congresso.

Diplomazia del panda

Tante le questioni rimaste aperte, dunque, in vista di due possibili futuri incontri fra i due leader: all’Apec di Xi a novembre e al G20 in casa Trump (in un suo golf club, per essere precisi). Ma oltre alla proroga della tregua commerciale ci sono altri due accordi da menzionare: il primo che porterà 100mila giovani americani a studiare in Cina nei prossimi cinque anni. Il secondo che porterà due panda giganti, Ping Ping e Fuchuan, in uno zoo di Atlanta.

La Cina porta così avanti la sua già testata ‘diplomazia del panda‘, ovvero sfruttare questi animali come strumento di soft power e di rafforzamento delle relazioni bilaterali, dandoli in prestito a zoo di altri Paesi. L’obiettivo è migliorare l’immagine di Pechino, creare consenso e segnalare fasi di distensione o cooperazione. dato che il ritiro dei panda può assumere un valore politico simbolico di crisi nelle relazioni. Il panda inoltre è un animale tenero ma allo stesso tempo potente e aggressivo se provocato. Insomma, è perfetto per proiettare l’immagine di sé che Pechino desidera.

Cosa significa il vertice Trump-Xi per l’Europa

Infine, l’Unione europea: il problema del blocco è duplice. Una stabilizzazione dei rapporti tra Washington e Pechino può ridurre il rischio di una guerra commerciale globale, ma può anche lasciare Bruxelles esposta alle conseguenze delle politiche industriali delle due superpotenze. Un rapporto della Commissione pubblicato il 23 settembre rileva che i dazi statunitensi hanno finora provocato danni diretti limitati, mentre ben più grave è la dimensione assunta dalle esportazioni cinesi sui mercati europei.

La presidente dell’organo esecutivo del blocco, Ursula von der Leyen, lo ha sottolineato più volte negli ultimi mesi: il deficit commerciale dell’Ue con la Cina ha raggiunto circa un miliardo di euro al giorno. Inoltre, Bruxelles dipende da Pechino per oltre l’80% di numerose materie prime critiche e fino al 90% di alcune terre rare. Sono esattamente le stesse risorse che hanno garantito al Dragone una leva nei confronti di Washington. Per l’Europa, il vertice conferma dunque quanto la capacità di ridurre dipendenze strategiche, diversificare le catene di approvvigionamento e difendere la propria base industriale sia ormai parte centrale della competizione tra grandi potenze.