L’escalation militare nello Stretto di Hormuz riapre bruscamente l’allarme energetico europeo. Un raid aereo americano ha colpito l’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz, distruggendo due lanciarazzi iraniani impegnati nella posa di mine, in quella che il Comando centrale statunitense (Centcom) ha definito un’operazione “limitata e precisa” per eliminare una “minaccia imminente”. La reazione di Teheran è stata immediata e massiccia: una pioggia di missili balistici e droni d’attacco si è abbattuta sulle basi militari statunitensi in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti, ponendo fine a una tregua che appariva già fragile.
Teheran: “Risponderemo con la forza”
A guidare la reazione diplomatica e militare della Repubblica Islamica è stato direttamente il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Prima di partire per Bishkek, capitale del Kirghizistan, dove parteciperà al vertice dei leader dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (e dove si prevede possa incontrare Vladimir Putin), Pezeshkian ha avvertito che un’ulteriore escalation destabilizzerà l’intera regione. “Teheran non cerca la guerra, ma non resteremo mai inerti di fronte ad alcuna aggressione“, ha dichiarato, aggiungendo che i disordini nell’area rappresenteranno una sfida per tutti i Paesi.
Sul campo, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, i Pasdaran, ha annunciato di aver distrutto le infrastrutture di manutenzione e le aree di sosta dei caccia americani nelle basi aeree di King Hussein e Al-Azraq, in Giordania, diffondendo anche i filmati del lancio dei missili balistici. Sebbene l’esercito giordano abbia confermato l’intercettazione all’alba di 8 missili che hanno violato lo spazio aereo del Regno, le fonti iraniane parlano di “ingenti danni” e di ordini di ritorsione pienamente eseguiti.
Contemporaneamente, Teheran ha rivendicato un attacco con decine di droni contro la base di Al Minhad negli Emirati Arabi Uniti per colpire elicotteri e personale statunitense. Tuttavia, il Ministero della Difesa degli Emirati ha smentito categoricamente l’attacco, bollandolo come notizia falsa, pur confermando che la propria aeronautica ha neutralizzato un drone rilevato in avvicinamento dall’Iran sulle acque territoriali. Dal canto suo, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha avvertito che gli Stati Uniti devono “imparare una lezione importante” per evitare future aggressioni.
La risposta (e le giustificazioni) Usa
Il Centcom ha respinto con durezza la narrazione di Teheran, definendo “assolutamente falsa” l’accusa di aver compiuto un atto di aggressione. “L’Iran ha creato la minaccia e le forze armate statunitensi l’hanno eliminata per proteggere i marittimi civili, il traffico commerciale e la libera circolazione del commercio mondiale”, ha dichiarato il comando americano. Una versione smentita dall’emittente statale iraniana Irib, secondo cui il bombardamento statunitense su Larak avrebbe invece causato morti e feriti sia tra i soldati che tra i civili iraniani.
La “diplomazia” di Truth: il video Ai di Trump
Mentre la tensione sul campo sale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scelto una via provocatoria e non convenzionale per intervenire nel dibattito. Sulla sua piattaforma social Truth, Trump ha condiviso un video generato dall’intelligenza artificiale che mostra una simulazione del bombardamento dell’isola iraniana di Kharg, il terminal strategico che gestisce la maggior parte delle esportazioni petrolifere di Teheran, con una petroliera che esplode ripresa dall’alto. “Kharg Island ridotta in mille pezzi!”, ha commentato provocatoriamente il presidente, che in passato ha più volte minacciato di colpire l’infrastruttura energetica di Teheran.

E il prezzo del petrolio sale: l’impatto diretto sull’Europa
Nel mezzo dello scontro militare e propagandistico tra Washington e Teheran, l’Europa si ritrova ancora una volta a pagarne letteralmente le spese economiche. I listini del greggio globale sono immediatamente schizzati verso l’alto di oltre il 3%.
Il Brent, il petrolio estratto dalle piattaforme del Mare del Nord e standard di riferimento assoluto per i prezzi in Europa, Africa e Medio Oriente, ha raggiunto la soglia dei 90,91 dollari al barile (+3,19%). È proprio l’andamento del Brent a determinare direttamente i rincari dei prezzi del carburante che i cittadini europei pagano alle pompe di Roma, Parigi o Berlino. Parallelamente, il WTI (West Texas Intermediate), riferimento del mercato statunitense, è salito a 85,95 dollari al barile (+3,06%).
La storia recente evidenzia come l’Europa sia particolarmente vulnerabile a queste dinamiche energetiche: nel 2011, i timori legati alla Primavera Araba fecero impennare il Brent fino a 126 dollari al barile, mentre il WTI rimase a 112 dollari. Al contrario, eventi prettamente americani, come il crollo della domanda durante la pandemia del 2020, colpiscono maggiormente il WTI, che scese storicamente a un valore negativo di -38 dollari al barile lasciando il mercato europeo meno esposto.
Oggi, per i cittadini europei, un petrolio che supera stabilmente la soglia dei 90 dollari si traduce rapidamente in un aumento dei costi di trasporto, bollette energetiche più care e una spinta generalizzata all’inflazione.
La ricerca di una soluzione politica
Le crescenti tensioni geopolitiche mettono a dura prova anche i complessi equilibri commerciali regionali. Gli Emirati Arabi Uniti, protagonisti nel 2020 degli Accordi di Abramo e usciti dall’Opec lo scorso maggio, hanno recentemente impresso una svolta drastica interrompendo, lo scorso 19 agosto, ogni transazione economica e finanziaria con l’Iran in linea con il pressing statunitense. Tuttavia, da Abu Dhabi si leva forte la richiesta di “soluzioni politiche realistiche e sostenibili”. Anwar Gargash, consigliere presidenziale emiratino, ha sottolineato via social che per ristabilire la normale navigazione nel canale è indispensabile andare oltre il memorandum d’intesa firmato tra Stati Uniti e Iran a Islamabad a metà giugno, definendolo un accordo fallito che non è stato in grado di tracciare una tabella di marcia pratica.

