La Nato diventa più europea? Il piano del Pentagono

Gli Stati Uniti vogliono alleati più autonomi e valutano il futuro degli 80mila militari americani presenti nel continente
3 ore fa
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Elbridge Colby e Mark Rutte
Il sottosegretario alla guerra degli Stati Uniti per la politica Elbridge Colby (a sinistra) e il segretario generale della NATO Mark Rutte in conferenza stampa presso la sede della NATO (Afp)

Gli Stati Uniti vogliono che gli europei assumano un ruolo molto più ampio nella difesa del continente. E stanno contemporaneamente valutando come ridisegnare la propria presenza militare in Europa, oggi composta da circa 80 mila uomini.

È quanto è emerso da un incontro a Bruxelles tra Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa americano per la politica, e gli ambasciatori dei Paesi Nato. Secondo un’esclusiva Reuters, Colby ha spiegato agli alleati che Washington punta a una difesa del continente sempre più “European-led”, cioè guidata dagli europei, pur all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Il passaggio arriva mentre il Pentagono sta conducendo una revisione di sei mesi dello schieramento delle forze americane in Europa. Un documento ottenuto da Reuters indica che il lavoro dovrebbe produrre almeno quattro opzioni da sottoporre al segretario alla Difesa Pete Hegseth entro il 6 novembre, in anticipo rispetto alla scadenza finale di dicembre.

Dal conto da dividere alla difesa da gestire

Per anni il dibattito transatlantico si è concentrato sul “burden sharing”, la condivisione del peso della difesa. Gli Stati Uniti chiedevano agli europei di spendere di più, mentre continuavano a garantire la maggior parte delle capacità militari più avanzate dell’Alleanza.

La fase che si apre ora è diversa. Washington sembra puntare sempre più verso un “burden shifting”: non soltanto dividere il conto, ma trasferire agli europei una quota maggiore della responsabilità operativa per la difesa convenzionale del continente.

La direzione era già stata indicata dalla National Defense Strategy americana del 2026 e nelle ultime settimane era diventata più visibile. Il Pentagono ha sottoposto agli alleati un questionario che misura non soltanto la spesa militare e le capacità disponibili, ma anche l’accesso alle basi, le restrizioni alle operazioni americane e il grado di allineamento alle priorità strategiche di Washington.

La revisione americana aveva già alimentato interrogativi sulla tenuta della presenza Usa in Europa, mentre nei mesi scorsi erano emerse ipotesi di riduzione di assetti statunitensi come caccia, navi e capacità di ricognizione.

Il messaggio portato da Colby agli ambasciatori Nato rende però più chiara la filosofia di fondo. Gli Stati Uniti non chiedono semplicemente agli europei di finanziare una quota maggiore dell’Alleanza: vogliono un continente capace di assumere la guida della propria difesa convenzionale, lasciando a Washington un ruolo più selettivo e concentrando maggiori risorse su altre priorità strategiche.

La Cina resta al centro della pianificazione americana, insieme alla difesa del territorio nazionale e agli impegni in Medio Oriente e nell’Indo-Pacifico. Una distribuzione diversa delle forze in Europa consentirebbe agli Stati Uniti di liberare uomini, mezzi e capacità da destinare ad altri teatri.

Quanto dipende ancora l’Europa dagli Stati Uniti

Il problema è che spendere di più non equivale automaticamente a poter sostituire le capacità americane. Nel 2025 tutti gli alleati Nato hanno raggiunto almeno il 2% del Pil destinato alla difesa. Europa e Canada hanno speso complessivamente circa 574 miliardi di dollari, con un aumento reale del 20% rispetto all’anno precedente. Il nuovo obiettivo concordato nell’Alleanza porta il riferimento al 5% del Pil entro il 2035, considerando sia la difesa in senso stretto sia investimenti collegati in infrastrutture, resilienza e sicurezza.

La dipendenza dagli Stati Uniti, tuttavia, rimane elevata proprio nelle capacità più difficili e costose da ricostruire. Trasporto aereo strategico, rifornimento in volo, difesa missilistica, intelligence, sorveglianza satellitare, comando e controllo sono alcuni dei settori nei quali gli alleati europei dipendono ancora in maniera significativa da Washington. È il motivo per cui il dibattito su una Nato più europea non coincide con l’idea di una Nato immediatamente capace di funzionare senza gli Stati Uniti.

Anche l’industria della difesa mostra la stessa asimmetria. Dal 2015 le importazioni di armamenti da parte dei membri europei della Nato sono più che raddoppiate e la quota proveniente dagli Stati Uniti è salita dal 52% al 64%, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Washington resta dominante in segmenti come difesa missilistica, motori aeronautici, droni e radar.

L’aumento della spesa europea rischia quindi di produrre un paradosso: più soldi destinati alla difesa possono tradursi, almeno nel breve periodo, in una maggiore dipendenza dalle aziende americane. È uno dei motivi per cui Bruxelles insiste sull’aumento della produzione europea, sugli acquisti comuni e sul rafforzamento della base industriale del continente.

Il programma Safe mette a disposizione 150 miliardi di euro di prestiti per investimenti comuni nella difesa. L’Italia ha appena chiesto di utilizzare 8,9 miliardi del programma, una cifra che si inserisce nella corsa europea a colmare i divari di capacità.

Cosa potrebbe cambiare con meno soldati americani

La revisione del Pentagono non ha ancora prodotto una decisione. Le opzioni saranno presentate a Hegseth entro novembre e potranno prevedere scenari molto diversi: dalla conferma sostanziale dell’attuale presenza a riduzioni o redistribuzioni mirate.

Anche un taglio limitato avrebbe però un valore politico. I circa 80mila militari americani presenti in Europa non rappresentano soltanto una forza numerica, ma sono parte di un sistema di basi, comandi, aviazione, logistica, intelligence e deterrenza che sostiene l’intera architettura della Nato.

Una riduzione potrebbe inoltre non interessare tutti gli alleati nello stesso modo. Reuters ha riferito che la revisione americana prende in considerazione il contributo dei singoli Paesi alla difesa, l’accesso concesso alle forze statunitensi e il sostegno alle priorità di politica estera americana.

Alcuni Paesi dell’Est cercano infatti di rafforzare, non ridurre, la presenza statunitense. La Polonia ha ribadito il proprio interesse per un maggiore schieramento americano sul suo territorio, mentre Washington valuta parallelamente come distribuire le forze tra i diversi alleati.

L’obiettivo americano non sembra quindi essere un disimpegno uniforme dall’Europa, ma una presenza più selettiva e accompagnata da un aumento delle responsabilità europee.

Per Bruxelles la questione diventa inevitabilmente politica oltre che militare. Negli ultimi anni l’Unione ha accelerato sulla spesa per la difesa, sull’industria e sugli acquisti comuni, ma resta un sistema composto da forze armate nazionali, priorità strategiche diverse e processi decisionali frammentati.

Il punto sollevato dal Pentagono riguarda proprio questa distanza tra risorse e capacità. Gli europei possono spendere di più, ma per guidare realmente la difesa del continente devono essere in grado di pianificare insieme, acquistare sistemi compatibili, garantire capacità strategiche comuni e prendere decisioni in tempi compatibili con una crisi militare.

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