L’Islanda dice ‘no’ all’Unione europea: cosa c’entrano pesca, Trump e gli ‘oligarchi del mare’

Il 52,8% degli islandesi boccia la ripresa dei negoziati con Bruxelles. Dietro il voto pesano interessi economici, aree rurali e il controllo delle risorse
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La premier islandese Kristrún Frostadóttir
La premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir (Afp)

Il voto è stato sul fil di lana, ma alla fine hanno prevalso i ‘no’: 52,8% contro il 47,2% di ‘sì‘. L’Islanda, dunque, non riprenderà i negoziati di adesione all’Unione europea. Sabato 29 agosto l’isola artica, abitata da circa 400mila persone, si è espressa sull’ipotesi di riprendere i colloqui per entrare nell’Ue, avviati nel 2009 in seguito alla pesante crisi finanziaria che colpì il Paese e sospesi nel 2013 da un governo conservatore per poi essere di fatto accantonati. Molto alta l’affluenza (82,5%).

Con il voto di ieri, il percorso rimarrà accantonato per molto altro tempo. La premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir, favorevole al ‘sì’, ha affermato: “Voglio essere assolutamente chiara: questo governo non andrà avanti con i negoziati di adesione in questa legislatura”. Il che significa che non se ne riparla fino alle prossime elezioni del 2028, quando è tutto da vedere chi vincerà.

Chi ha votato ‘sì’ e chi ha votato ‘no’

L’analisi del voto rispecchia una divisione già vista altrove: città vs aree rurali. il ‘sì’ infatti ha vinto solo nelle due circoscrizioni di Reykjavík, ottenendo il 57,5% nel collegio settentrionale (contro il 42,5% del ‘no’) e il 54,5% in quello meridionale (contro il 45,5% del ‘no’). Ma nelle circoscrizioni rurali, il ‘no’ ha ottenuto a tappeto percentuali sopra il 60%.

In queste ore diversi commentatori hanno sottolineato che la campagna per il ‘no’ era ben finanziata, molto meglio di quella per il ‘sì’, che tuttavia è sembrata meno incisiva. Tra le critiche ai sostenitori del ‘no’, c’è poi quella di aver seminato il panico, di aver usato tattiche simili agli attivisti pro-Brexit nel referendum britannico del 2016 e di aver diffuso disinformazione.

La ministra degli Esteri islandese, Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, già prima delle urne aveva dichiarato di temere un “momento Brexit” per l’Islanda, citando le potenziali minacce della disinformazione, delle interferenze straniere e dell’intelligenza artificiale.

Pesca batte Trump

Quello che è certo è che il timore di perdere il controllo sul (redditizio) settore della pesca ha battuto la paura per possibili minacce alla sicurezza da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Quest’ultimo ha ripetutamente affermato di voler prendere la Groenlandia – vicina di casa di Reykjavík -, anche con la forza, confondendola più volte con l’Islanda e destando preoccupazione anche per le future sorti dell’isola più piccola.

Preoccupazione alimentata dal fatto che l’Artico, complice lo scioglimento dei ghiacci, è sempre più esposto alle mire di Usa, Russia e Cina. L’Islanda, inoltre, non dispone di proprie forze militari permanenti e dipende per la propria sicurezza dalla Nato e dagli Usa. E se la prima non attraversa il momento più solido della propria storia, gli Stati Uniti si sono trasformati in una variabile inaffidabile tanto da poter divenire essi stessi un pericolo. I sostenitori del ‘sì’ sottolineavano dunque la ‘protezione’ offerta dall’appartenenza al blocco europeo e la clausola di assistenza reciproca dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue.

Ma i pro-‘no’ hanno avuto buon gioco a puntare sulla paura dei pescatori e degli agricoltori di perdere le proprie fonti di sostentamento – pesca, agricoltura e risorse naturali – e l’identità nazionale, strettamente legata a queste due attività e accompagnata da un forte senso di ‘eccezionalismo’.

Gli ‘oligarchi del mare’

La campagna per il ‘nei’ infatti ha presentato l’Unione europea come una nuova superpotenza” che avrebbe trasformato l’Islanda in un “villaggio di pescatori senza quote” e messo i diritti di pesca e i profitti nelle mani di soggetti esterni.

D’altronde, riporta Reuters, il settore è molto redditizio per l’Islanda, rappresentando il 15% del prodotto interno lordo tra contributi diretti e indiretti e circa il 40% delle entrate da esportazione. C’è poi un discorso di privilegi acquisti dagli ‘oligarchi del mare’, una ristretta élite arricchita grazie all’assegnazione, da parte del Parlamento, di preziosi diritti di pesca esclusivi nelle acque islandesi. Tali diritti sono stati concessi gratuitamente a partire dalla metà degli anni ’80 e dietro il pagamento di tasse puramente nominali dal 2002.

Costoro, di conseguenza, non solo non hanno alcun interesse ad aderire all’Ue, ma hanno tutti i motivi per essere contro e mantenere lo status quo. La loro contrarietà ha in effetti pesato fortemente sull’esito del referendum, anche in modo molto concreto, soprattutto sul lato dei finanziamenti alla campagna per il ‘no’.

Anche il costo della vita è entrato nel dibattito pre-voto: l’isola ha un’inflazione e tassi di interesse molto elevati, e i pro-‘sì’ hanno presentato l’euro come la via per uscirne. Ma gli alti stipendi degli islandesi, almeno per ora, hanno ammortizzato questo aspetto e lo hanno reso un argomento con poca presa.

Vincono identità e interessi economici

Insomma, il voto in Islanda sembra mostrare una dinamica che sta attraversando tutta l’Europa in vari gradi: interessi soprattutto economici di breve periodo e molto settoriali prevalgono su ragionamenti di più ampia portata e di più lungo periodo, cavalcati da populismi che puntano su indipendenza e identità.

Eppure, nel mondo attuale tornare alla logica delle ‘città-stato’ è una scommessa pericolosa. Non è più il momento del ‘chi fa da sé fa per tre’, ma dell”unione che fa la forza’. Oggi, come sottolineato tra gli altri dal premier canadese Mark Carney, le medie potenze hanno speranze di sopravvivere a enormi potenze come Usa, Cina, e Russia solo se si uniscono e collaborano.

Referendum Islanda, manifestazione dei sostenitori del 'no'
Una manifestazione dei sostenitori del ‘no’ (Afp)

Un referendum sull’Unione europea

Per quanto riguarda Bruxelles, l’esito del referendum è un brutto colpo. Il voto era diventato sostanzialmente un termometro dell’’appetibilità’ dell’Unione in generale, e in particolare verso i Paesi ricchi, nonché un modo per frenare o attenuare la narrativa euroscettica – in crescita – dei populisti, presentandosi come un baluardo e un’oasi di stabilità politica, prevedibilità economica e sicurezza giuridica in un mondo sconvolto da Trump e ancora prima dal leader russo Vladimir Putin.

Non solo, ma il ‘no’ dell’Islanda, nemmeno all’adesione ma a monte al semplice riaprire le discussioni, rischia di trascinare con sé anche un’eventuale riapertura del percorso negoziale per un altro Paese ricco, la Norvegia. La quale peraltro in questi giorni ha fatto sapere che continuerà a trivellare a prescindere dalla posizione dell’Ue al riguardo.

All’esito del voto, la Commissione è stata laconica: un suo portavoce ha commentato che l’organo esecutivo europeo “prende atto dell’esito del referendum e rispetta la scelta del popolo islandese” e che “l’Islanda resta un partner stretto dell’Unione europea”.

Rafforzare i legami già esistenti

Il presidente del Consiglio europeo António Costa ieri ha ribadito questa posizione a Frostadóttir, aggiungendo che vuole continuare a rafforzare la relazione tra l’Ue e l’Islanda. La premier dal canto suo ha affermato che si concentrerà sul rafforzamento dei legami con Bruxelles già in essere con l’accordo sullo Spazio economico europeo (di cui fanno parte Norvegia e Liechtenstein oltre ai 27 membri del blocco Ue).

Felici, invece, i populisti europei, dal vicepremier italiano Matteo Salvini (Lega), che ha scritto su X: “Se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?” a Marine Le Pen, leader del partito di estrema destra francese Rassemblement National, che sempre su X ha commentato: “In un momento in cui alcuni spingono per un maggior federalismo e per il trasferimento della sovranità alla Commissione europea, questo voto ci ricorda che un’altra Europa è possibile, un’Europa di nazioni libere, sovrane, che cooperano su base volontaria su questioni di interesse comune”.

Mentre Nigel Farage, leader di Reform UK e fautore della Brexit britannica, di cui peraltro i cittadini si sono ampiamente pentiti, ha espresso le proprie “congratulazioni all’Islanda per aver votato a favore del mantenimento della propria indipendenza”.

L’Islanda ha già un piede ‘dentro’

Va detto a questo punto che l’isola artica è già in parte ‘dentro’ l’Unione, nel senso che è membro dell’Efta (l’Associazione europea di libero scambio con l’Ue) e del See appunto. Inoltre fa parte dell’area Schengen e ha in piedi accordi di cooperazione in settori come la giustizia e la sicurezza. In pratica, già recepisce moltissime norme europee, senza però contribuire a formarle. Proprio questo argomento è stato usato dai pro-‘sì’ per giustificare un passo in più verso l’adesione, che comunque avrebbe dovuto essere confermata da un secondo referendum.

Ma anche questo aspetto è una sorta di boomerang: proprio perché l’Islanda gode già di una serie di vantaggi commerciali e della libera circolazione, molti cittadini non sentono di avere veri motivi – vantaggi -, tantomeno economici, per stringere fino in fondo i rapporti con l’Ue.