“L’Ucraina ha bisogno di maggiore sostegno finanziario sia a breve che a lungo termine”, perché “ogni giorno che passa, il costo della guerra aumenta, mentre gli attacchi incessanti della Russia continuano senza sosta”. Dunque, è “giunto il momento di tornare ad affrontare la questione di come possiamo utilizzare ulteriormente i beni immobilizzati della Russia a beneficio dell’Ucraina”. La richiesta viene da Svezia, Polonia, Paesi Bassi e Spagna, che ieri hanno inviato una lettera sul tema all’Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Kaja Kallas, e a Helen McEntee, ministra degli affari esteri dell’Irlanda, Paese che detiene la presidenza di turno dell’Unione europea.
“L’Ue, in dialogo con i suoi partner, dovrebbe continuare a fornire all’Ucraina un sostegno finanziario completo, prevedibile e strutturato, in linea con le sue esigenze“, che di fatto sono in aumento dato che, affermano le quattro capitali, “non vi è alcun segnale che la Russia sia disposta a porre fine all’aggressione”, le cui conseguenze “stanno colpendo sempre più gli Stati membri dell’Ue”.
La proposta della Commissione
In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, l’Unione europea ha congelato circa 210 miliardi di euro di attività della Banca centrale russa detenuti nel suo territorio. L’anno scorso la Commissione ha proposto di utilizzarli per garantire un prestito a tasso zero a Kiev, rimborsabile solo dopo che la Russia avrà pagato le riparazioni di guerra. La trovata si proponeva di usare quelle risorse ma senza confiscarle, cosa che sarebbe illegale secondo il diritto internazionale.
L’idea si è scontrata con la prudenza di qualche capitale (tra cui l’Italia) e la ferma contrarietà del Belgio, che detiene la grande maggior parte degli asset in questione (circa 185 miliardi) nella società di servizi finanziari Euroclear che ha sede a Bruxelles. Il timore è quello di subire ritorsioni da parte del Cremlino. Lo scorso febbraio la Banca centrale russa si è anche già mossa in tal senso presso il Tribunale dell’Ue a Lussemburgo.
Il ‘no’ del Belgio
Lo scorso inverno, il primo ministro belga Bart de Wever è stato irremovibile e ha posto come condizione per lo sblocco dei fondi che tutti i Paesi membri condividessero economicamente il rischio di dover risarcire Mosca.
I leader però hanno ritenuto eccessive le richieste di garanzie illimitate e durante il Consiglio di dicembre hanno ‘ripiegato’ su un prestito da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, garantito da debito comune e da rimborsare solo quando la Federazione pagherà a Kiev i danni di guerra (presumibilmente, mai).
Cosa è cambiato da dicembre
Apparentemente non è cambiato molto dallo scorso dicembre, ma a ben guardare qualcosa sì. Lo hanno sottolineato proprio i quattro Paesi nella lettera: “Il prestito di sostegno all’Ucraina sta facendo una differenza sostanziale, ma siamo tutti consapevoli che non sarà sufficiente”, dato che la Federazione non mostra di voler ammorbidire le proprie posizioni.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sabato scorso, ha posto l’accento sulla necessità per il suo Paese di ricevere “più soldi, molti di più” per contrastare la Russia, per poi rivelare un deficit di 23 miliardi di euro nel bilancio della difesa per il quale ha chiesto aiuto.
La guerra insomma rischia di diventare più onerosa. Sta poi entrando in una fase infuocata il negoziato sul prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione, quello relativo al 2028-2034, che dovrà necessariamente includere fondi per l’Ucraina e sul quale le capitali hanno posizioni molto divergenti.
Ebbene, Svezia, Polonia, Spagna e Paesi Bassi lo dicono chiaramente nella lettera: “Utilizzando i beni immobilizzati, l’Ue può garantire che la Russia paghi senza indugio per i danni causati in Ucraina, riducendo al contempo l’onere per i nostri contribuenti“. In altre parole, più risorse verranno da altre parti, minore sarà il contributo a carico dei contribuenti europei.
Ulteriore elemento sul tavolo: nel 2027 diversi importanti Stati membri – tra cui Francia, Polonia, Italia e Spagna – andranno al voto, col rischio di exploit dell’estrema destra che possono mettere a rischio il sostegno a Kiev. Garantire i finanziamenti prima delle elezioni è dunque fondamentale, se si vuole continuare a supportare l’Ucraina.
Il Belgio non ha cambiato idea
Lo scoglio principale rimane il Belgio, che da quel Consiglio di dicembre 2025, quando la proposta della Commissione di fatto naufragò, non sembra aver cambiato idea. Pochi giorni fa è stato lo stesso ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, a sottolineare che “i rischi che avevamo individuato all’epoca non sono magicamente scomparsi“. Il politico ha però aperto a valutare nuove proposte, non avendo “obiezioni di principio all’utilizzo di questi fondi per sostenere la causa ucraina”.
Ma i paletti rimangono: come ha spiegato Prévot, il governo belga vuole che l’operazione sia coordinata tra i Paesi del blocco “o anche al di fuori di essi”, con “clausole di solidarietà negoziate in precedenza”, in modo da avere garanzie di non dover risarcire da solo la Russia in caso di vittoria di quest’ultima in tribunale.
Il Paese infatti, ha sottolineato il ministro, “non ha da solo la capacità di farsi carico del rimborso di oltre 200 miliardi di euro”. Tuttavia, ha rimarcato, “la solidarietà non si è mai concretizzata, probabilmente perché molte altre capitali erano consapevoli dei rischi e non volevano condividerli”.
Anche la società Euroclear, già contestata legalmente dalla Banca centrale russa, rimane contraria all’uso degli asset congelati.
Cercare soluzioni nuove
Tutto questo non sfugge ai firmatari della lettera: “Siamo ben consapevoli della complessità della questione e della necessità di cercare soluzioni che tengano conto degli interessi legittimi”, affermano.
I quattro chiedono dunque alla Commissione di “esplorare, in stretta consultazione con gli Stati membri, nuove opzioni su come utilizzare i beni immobilizzati a beneficio dell’Ucraina, garantendo che il rischio ricada su tutti gli Stati membri dell’Ue e che nessuno Stato membro sopporti un onere sproporzionato”.
Inoltre, continuano, alla base dell’analisi e della discussione tecnica devono esserci “la gestione dei rischi finanziari ed economici, nonché il rispetto del diritto internazionale”.
Ieri in conferenza stampa l’esecutivo europeo, tramite un portavoce, ha fatto sapere di essere “pronto a fornire qualsiasi assistenza che possa essere necessaria in questo contesto” e che studierà la lettera “attentamente”.
Intanto, i quattro Paesi chiedono che si torni ad affrontare la questione degli asset russi congelati, e individuano esplicitamente nel prossimo incontro informale dei ministri degli Esteri (detto Gymnich), in programma a Wicklow – Irlanda – l’1 e 2 settembre, l’occasione per iniziare a farlo.

