“Basta gare al prezzo più basso”: 11.500 imprese (anche italiane) chiedono all’Ue appalti pubblici più verdi

Una coalizione di aziende e associazioni chiede alla Commissione europea di cambiare le regole degli acquisti pubblici, dando più peso alle basse emissioni di carbonio
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Uomo al lavoro in un cantiere
Uomo al lavoro in un cantiere (Canva)

Abbandonare il criterio del prezzo per abbracciare quello della sostenibilità nelle decisioni di acquisto degli appalti pubblici. La richiesta non arriva da un gruppo di attivisti oltranzisti ma da 26 imprese italiane ed europee, associazioni di categoria e organizzazioni della società civile, in rappresentanza di oltre 11.500 aziende, che in una lettera inviata alla Commissione europea chiedono di dare priorità alle basse emissioni di carbonio come parametro per assegnare le gare, in occasione della prossima revisione sulla direttiva europea sul public procurement.

Gli appalti pubblici continuano infatti a basarsi principalmente su criteri di prezzo, cosa che limita la loro capacità di “agire come un motore efficace della trasformazione industriale“, spiega il think tank italiano per il clima ‘Ecco’, tra i firmatari della lettera.

Eppure, rappresentando circa il 16% del Pil europeo, equivalente a 2,5 trilioni di euro all’anno, gli appalti pubblici possono fungere da “leva concreta per modellare la domanda”, inviando “segnali chiari al mercato, supportando l’adozione di tecnologie e processi produttivi più sostenibili”, sottolinea la lettera.

Questo, purché si dia priorità ai criteri della sostenibilità, attualmente applicati da parte degli Stati in modo disomogeneo e volontario, provocando una frammentazione e una incertezza che impattano sia sugli acquirenti pubblici che sulle aziende sia sulla capacità di indirizzare la domanda in senso green.

Eliminare il criterio del prezzo più basso

Secondo i firmatari, la Commissione deve dunque puntare a tre “risultati chiave” nella revisione in corso.

Il primo e principale prevede l’eliminazione graduale del criterio di assegnazione del prezzo più basso, introducendo al contempo in modo progressivo “criteri obbligatori di appalto a basse emissioni di carbonio a livello Ue“, strutturandoli, chiarisce la lettera, “attorno a una chiara distinzione tra criteri minimi obbligatori fondamentali, che fungono da soglie di idoneità, e criteri aggiuntivi di ricompensa per incentivare la sovra-conformità e l’innovazione continua”.

Inoltre, il quadro degli approvvigionamenti dovrebbe fornire “un insieme orizzontale e coerente di regole applicabili tra settori e Stati membri, contribuendo a creare un mercato europeo integrato per prodotti e materiali a basse emissioni di carbonio” e “andando oltre la dipendenza dagli approcci volontari”.

Allineamento agli schemi già esistenti

Il secondo obiettivo è avere un quadro metodologico coerente allineato con gli schemi di monitoraggio e rendicontazione già esistenti, piuttosto che creare nuovi sistemi paralleli. La lettera cita come esempio l’Eu Ets (Sistema di Scambio delle Emissioni), il Cbam (Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere), la Tassonomia e la Csrd (Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese).

E definisce questo allineamento “essenziale per garantire coerenza nella contabilità delle emissioni tra le politiche, per evitare rendicontazioni duplicate e ridurre il carico amministrativo per le aziende”, soprattutto le piccole e medie, “che spesso non hanno la capacità di rispondere a richieste di dati frammentate o sovrapposte”.

“Gli appalti pubblici non premino il dumping sociale”

Infine, terzo risultato che la Commissione dovrebbe perseguire, è che il quadro rivisto integri “sistematicamente robusti requisiti di due diligence sociale (il processo di analisi con cui un’azienda valuta, previene e mitiga i rischi legati ai diritti umani e alle condizioni di lavoro lungo la propria catena di fornitura). E questo in particolare per i settori ad alto rischio (come tessile, edilizia, elettronica, agricoltura, ecc.)”, contrastando il dumping sociale. In poche parole, spiegano, “gli appalti pubblici non dovrebbero premiare una corsa al basso sugli standard del lavoro”.

Per fare ciò, proseguono i promotori dell’iniziativa, gli Stati membri dovrebbero sostenere attivamente le autorità appaltanti istituendo quadri nazionali di conformità, fornendo indicazioni sui rischi della catena di approvvigionamento e creando piattaforme dedicate alla condivisione di informazioni e best practice sulle performance sociali dei fornitori.

Questo supporto istituzionale coordinato, spiegano, è essenziale per “trasformare l’acquisto pubblico in una vera leva per eliminare il dumping sociale in tutto il Mercato Unico“.