La Russia che accusa la Moldova di prepararsi ad attaccarla; il ministro degli Esteri del Cremlino Sergej Lavrov che afferma che “le mosse della Nato nell’Artico rappresentano una minaccia diretta” per la Federazione; l’ex consigliere di Putin Sergej Markov che sentenzia: “Di questo passo la guerra tra noi e voi sarà inevitabile”. Affermazioni diverse, accomunate dallo stesso schema: la Russia non si presenta come la parte che sceglie l’escalation, ma come quella che potrebbe essere costretta a reagire.
Sembra un déjà-vu che rimanda al pre-invasione dell’Ucraina, quando il Cremlino giustificava la sua ‘Operazione militare speciale’ come una scelta obbligata motivata da “motivi di natura esistenziale”. La narrazione portata avanti in queste settimane da Mosca è sostanzialmente sovrapponibile nei toni e nelle parole con il discorso alla nazione con cui il presidente russo Vladimir Putin annunciò l’avvio della guerra il 24 febbraio 2022.
Putin: “Minacce esistenziali alla Russia”
Allora Putin parlò di “minacce fondamentali” contro la Federazione, costruite “anno dopo anno, passo dopo passo, da politici irresponsabili in Occidente”: l’espansione della Nato verso est, “con lo spostamento delle sue infrastrutture militari sempre più vicino ai confini russi”, i “cinici inganni e menzogne, i tentativi di pressione e ricatto”, e una “macchina da guerra” già in movimento.
Arrivò a definire la situazione “una questione di vita o di morte” per la Russia e a sostenere che le linee rosse di Mosca fossero già state oltrepassate. La conclusione era netta: “L’evolversi degli eventi (…) dimostrano che lo scontro tra la Russia e queste forze è inevitabile. È solo questione di tempo”. E ancora: “Non ci è stata lasciata altra scelta“.
Un meccanismo che porta a legittimare la ‘guerra preventiva‘, un concetto scivoloso che sembra però guadagnare sempre più presa: la Russia è minacciata, l’Occidente avanza, le linee rosse vengono erose progressivamente e, a un certo momento, la risposta russa diventa una necessità obbligata.
Moldova all’attacco?
La Moldova entra oggi dentro questa visione. L’ambasciatore russo a Chişinău, Oleg Ozerov, ha denunciato all’agenzia Tass la “politica di militarizzazione accelerata guidata dagli interessi dei supervisori occidentali“, richiamando esplicitamente il precedente ucraino, sostenendo che si tratti dello “stesso schema” per cui “l’Occidente sta già usando il territorio della Moldova per aiutare i militari ucraini, con la produzione di componenti per droni, sistemi anti drone, e di guerra elettronica, oltre che con l’addestramento di operatori di droni”.
Lavrov: “Minaccia diretta nell’Artico”
Un linguaggio analogo viene applicato all’Artico, un’area che Mosca considera una propria sfera di influenza. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, in un articolo pubblicato ieri dal suo ministero, se l’è presa con l’operazione ‘Arctic Sentry‘ lanciata dalla Nato lo scorso febbraio per rafforzare la sua presenza in un’area sempre più strategica, preda degli appetiti degli Stati Uniti e della Cina, e con l’Ue che non vuole rimanere esclusa.
“Tale attività militare nell’estremo nord rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza della Russia“, ha detto Lavrov sottolineando che “sono in aumento i rischi di incidenti che potrebbero innescare uno scontro armato, con conseguenze potenzialmente catastrofiche”,
Peskov: “Nessun motivo per sperare in miglioramento rapporti”
Poi c’è l’Europa nel suo complesso. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, citato da Interfax, ha affermato di non vedere “al momento alcun motivo per sperare in un miglioramento delle nostre relazioni con l’Europa”, accusando gli attuali leader europei di avere “un’impostazione conflittuale, non soltanto a parole ma anche nei fatti“, di stare “mobilitando le capacità militari dell’Europa” e di “indirizzarle contro il nostro Paese”. Anche nella sua ricostruzione, l’Europa non si starebbe semplicemente preparando a difendersi: starebbe già partecipando direttamente alle operazioni contro Mosca.
“Dobbiamo certamente rimanere aperti alla costruzione di relazioni e, in effetti, manteniamo questa nostra disponibilità, ma dobbiamo comprendere perfettamente con chi abbiamo a che fare”, ha concluso.
Markov: “L’Europa sta già attaccando la Russia”
Ancora più esplicito Sergey Markov, ex primo consigliere Esteri di Putin dal 2011 al 2019, in un’intervista al Corriere della Sera. Per Markov, la strategia degli europei si basa non su una sola grande violazione di una linea rossa, ma su tante piccole provocazioni, nella convinzione che la Russia continuerà a non rispondere. Ma “se l’Europa continua a seguire l’odierna strada di escalation, temo che una qualche forma di guerra sia ineluttabile”.
Per Markov, Putin sarà obbligato a rispondere, “perché di fatto l’Europa sta già attaccando la Russia”, pendendo di mira navi cargo russe, sequestrando petrolio. Insomma, “se va avanti di questo passo, una guerra tra noi e voi è assolutamente inevitabile“.
Da parte dell’ex consigliere c’è una minaccia precisa, definita “scenario più realistico”: il blocco degli stretti nel mar Baltico”, mossa che tirerebbe in ballo direttamente Finlandia, Svezia, Polonia, Germania e Stati baltici, membri Nato. Markov ribadisce anche l’ipotesi di colpire in Ucraina e altrove in Europa le fabbriche che producono droni, già agitata nei confronti della Gran Bretagna, che sta intensificando la propria preparazione.
Secondo la ricostruzione di Markov, i cittadini russi ritengono che “l’Europa è un nemico che ha sempre in serbo i piani per distruggere la Russia”. “Per tutti, non esiste una spiegazione razionale al comportamento dell’Europa. Ho fatto questa domanda anche a Lavrov, il quale mi ha detto che non trova alcuna risposta”, prosegue Markov, che non menziona mai l’invasione dell’Ucraina come motivo scatenante dei piani di riarmo europeo, né il progressivo disimpegno da parte statunitense dal Vecchio Continente.
La missione del capo della Cia a Mosca nel 2021
Insomma, la narrativa russa di queste settimana ricalca quella già usata in passato, un passato mai finito e quindi ancora molto attuale. C’è anche un altro parallelismo che si può fare: nel novembre 2021 William Burns, allora direttore della Cia ed ex ambasciatore statunitense in Russia, si recò a Mosca per comunicare che gli Stati Uniti avevano informazioni sui preparativi russi per invadere l’Ucraina. Tre mesi dopo, la Federazione attaccò comunque.
La scorsa settimana, il direttore della Cia, John Ratcliffe, è a sua volta volato a Mosca, in un viaggio che secondo le ricostruzioni del Wall Street Journal è servito per avvisare il Cremlino, tramite l’intelligence, di non attaccare la Nato. Putin come avrà recepito il messaggio stavolta?
Questa domanda ci porta dritti alla questione di quando e quanto sia efficace la deterrenza.
Il problema della deterrenza
La deterrenza non può funzionare in uno spazio vuoto, come spiega su Tomorrow Affairs Sean Wiswesser, ex alto funzionario operativo della Cia ed esperto di intelligence. Uno Stato, sottolinea, può muoversi nella cosiddetta zona grigia, fatta di cyberattacchi, sabotaggi, guerra elettronica, droni, operazioni clandestine, pressioni sulle infrastrutture e azioni sufficientemente aggressive da produrre effetti politici o militari, ma abbastanza ambigue da rendere difficile stabilire quando sia stata oltrepassata la linea rossa. E quando arriva alla conclusione che ogni nuova azione ostile produce conseguenze limitate, si sente incentivato a verificare fin dove possa spingersi, alzando l’asticella.
La deterrenza allora, continua l’esperto, consiste nel rendere credibile il costo di un’ulteriore escalation. Ma non significa dare vita a un automatismo che porti inevitabilmente allo scontro: deterrenza e diplomazia non sono alternative. La prima deve impedire che Mosca consideri conveniente un’aggressione contro la Nato; la seconda deve evitare che un incidente, un drone fuori rotta, un sabotaggio o un attacco contro una nave trasformino provocazioni e reazioni in un confronto diretto.
Narrative speculari
È forse questo il rischio più evidente nella formula che in questi giorni sentiamo spesso, “siamo costretti a reagire“. Il racconto del Cremlino e quello europeo sembrano guardarsi allo specchio: entrambe le parti descrivono le proprie azioni come qualcosa che nasce quasi interamente dalle decisioni dell’altra parte, e si accusano reciprocamente di stare conducendo un conflitto ‘sotto soglia’, alimentando una possibile escalation che almeno a parole nessuno vuole.

