Prima di decidere come ridisegnare la propria presenza militare in Europa, gli Stati Uniti vogliono capire quanto gli alleati della Nato siano allineati alla politica di Donald Trump. Non soltanto quanto spendano per la difesa o quali capacità militari siano in grado di mettere in campo, ma anche se abbiano sostenuto pubblicamente la linea di Washington, quali eventuali restrizioni abbiano imposto all’utilizzo delle basi americane e quanto investano presso le aziende statunitensi del settore.
Le domande compaiono in un questionario inviato agli alleati e visionato da Bloomberg. Il documento chiede inoltre se i singoli Paesi abbiano contestato norme considerate penalizzanti per i contratti con le imprese americane della difesa e se condividano l’approccio degli Stati Uniti sintetizzato nella formula “strong, clear and quiet”, utilizzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. La ricostruzione ha provocato irritazione tra alcuni alleati, che temono l’ingresso di criteri politici nella revisione della presenza militare statunitense in Europa.
Il questionario arriva in una fase già delicata per l’Alleanza Atlantica. L’amministrazione Trump sta chiedendo da mesi agli europei di assumersi una quota maggiore della propria difesa, mentre il Pentagono ha fissato nella National Defense Strategy 2026 l’obiettivo di trasferire progressivamente agli alleati la responsabilità primaria della difesa convenzionale del continente. Gli Stati Uniti intendono continuare a sostenere la Nato, ma concentrando maggiormente uomini e risorse su altre priorità strategiche, a cominciare dalla Cina e dalla difesa del territorio americano.
La differenza rispetto alla lunga disputa sulla condivisione degli oneri è sostanziale. Per anni Washington ha misurato l’affidabilità europea soprattutto in termini di spesa e capacità militare; oggi sembra voler prendere in considerazione anche il comportamento politico dei governi alleati.
Washington cambia i criteri del “buon alleato”
La pressione americana sui bilanci della difesa ha già prodotto una trasformazione profonda. Al vertice Nato dell’Aia del giugno 2025, i Paesi membri hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5% del Pil alla difesa e alla sicurezza: almeno il 3,5% dovrà finanziare le esigenze militari fondamentali, mentre fino all’1,5% potrà essere impiegato per infrastrutture, resilienza, innovazione e altri investimenti collegati. I governi dovranno presentare ogni anno piani che dimostrino un percorso credibile verso l’obiettivo.
I numeri mostrano che l’Europa ha già imboccato quella strada. Secondo l’Agenzia europea per la difesa, nel 2025 i 27 Stati membri dell’Ue hanno speso complessivamente 418 miliardi di euro, il 20% in più rispetto al 2024 e il 47% in più rispetto a pochi anni prima. La spesa ha raggiunto il 2,2% del Pil europeo e dovrebbe salire nel 2026 a 454 miliardi, pari al 2,4% del Pil. Gli investimenti in nuovi equipaggiamenti, ricerca e sviluppo stanno aumentando più rapidamente della spesa complessiva.
La nuova dottrina americana parte proprio da questo cambiamento. La National Defense Strategy sostiene che gli alleati europei dispongano delle risorse economiche necessarie per assumere il peso principale della deterrenza convenzionale contro la Russia e introduce il concetto di “alleati modello”, Paesi che non si limitano a raggiungere gli obiettivi finanziari ma assumono un ruolo maggiore nella sicurezza delle rispettive regioni. Hegseth ha ribadito il principio a maggio, spiegando che Washington intende privilegiare la cooperazione con gli alleati che considera più virtuosi.
Il questionario aggiunge però un elemento ulteriore, perché accanto alla disponibilità militare compaiono valutazioni sulla politica estera e sulle relazioni economiche con gli Stati Uniti. La questione non è del tutto nuova nella retorica di Trump. A giugno il presidente aveva chiesto esplicitamente “lealtà” agli alleati Nato, criticando Italia, Francia, Germania e Regno Unito per il loro atteggiamento durante la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e per le limitazioni poste in alcuni casi all’utilizzo delle infrastrutture militari.
La Nato ha attraversato molte crisi politiche senza mettere in discussione la propria architettura militare. Francia e Stati Uniti si sono scontrati sulla guerra in Iraq, la Turchia ha seguito più volte una politica autonoma rispetto agli altri alleati e i governi europei hanno mantenuto posizioni differenti su Cina, Medio Oriente ed energia. Il principio di fondo è rimasto quello di un’alleanza tra Stati sovrani che non devono necessariamente condividere ogni scelta di Washington per considerarsi reciprocamente impegnati nella sicurezza collettiva.
Quanto vale ancora la garanzia americana
Sul piano giuridico, il pilastro della Nato non è cambiato. L’articolo 5 del Trattato stabilisce che un attacco armato contro uno dei membri sia considerato un attacco contro tutti e obbliga ciascun alleato a prestare assistenza con le azioni che ritiene necessarie, compreso eventualmente l’impiego della forza. La clausola è stata invocata una sola volta, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti.
La deterrenza, tuttavia, non dipende soltanto dalla formulazione del trattato. Dipende dalla convinzione di un potenziale aggressore che gli alleati reagirebbero effettivamente. Per questo ogni segnale di maggiore selettività americana interessa soprattutto i Paesi del fianco orientale, dove la presenza militare degli Stati Uniti continua a rappresentare un elemento centrale della strategia contro la Russia.
La stessa amministrazione Trump ha inviato segnali non sempre univoci. Al vertice Nato di Ankara di luglio il presidente avrebbe assicurato agli altri leader che gli Stati Uniti intendono restare nell’Alleanza, dopo mesi di tensioni sulla ripartizione degli oneri e sul sostegno europeo alle iniziative americane. La posizione ufficiale resta quindi quella di una Nato con una presenza statunitense significativa, ma nella quale gli europei devono sostenere una quota crescente delle capacità necessarie alla propria sicurezza.
Per Bruxelles il problema è anche industriale. L’aumento della spesa militare europea coincide infatti con il tentativo dell’Ue di costruire una base produttiva più autonoma. Il programma Safe mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti per favorire investimenti e acquisti comuni, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la capacità produttiva europea e colmare le principali lacune militari. Il progetto rientra nella strategia Readiness 2030, con cui la Commissione punta a mobilitare complessivamente fino a 800 miliardi di euro per la difesa.
È proprio qui che gli interessi delle due sponde dell’Atlantico possono divergere. Washington vuole alleati capaci di spendere molto di più e considera la cooperazione industriale, la vendita di sistemi americani e l’eliminazione delle barriere agli appalti parte della propria strategia. Bruxelles vuole utilizzare almeno una quota consistente di quella nuova domanda per rafforzare le imprese europee, ridurre le dipendenze strategiche e garantire che l’aumento dei bilanci produca capacità produttiva anche all’interno dell’Unione. La Commissione ha inserito questo obiettivo nel Libro bianco sulla difesa e nella roadmap per raggiungere la piena prontezza militare entro il 2030.
La domanda posta indirettamente dal questionario americano riguarda quindi il tipo di rapporto transatlantico che emergerà da questa trasformazione. Gli europei stanno aumentando la spesa nella misura richiesta da Washington e hanno accettato di assumersi maggiori responsabilità operative, ma questo processo può condurre a due risultati diversi: una Nato nella quale il continente diventa più capace restando fortemente dipendente da armamenti, tecnologie e decisioni statunitensi, oppure un pilastro europeo progressivamente più autonomo pur all’interno dell’Alleanza.

