“Bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo”. Papa Leone XIV sceglie Metz, città legata alla storia della costruzione europea, per lanciare un nuovo monito sull’aumento delle spese militari e sul modo in cui governi e istituzioni stanno rispondendo al ritorno della guerra nel continente.
Davanti al presidente francese Emmanuel Macron, il pontefice ha ripreso il messaggio lanciato a gennaio per la Giornata mondiale della pace: “I ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui”.
Il Papa ha quindi spostato il discorso dal riarmo alla capacità politica di costruire alternative: stiamo facendo davvero “sforzi creativi” per la pace o ci stiamo limitando ad “arginare l’emorragia della guerra” e a prepararci meglio ai conflitti che immaginiamo possano ancora arrivare?
L’Europa di Schuman contro la logica delle armi
Leone XIV torna a Robert Schuman e all’idea su cui nacque l’integrazione europea: mettere in comune interessi e risorse fino a rendere la guerra non solo meno conveniente, ma sempre più difficile da immaginare. L’Europa evocata dal Papa è quella “dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi” e dove la cooperazione serve a fare in modo che “ogni guerra diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”.
È la logica che nel 1950 portò Schuman a proporre la gestione comune della produzione franco-tedesca di carbone e acciaio, materie prime decisive anche per l’industria bellica. Non un generico appello alla riconciliazione, ma un meccanismo pensato per impedire che Francia e Germania potessero tornare facilmente a combattersi.
Nel discorso di Metz Leone XIV affianca a questa idea un secondo elemento: il rispetto del diritto internazionale. Richiama il principio del pacta sunt servanda, secondo cui gli accordi devono essere rispettati, proprio perché nei rapporti tra Stati non esiste un’autorità superiore paragonabile a quella che, all’interno di un Paese, può imporre il rispetto della legge.
Settantasei anni dopo, l’Unione europea sta rafforzando la propria capacità militare con una velocità che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficilmente immaginabile. Readiness 2030, il piano inizialmente presentato come ReArm Europe, punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa. Di questi, 150 miliardi arrivano da Safe, lo strumento di prestiti destinato agli investimenti comuni; altri margini derivano dalla maggiore flessibilità concessa ai bilanci nazionali.
L’accelerazione è già visibile nella spesa. Dal 2020 gli Stati dell’Ue hanno aumentato i bilanci della difesa di quasi l’80%, mentre Bruxelles sta spingendo su acquisti comuni e capacità considerate strategiche, dalla difesa aerea e missilistica ai droni, dalla cybersicurezza allo spazio. Nel discorso sullo Stato dell’Unione 2026 Ursula von der Leyen ha descritto un’Europa chiamata a essere “più capace che mai di difendere se stessa”.
A questo si aggiunge l’impegno assunto dagli alleati Nato all’Aia nel 2025: arrivare entro il 2035 al 5% del Pil destinato a difesa e sicurezza, con almeno il 3,5% per le esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture critiche, resilienza, reti e industria della difesa.
Ma il rafforzamento della difesa comune non procede senza attriti. A settembre Kaja Kallas ha accantonato il progetto di un nuovo gruppo europeo incaricato di avanzare proposte per accelerare la difesa comune, dopo le resistenze di diversi Stati membri, tra cui Italia e Germania. Anche dentro l’Unione, quindi, ritmo e strumenti del riarmo restano materia di confronto politico.
Il monito di Leone XIV arriva proprio mentre questa accelerazione prende forma. Il Papa insiste sul negoziato, sul diritto internazionale e sul “coraggio” di sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace, perché la preparazione militare non finisca per restringere lo spazio lasciato alla diplomazia.
Schuman secondo Macron
Anche Macron richiama Schuman, ma ne ricava una conclusione diversa. “Settantacinque anni dopo la dichiarazione Schuman, il mondo è cambiato, la guerra è tornata sul nostro continente e la nostra Europa è scossa dal ritorno degli imperi”, ha detto il presidente francese.
Per Macron, la lezione dei fondatori non consiste soltanto nell’aver reso impensabile una nuova guerra tra gli europei. Oggi significa anche dotare il continente degli strumenti necessari a proteggere quell’ordine politico quando viene minacciato dall’esterno.
Da qui il richiamo a un’Europa che sappia “proteggere, unire e agire” e che diventi “una potenza di pace, indipendenza e democrazia”. Nella linea francese, difesa e pace non sono termini in opposizione: una maggiore capacità di azione serve a garantire sicurezza, sostenere l’Ucraina e difendere il diritto internazionale.
Leone XIV guarda allo stesso problema dal lato opposto. Se ogni aumento degli armamenti viene giustificato dalla “pericolosità altrui”, il rischio è che il rafforzamento di una parte venga letto dall’altra come una nuova minaccia, alimentando la stessa insicurezza alla quale si vorrebbe rispondere.
Macron parte invece dalla constatazione che quella minaccia non sia teorica. Nel suo ragionamento, la deterrenza e una maggiore capacità europea di difendersi servono proprio a impedire che il conflitto si allarghi e a rendere credibile la protezione dell’ordine internazionale.

