“Questa non è la guerra dell’Europa”. Un’Unione insolitamente compatta ha risposto così alla richiesta-ricatto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di inviare mezzi militari a supporto di quelli americani per proteggere il passaggio delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz (pena un “brutto futuro per la Nato). La linea comune è emersa ieri durante il Consiglio Affari Esteri, ma della questione si parlerà sicuramente al Consiglio Ue, in programma il 18 e 19 marzo.
Il piccolo passaggio di mare, largo al massimo una 30ina di km, connette Golfo Persico e Oceano Indiano, e la sua chiusura di fatto, operata dall’Iran in risposta all’attacco Usa-Israele iniziato il 28 febbraio, rischia di innescare una crisi economica globale di grosse proporzioni: da qui passavano un quinto del petrolio mondiale, i cui prezzi hanno già sfondato la soglia psicologica dei 100 dollari a barile, e del gas naturale liquefatto mondiali, oltre a fertilizzanti e materie prime come l’alluminio.
“Cosa possono fare due fregate europee che la Marina Usa non possa fare”?
“Cosa si aspetta Donald Trump che una manciata o due di fregate europee facciano nello Stretto di Hormuz che la potente Marina statunitense non sia in grado di fare?”, ha commentato in modo ironico il ministro tedesco della Difesa tedesco Boris Pistorius aggiungendo che “questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi”. Stefan Kornelius, portavoce del governo di Berlino, ha ricordato: “Né gli Stati Uniti né Israele ci hanno consultato prima della guerra, e (…) Washington ha dichiarato esplicitamente all’inizio del conflitto che l’assistenza europea non era né necessaria né desiderata”.
Anche Spagna e Italia hanno escluso la propria partecipazione a qualsiasi missione nel Golfo. “L’Italia non è in guerra con nessuno e inviare navi militari in una zona di guerra significherebbe entrare in guerra”, ha dichiarato ieri a Milano il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini.
Il vice primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, ha affermato molto chiaramente che il suo Paese non cederà al “ricatto” di Trump, mentre il presidente polacco Karol Nawrocki, ‘amico’ di Trump, ha escluso il coinvolgimento di mezzi o truppe. Il ministro degli Esteri ha invitato Trump a presentare una richiesta formale tramite la l’Alleanza atlantica.
Finora non sono arrivate richieste formali da parte degli Stati Uniti, ma ieri l’ambasciatore statunitense presso la Nato, Matthew Whitaker, ha sottolineato che “la sicurezza dello Stretto di Hormuz è nel loro (degli alleati, ndr) interesse” e ha rinnovato l’appello del capo della Casa Bianca agli alleati: “Devono venire, devono aiutarci e sostenere i nostri sforzi”.
Tuttavia, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ricordato sempre ieri, “la Nato è un’alleanza difensiva, non interventista. Ed è proprio per questo che non ha alcun ruolo in questo contesto”.
Trump: “Penso che la Francia aiuterà”
Meno nette Gran Bretagna e Danimarca, che non intendono essere coinvolte nel conflitto ma che intendono valutare come potrebbero contribuire. Il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen ha affermato: “Anche se non ci piace quello che sta succedendo, penso sia saggio mantenere una mente aperta sulla possibilità che l’Europa in qualche modo possa contribuire, ma in un’ottica di de-escalation”.
La Francia ha invece dichiarato che probabilmente fornirà qualcosa. Trump ha confermato di aver sentito al telefono il presidente Emmanuel Macron: “Penso che aiuterà. Su una scala da 0 a 10, lui è stato da 8. Non la perfezione, ma è la Francia, non ci aspettiamo la perfezione”.
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha poi avvisato che la minaccia trumpiana di “un brutto futuro” per la Nato, se nessuno lo supporterà su Hormuz, va presa sul serio.
No ad estendere il mandato della missione Aspides
Quanto alle proposte concretamente sul tavolo del Consiglio Affari Esteri di ieri, entrambe non hanno avuto consensi. La prima riguardava la missione europea Aspides che protegge le navi nell’area del Mar Rosso dagli attacchi del gruppo ribelle yemenita Houthni (da tempo sostenuto dall’Iran): sebbene ci sia una “chiara volontà” di “rafforzare” la missione, “non c’era alcuna intenzione di modificare il mandato”, ha dichiarato Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza. “Nessuno vuole intervenire attivamente in questa guerra”, ha precisato.
Stessa accoglienza fredda per l’ipotesi lanciata dalla capa della diplomazia europea di creare qualcosa di simile all’iniziativa messa in piedi per il grano del Mar Nero dopo l’invasione russa dell’Ucraina: le Nazioni Unite allora mediarono un accordo tra Kiev, Mosca e Ankara per continuare a consentire le esportazioni del cereale. Ma replicare questo tipo di soluzione nello stretto di Hormuz viene visto come irrealistico.
Un rischio troppo grosso
Dopo oltre un anno di insulti, dazi, minacce e tentativi di annettere territori, Trump riscopre dunque l’importanza degli alleati. D’altronde, quella che ormai è divampata nel Golfo Persico davvero non è una guerra voluta o iniziata dall’Europa, che comunque ne subisce e ne subirà le conseguenze. Il blocco non è stato nemmeno informato dell’avvio dell’operazione. Ma soprattutto, se accontentasse Trump non avrebbe comunque il controllo su nulla.
E non lo avrebbe in una situazione particolarmente delicata, dove l’escalation è dietro l’angolo e dove troppe cose non sono chiare: perché Trump abbia deciso l’intervento, che obiettivi abbia, quando riterrà di aver vinto abbastanza per ritirarsi senza perdere la faccia. Tutte incertezze che renderebbero il rischio di una collaborazione con gli Usa molto meno che calcolato.
“L’Europa non ha alcun interesse in una guerra senza fine. E gli obiettivi politici non sono chiari“, ha dichiarato infatti ieri sera Kallas, ricordando che anche se “gli interessi europei sono direttamente in gioco, questa non è una guerra europea”.
Trump: “Volevo solo vedere gli alleati come reagivano”
Trump insomma si ritrova sostanzialmente solo. Oltre all’Ue e alla Gran Bretagna, hanno risposto ‘no’ altri alleati storici quali Giappone e Australia.
Certo è che, come ricordava Stubb, il tycoon ha minacciato la Nato di un “futuro molto negativo” in caso di diniego dei membri di aiutarlo. E se ora potrà dire che aveva ragione, cioè che “noi ci siamo per loro ma loro non ci sono per noi l’unica volta che lo abbiamo chiesto”, ora ha due scelte: fare Taco, dall’espressione ‘Trump always chickens out’, coniata in questi mesi per indicare che ‘Trump ci ripensa sempre’, e dunque lasciar cadere nel vuoto la minaccia; oppure andare fino in fondo e allargare ulteriormente la frattura tra le due sponde dell’Atlantico.
Intanto, alla freddezza con cui il suo appello è stato accolto ha replicato affermando che “non abbiamo bisogno di nessuno“, che “siamo la nazione più forte del mondo” e ha chiesto il supporto degli alleati “non perché abbiamo bisogno di loro, ma perché voglio vedere come reagiscono“.
“Alcuni ne sono molto entusiasti, altri no. Alcuni sono Paesi che abbiamo aiutato per molti, molti anni. Li abbiamo protetti da terribili minacce esterne, eppure non si sono mostrati così entusiasti. E il livello di entusiasmo è importante per me“, ha detto ieri durante un evento alla Casa Bianca. Tuttavia non ha fatto i nomi di quali capitali si sarebbero dette disponibili a supportare la Marina americana.
Trump rimanda il viaggio in Cina
Un’ultima considerazione per la Cina: anche Pechino ha rifiutato di accontentare Trump. Ricordiamo che il Dragone ha velocemente inviato nello Stretto di Hormuz un nuovo e sofisticato vascello per la sorveglianza e il tracciamento satellitare, dal nome rivelatore: Liaowang-1, ‘Vedetta’. Secondo gli analisti, potrebbe svolgere attività di spionaggio, monitorando le attività militari occidentali nella zona, creando con la sola presenza un ulteriore potenziale rischio di escalation.
Trump ha reagito al ‘no’ cinese rimandando la visita prevista a fine marzo nel Paese asiatico, in segno di protesta (formalmente motivandolo con la necessità di rimanere a Washington per supervisionare la guerra in Iran). Ma ci vuole ben altro per sconvolgere Xi Jinping: il tempo in più consentirà anzi al Dragone di valutare meglio le implicazioni economiche e geopolitiche dell’operazione ‘Epic Fury’ americana prima di incontrare la controparte.
